il pane e le rose

Font:

Posizione: Home > Archivio notizie > Imperialismo e guerra    (Visualizza la Mappa del sito )

Fino alla vittoria! (Comunicati del FPLP dal 25/12/08 al 20/01/09)

Sa'adat, Fplp, Palestina: le ragioni di una scelta

(12 Febbraio 2009)

Il 25 dicembre 2008, quando l'aggressione israeliana alla Striscia di Gaza ed al popolo palestinese non era ancora cominciata, giunse dalla Palestina la notizia della condanna di Ahmad Sa'adat, il Segretario Generale del Fronte popolare per la Liberazione della Palestina.
Sa'adat è, come tanti altri prigionieri, l'incarnazione delle tragedie di questo popolo. Rifugiato dopo che l'esercito israeliano ha raso al suolo il suo villaggio, nel 1967, a soli 14 anni, inizia a militare nelle fila studentesche dell'FPLP. La sua vita politica è la storia del popolo palestinese: martoriato, infangato, costretto alla violenza, poi alla resa di Oslo, ma ancora capace di Intifada. Quando nel 2001 Abou Ali Mustafa viene assassinato per mano sionista, Sa'adat diventa Segretario dell'organizzazione. Fa paura, perché rispetto alla corruzione e all'opportunismo della dirigenza dell'ANP è una persona onesta, sobria, popolare. Fa paura, perché non gli si può applicare l'etichetta di esaltato-fanatico-islamista: è una persona ragionevole, colta, che motiva le sue verità.

Subito Israele lo accusa di aver organizzato l'assassinio di Rehavam Zeevi, Ministro del Turismo israeliano, ex generale, uomo politico di estrema destra, il quale proponeva, senza farsi troppi scrupoli, di deportare in massa la popolazione palestinese in Giordania. Imprigionato nel gennaio 2002 dai collaborazionisti dell'ANP dopo un accordo con Israele negoziato dagli statunitensi e gli inglesi, fu riconosciuto innocente dalla Corte Suprema Palestinese. Ma l'ANP non lo volle rilasciare. Solo nel marzo 2006 questa possibilità si fece concreta: allora gli israeliani, d'accordo con gli imperialisti occidentali, assediarono il carcere di Gerico, causando morti e feriti, e prelevarono di forza Sa'adat.
Quasi tre anni dopo, il 25 dicembre 2008, la condanna a trent'anni: non per l'omicidio, indimostrabile, ma per l' "attentato alla sicurezza d'Israele". Trent'anni: una vita, una generazione intera. Non si rida per il ridicolo dell'accusa: per uno Stato paranoico e violento, che è nato da un crimine e che vede nella libertà e nella vita altrui la schiavitù e la morte propria, qualunque resistenza, anche quella più umana e giusta, diviene un pericolo intollerabile. Bisogna dunque cancellare questi dell'FPLP, fanatici dell'uomo, che trovano ovunque alleati: anche fra gli ebrei contro l'occupazione, anche fra gli occidentali di sinistra...

Se Sa'adat incarna la vicenda del popolo palestinese, la notizia della sua condanna è una premonizione. Quasi come l'annuncio, di qualche giorno precedente, della cacciata di Richard Falk, professore universitario statunitense di sangue ebreo, delegato Onu per i diritti umani, che aveva osato paragonare il trattamento che gli israeliani riservano ai palestinesi a quello che i nazisti riservavano agli ebrei...
Il 26 dicembre, l'esercito israeliano bombarda la Striscia di Gaza, vigliaccamente sostenuto dall'imperialismo statunitense ed europeo, dai corrotti regimi arabi, dai media occidentali, e dagli "equidistanti" e gli "umanisti" di ogni tipo. Un'aggressione spaventosa, fatta di bombe al fosforo e armi non-convenzionali, durata 22 giorni, conclusasi il 18 gennaio 2009 con più di 1.300 morti (di cui più di trecento bambini!) e 5.000 feriti... Con il mondo che sta a guardare, con le polizie arabe impegnate a sedare col manganello il malcontento dei fratelli in rivolta, con i giornalisti italiani dediti a operazioni da regime, fino a far scomparire mediaticamente una manifestazione che a Roma ha visto 100.000 persone autorganizzarsi e scendere in piazza per far sentire la propria solidarietà.

