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    (Capitale e lavoro)

    Dal corporativismo fascista al corporativismo… democratico

    (28 Gennaio 2009)

    Dopo l'accordo separato sulla struttura dei contratti di lavoro firmato a Palazzo Chigi, insieme alla Confindustria, da CISl, UIL e UGL, che trasforma il sindacato in un organo consociativo di cogestione, il Ministro del Welfare Sacconi ha parlato di «accordo di portata storica», perché - ha detto - l'accordo separato sostituisce alle «relazioni industriali» basate su un «approccio conflittuale» un nuovo tipo di relazioni basate su un modello «conciliativo».

    Poiché dal ministro berlusconiano è stata evocata la Storia, diamole sùbito la parola, ed essa ci mostrerà con assoluta chiarezza a quale spirito si ispira il patto firmato, sulla pelle dei lavoratori, dalla Confederazione della Marcegaglia e dai dirigenti filopadronali di quelle tre centrali sindacali.

    Il 21 dicembre 1923, nella riunione congiunta svoltasi a Roma sotto la presidenza di Benito Mussolini, la Confederazione Generale dell'industria italiana e la Confederazione Generale delle corporazioni fasciste approvavano un ordine del giorno nel quale, intendendo «armonizzare la propria azione con le direttive del Governo Nazionale che ha ripetutamente dichiarato di ritenere la concorde volontà di lavoro dei dirigenti delle industrie, dei tecnici e degli operai come il mezzo più sicuro per accrescere il benessere di tutte le classi e le fortune della Nazione», affermavano «il principio che l'organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell'irriducibile contrasto di interessi tra industriali ed operai, ma ispirarsi alla necessità di stringere sempre più cordiali rapporti tra i singoli datori di lavoro e i lavoratori» (cfr. ALBERTO ACQUARONE, L'organizzazione dello Stato totalitario, Einaudi 1965, p. 435).

    E la fascistissima «Carta del Lavoro» del 1927 affermava, al suo punto IV: «Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione».

    Conciliazione, dunque. E' la parola d'ordine che l'attuale classe dominante, e alcune alte cariche istituzionali, ripetono continuamente. Conciliazione fra gli italiani, tra fascismo e antifascismo, fra partigiani e torturatori repubblichini, fra lo Stato italiano e la Chiesa reazionaria di Ratzinger, e adesso - come vorrebbero Sacconi, Bonanni e Angeletti - conciliazione fra padroni ed operai, tra sfruttatori e sfruttati.

    La CGIL, sotto la pressione delle grandi lotte condotte, negli ultimi mesi, da masse crescenti di operai e di lavoratori, non ha firmato. E contro il vergognoso accordo di Palazzo Chigi si sono pronunciate anche le varie sigle del sindacalismo di base.

    Nelle fabbriche già sono partiti gli scioperi contro l'attacco ai salari ed alle libertà dei lavoratori. Occorre estendere al massimo la mobilitazione con una politica di fronte unico anticapitalista. Partecipiamo tutti allo sciopero generale indetto dai metalmeccanici della FIOM e dai lavoratori pubblici per il prossimo 13 febbraio, con una grande manifestazione a Roma!

    Ai nuovi corporativisti che vorrebbero eliminare dai rapporti di lavoro ogni aspetto «conflittuale» rispondiamo con forza: lotta di classe, lotta di classe, lotta di classe!

    25 gennaio 2009

    Sito Web http://www.geocities.com/scintilla_mail
    Per contatti: teoriaeprassi@yahoo.it

    Piattaforma Comunista

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