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Ricordando Stefano Chiarini

Ricordando Stefano Chiarini

(6 Febbraio 2007) Enzo Apicella
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Resoconto della riunione nazionale dei promotori dell’appello Comunisti Uniti del 15 febbraio

(18 Febbraio 2009)

Alla riunione hanno partecipato numerosi promotori dell’Appello (Azzarà, Caputo, Catone, De Angelis, Fioretti, Fumarola, Giacché, Giai-Levra, Giannone, Höbel, Manes, Martino, Moro, Patriarchi, Polcaro, Tromboni…), autorevoli esponenti delle forze politiche che hanno sostenuto l’Appello fin dal suo apparire (Giannini per l’Ernesto, Pellegrini e Rizzo per il PdCI), rappresentanti dei comitati locali (o di loro nuclei iniziali) sorti in questi mesi (Merlin per la Lombardia, Bonazzi per l’Emilia Romagna, Ricci per la Liguria, Climati per il Lazio, ecc.).

La riunione è stata aperta da una breve introduzione di Stefano Azzarà, che ha ripercorso la vicenda dell’Appello e del processo avviato tra i compagni di PRC e PdCI e quelli non iscritti.

Subito dopo, nella sua relazione Andrea Catone si è soffermato sulla fase di «crisi strutturale capitalistica» in corso, sui rischi di «fascismo mediatico», sulla necessità di uno sforzo unitario che consenta di superare la logica dei «piccoli feudi». E dunque sull’attualità dell’Appello, sulla necessità di un’iniziativa di massa (con eventuali ricadute istituzionali) per la difesa dei salari e dei livelli di vita dei lavoratori e di un’iniziativa organizzata sulle questioni della cultura e dell’elaborazione teorico-politica marxista. Infine, Catone ha invitato a evitare due prospettive entrambe unilaterali: quella che intende i Comunisti Uniti come la mera unificazione di vertice PRC-PdCI e quella parimenti inadeguata che invoca l’azzeramento delle organizzazioni e dei gruppi dirigenti esistenti, in vista di un’improbabile «palingenesi» politica e organizzativa. Occorrono invece una battaglia politica per far avanzare il processo unitario e un lavoro comune per radicarlo e arricchirlo di contenuti e lotte.

Realisticamente, il processo di unità comunista non può prescindere dalle più importanti organizzazioni dei comunisti oggi esistenti. Bisogna al tempo stesso evitare che questo processo si limiti a tali soggetti ed escluda quelle forze significative che negli ultimi anni sono state al centro delle vertenze e delle lotte più importanti, così come bisogna evitare che esso scorra nell’alveo di una linea politica moderata che non risulterebbe all’altezza della fase attuale.

Su una linea simile si è mosso l’intervento di Andrea Fioretti, che ha invitato a valorizzare il ruolo dei Comitati locali sorti in questi mesi. Comunisti Uniti può avere un importante «ruolo di fase», al di là delle pur importanti scadenze elettorali, nella ricostruzione di una presenza autonoma e organizzata dei comunisti. Per questo bisogna avere voce nei movimenti di lotta sindacali e studenteschi come quelli di questi mesi (scioperi sindacalismo di base e FIOM, movimenti studenteschi e pro-palestina). Vanno però messe in cantiere alcune campagne, come quelle contro la NATO e il G8, volte a caratterizzare in maniera più forte questo obiettivo. Riguardo al rapporto tra i partiti, il documento della Direzione PRC è positivo, benché non manchino le ambiguità: si apre quindi una partita dentro e fuori il PRC. Infine, Fioretti ha proposto di eleggere un coordinamento nazionale dei promotori e di intensificare l’azione nei territori per completare ed estendere i Comitati. All’odg sono tre punti: a) la questione politica dell’unificazione dei comunisti, b) la questione sociale delle lotte e della situazione sindacale (rispetto alla quale occorre una campagna in difesa del contratto nazionale) e c) la questione culturale e teorica (pubblicazioni, riviste, convegni). Sulle elezioni amministrative occorre dare un segnale di discontinuità e proporsi in alternativa al PD escludendo alleanze anche locali dove questo partito si è dimostrato più liberista e colluso col malaffare.

Dopo gli interventi introduttivi si è aperto il dibattito. Su numerosi punti strategici è emersa una sostanziale convergenza: la gravità della crisi strutturale in corso e le possibilità che essa apre alla riproposizione a livello di massa di una prospettiva socialista e all’idea della necessità di un’economia programmata (Moro, Giacché); il processo di bonapartizzazione in atto nel nostro paese, gli attacchi alla Costituzione e alla rappresentanza dei lavoratori, il rischio di «fascismo mediatico» (Giacché, Grimaldi, Ricci); gli errori di essersi coinvolti a livello governativo nella gestione di politiche filopadronali (Fumarola); la lunga durata del processo di decomunistizzazione del PRC e i limiti nell’azione dello stesso PdCI. In questo senso, l’Arcobaleno è solo l’ultimo episodio di un percorso più complessivo, rispetto al quale gli sviluppi di questi ultimi mesi rappresentano una, sia pure parziale, inversione di tendenza (Giannini, Rizzo, Bonaventura). Infine, è stata sottolineata la necessità di affiancare la dialettica in corso tra i partiti con l’iniziativa «dal basso» di Comunisti Uniti (Rizzo, Manes, Bonazzi); l’assenza di margini economici per politiche neo-keynesiane e dunque l’impossibilità di un’alleanza organica col PD (Giannini); il giudizio negativo sul PD come altra faccia della stessa medaglia e dunque la necessità di porsi in alternativa a esso (Giacché, Rizzo, Fumarola); la necessità di ridare una centralità all’analisi dello scontro capitale/lavoro a livello internazionale e al sostegno alla resistenza antimperialista (Grimaldi).