Ora è il momento di cominciare una riflessione. Per carità, non illudiamoci: questa tregua è una farsa. Il peggio non è passato: non ha limite. Come prima del 26 dicembre, non contempliamo una pace, ma un atroce assedio, una lenta agonia, fatta di embargo, fame, malattie, disoccupazione. Riflettere non vuol dire qui fermare la propria azione, ma aggiungere elementi al proprio sdegno. Magari portare la testimonianza di una resistenza.

Di fronte a tutto questo dolore, allo sgomento del lutto – eppure davanti a questa straordinaria voglia di lottare del popolo palestinese, si dovrebbe infatti fare un passo indietro. "Noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case" dovremmo almeno avere un po' di rispetto. Prima di fare analisi campate in aria sull'epoca postideologica, sui rapporti di Hamas con l'Iran, prima di esprimere il proprio "disagio" nello scendere in piazza con chi, privato ormai di tutto, spinto ai margini dal razzismo e dallo sfruttamento, invoca Allah, prima di mettersi a guardare, con superiorità da occidentale, alla società palestinese, e proporsi di "contribuire alla sua ricostruzione", bisognerebbe far sentire il proprio calore e la propria vicinanza. E poi bisognerebbe provare a sentire la voce di chi queste cose le sta dicendo dall'interno di quel conflitto.

Ecco cosa vuol dire solidarietà militante: dare voce a chi non ha voce, ascoltare chi lotta ogni giorno rischiando la vita. Muoversi con chi ci invita a colpire l'imperialismo di casa nostra per alleggerire il suo peso, bloccando i rifornimenti di armi, boicottando gli accordi economici dei nostri Stati con Israele, la ricerca scientifica delle nostre università che rinforza l'esercito sionista.
Far sentire questa voce non vuol dire aderire alla piattaforma o al programma di un'organizzazione. Vuol dire semplicemente "essere capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo" (Che Guevara), e non restarsene a speculare, ma trovare anche lì i compagni con i quali percorrere questa dura strada che, con pazienza e tenacia, ci condurrà "fino alla vittoria".

Un'ultima nota: questi comunicati dell'FPLP scontano le condizioni in cui sono stati scritti: condizioni di una guerra impari, di un massacro in atto. Lo stile è affrettato, gli imperativi decisi: si tratta di far sentire forte il proprio grido a tutti i compagni. C'è poco da sottilizzare: quando le bombe cadono, agitazione e propaganda. Ma c'è anche, fra le righe, il ricordo di un compagno ucciso, di un agguato sventato, la frenetica attività che avrà contraddistinto i nostri fratelli palestinesi nel tentativo di respingere l'ennesimo, sanguinoso attacco sionista.
A una lettura superficiale, a chi ci cerca raffinate analisi, questi comunicati possono sembrare ripetitivi o, peggio, autocelebrativi. Ma li legga chi vuole trovare in essi tutta la forza di un popolo che non ha smesso di lottare, l'orgoglio di chi non china la testa, di chi ha il coraggio di non fare affidamento in nessun Dio per portare avanti la propria quotidiana resistenza.

C'è qui tutta la potenza di una voce che, ormai da sola, dice ciò che sembra impossibile, che sessant'anni di oppressione hanno reso impensabile, ma che continua a essere la soluzione più umana e giusta, quella più ragionevole e rispettosa di ogni differenza: uno stato solo per tutti, laico, democratico, socialista.
Perché senza giustizia non ci potrà essere pace in Medioriente, né altrove.

I comunicati del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina scritti tra il 25/12/08 ed il 20/01/09 sono pubblicati in un unico documento con un'introduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario di Napoli.

Scarica l'opuscolo su http://cau.noblogs.org/

Collettivo Autorganizzato Universitario - Napoli
http://cau.noblogs.org/

6634