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(29 Gennaio 2009)

Per ricordare, per fermarmi un attimo a riflettere, ho visto un film che raccontava di donne,uomini e bambini espulsi dalle loro case e concentrati in un ghetto, circondato da un alto muro e gli accessi controllati da guardie.

Dentro il ghetto vi era una parvenza di vita normale: una amministrazione, una polizia, qualche scuola, molto commercio ma di poche cose. La vita era dura, tanti in poco spazio, chiusi come animali in gabbia, molti sognavano di tornare alla proprie vecchie case, ma ormai erano abitate da altre genti, non potevano uscire, le guardie controllavano ogni cosa che entrava ed usciva, e quando i reclusi non si comportavano bene chiudevano ogni accesso, sigillavano il ghetto.

Chi stava dentro, come talpe, scavava tunnel sotto il muro per procurarsi il necessario alla sopravvivenza dall’ esterno, ma ciò era una grave colpa, i tunnel venivano fatti saltare con l’esplosivo, pazienza per chi era dentro.

Qualcuno si rassegnava, i più giovani irrequieti ed arrabbiati, predicavano l’odio verso chi li rinchiudeva ed incitava alla rivolta, alla vendetta; si erano procurati qualche arma ed ogni tanto sparavano fuori dal recinto colpendo là, dove capitava, ma la rappresaglia era tremenda, una piaggia di bombe si riversava sull’intero ghetto.

Il mondo sapeva ma la gran parte aveva altro a cui pensare, qualcuno diceva che a quelli del ghetto gli stava bene perché erano cattivi, fanatici e quindi se l’erano cercata, altri provavano compassione, ma in pochi facevano qualcosa.

Il film si chiudeva con una panoramica del ghetto fumante, su un muro diroccato mi è parso di leggere la scritta: “ Welcome to Gaza City”, forse mi sbaglio i ghetti si assomigliano.

Forlì, 27 gennaio 2009

Palmiro Capacci

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