Su altri punti sono invece emerse sfumature o punti di vista diversi, che è necessario riconoscere proprio in vista della ricerca di una sintesi. 1) Il giudizio sugli attuali gruppi dirigenti di PRC e PdCI, rispetto ai quali alcuni compagni hanno sottolineato gli errori compiuti e la necessità di un’autocritica o persino di una vera e propria messa da parte (Giannone, Mosaico, Manes), mentre altri hanno rilevato che lo stesso progetto di Comunisti Uniti nasce da una decisione politica consapevole di una parte significativa di quei gruppi dirigenti (Höbel, Pellegrini, Giannini). 2) Sulle elezioni, c’è una differenza sull’importanza da dare agli appuntamenti elettorali, rispetto ai quali alcuni compagni hanno evidenziato il rischio di una posizione neo-bordighista (Moro).

Ma idee diverse sono emerse anche tra chi ha posto il problema di un impegno diretto di Comunisti Uniti, con la richiesta di candidare solo operai ed esponenti dei movimenti di lotta nell’ambito della lista unitaria in una delle circoscrizioni elettorali “sicure” tipo Nord-Ovest o centro (Rizzo, Mustillo) e chi ritiene che Comunisti Uniti debba impegnarsi nella campagna elettorale, senza però dare indicazioni precise che rischierebbero di dividere (Pellegrini). Riguardo ai contenuti, molti compagni hanno ribadito il nostro antagonismo rispetto all’Europa di Maastricht e di Lisbona (Caputo); altri hanno chiesto di dare la priorità ai contenuti, a partire ad esempio dal contratto di lavoro europeo (Manes), e di affiancare a queste parole d’ordine una piattaforma di tipo propositivo (Höbel, Patriarchi). 3) Sulla presenza dei comunisti negli enti locali, e sulla prossima scadenza amministrativa, alcuni compagni hanno chiesto di escludere a priori alleanze col PD nelle grandi città (Climati); altri hanno avuto una posizione più sfumata o affermato l’esigenza di valutare caso per caso.

Riguardo alla prospettiva da dare a Comunisti Uniti, alcuni compagni hanno evidenziato il rischio che il processo politico proposto sia inutile se non si danno prima segni forti di autocritica da parte dei gruppi dirigenti (Giannone); altri hanno concordato sulla necessità di un maggiore strutturazione che parta da un coordinamento nazionale, rafforzi e moltiplichi i gruppi locali, ricontatti i circa 6000 aderenti, faccia emergere dei referenti a livello regionale (Bonazzi, Merlin); altri ancora hanno sostenuto l’opportunità superare la logica dell’intergruppo e di agire come una «corrente» unitaria ma trasversale ai partiti, dividendosi intanto in gruppi di lavoro (Caputo). Comune invece è stata la valutazione della necessità di intensificare l’iniziativa di massa (Mosaico, Merlin), impostandola nel modo più unitario possibile, agendo sui contenuti in modo da superare divisioni interne ed esterne ai partiti, come nel caso della manifestazione del dicembre scorso alla Thyssen di Torino contro le morti per il profitto e quella prossima di aprile all’ILVA di Taranto (De Angelis) e affiancandola a un serio lavoro di formazione teorica (Manes, Fumarola, Climati, Patriarchi). Condivisa è apparsa anche l’esigenza di un nuovo appello, che rilanci e aggiorni i contenuti del testo iniziale, sostenga l’idea della lista comunista unitaria, evidenziando al tempo stesso che essa rappresenta solo una tappa di un percorso politico più complesso e di più lungo respiro.

Alcuni compagni hanno fatto inoltre varie proposte di lavoro specifiche:

- una campagna in difesa del contratto nazionale (Fioretti);
- campagne su NATO e G8 (Fioretti);
- un convegno su “I comunisti e la questione sindacale” (Manes)
- un convegno su “I comunisti e il lavoro culturale” (Manes)

In conclusione, il compagno Catone ha esortato tutti a essere consapevoli della posta in gioco e quindi a porre l’istanza unitaria al primo posto, rilanciando il percorso di Comunisti Uniti sul piano locale. Si è infine accolta (con intervento contrario del comp. Manes) la proposta del compagno Azzarà di dare mandato a lui stesso e al compagno Fioretti di individuare i nomi che possano comporre il coordinamento nazionale, o quanto meno un comitato di garanzia che gestisca questa fase di “ristrutturazione”. Tale coordinamento dovrebbe inoltre realizzare una mappatura dei comitati locali, stendere una nuova bozza di appello, ricontattare gli aderenti, tenere riunioni locali ecc., in vista di una nuova convocazione dell’assemblea da realizzarsi auspicabilmente prima delle elezioni europee e amministrative.

Alessandro Perrone

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