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(18 Agosto 2012) Enzo Apicella

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(Il saccheggio del territorio)

La psichiatria come forma di controllo

un convegno a Parma domenica 13 aprile 2003

(10 Aprile 2003)

case di rieducazione, nelle periferie delle città satelliti, nelle pietre sinistre dei palazzi, nei giardini di infanzia e nelle scuole sovraffollate, nelle nuove cucine perfettamente attrezzate”
(Ulrike Meinhof)

La recente occupazione del centro psichiatrico “1° Maggio” di Colorno, in provincia di Parma, ha messo in luce la funzione della psichiatria come strumento, sempre più pervasivo, di controllo sociale e di repressione; non ci soffermiamo sulla cronaca e i particolari di questa lotta per i quali rimandiamoal seguente link: www.autprol.org/.

Ci interessa invece evidenziare come alcuni settori della sinistra istituzionale e para-istituzionale locale si siano prodigati nel tacciare questa lotta, che è stata portata avanti insieme ai “malati” e ai loro familiari, come lotta conservatrice e difensiva della logica manicomiale. A sentir loro, sembra che l’intera questione possa essere risolta attraverso una psichiatria innovativa e democratica, che sostituisce ai manicomi gli appartamentini, agli infermieri professionali gli operatori sociali, all’ elettroshock e ai letti di contenzione, bombe di psicofarmaci. Il “manicomio che si libera”, come venne definito in un libro di Basaglia, fa parte ed è il capostipite di tutta quella “cultura alternativa” alla devianza: male curabile "frazionando il grande cubo, brutto, logoro e vistoso, in tanti piccoli cubetti più accettabili moralmente ed esteriormente più discreti".

Questa "ingenua" sensibilità riformista emerge su tutto ciò che riguarda la materia della "riabilitazione sociale". L'illusione di poter umanizzare il carcere sembra nascere anch'essa in contrapposizione e in alternativa ad una visione autoritaria di "destra" mentre, nei fatti, ne costituisce un elemento indispensabile e complementare.

Le cosiddette misure alternative alla reclusione carceraria tramite affidamento in prova, semilibertà, lavoro esterno, comunità di recupero ecc, costituiscono un essenziale strumento materiale delle moderne politiche repressive: la differenziazione della pena applicata mediante il trattamento individualizzato, le meschine privazione e il ricatto del "premio" per chi dimostra arrendevolezza collaborando, operano nella direzione di una sistematica desolidarizzazione del proletariato prigioniero.

E' chiaro come tali ipotesi, centrate sulla funzione rieducativa del lavoro salariato, siano possibili soltanto in ristretti contesti produttivi, capaci di riassorbire la forza-lavoro in eccesso (il tasso di disoccupazione in Emilia Romagna è stato del 4,6% nel 1999, del 4% nel 2000 e del 3,7% nel 2001, a fronte di una media italiana del 10-12%).

Le ragioni di questo neo-riformismo umanitarista nascono come risposta "di sinistra" alle necessità di razionalizzazione dei costi imposte dalla generalizzazione della crisi economica. La fase recessiva in atto impone agli Stati di contrarre il più possibile gli investimenti improduttivi ma, al contempo, di salvaguardare ed anzi potenziare le strutture repressive e di controllo. Tali dispositivi, proprio a causa dell'approfondirsi delle contraddizioni e dello scontro di classe, tendono ad essere sempre più diffuse ed affollate. Di fronte alla necessità inderogabile di ridurre la spesa pubblica - che ha già portato a drastici tagli alla sanità, alla scuola, all'assistenza, alle pensioni - anche quella parte di spesa destinata alle "politiche di sicurezza" deve perciò essere razionalizzata. E' sulla base di queste necessità che possiamo comprendere i processi di privatizzazione e di regionalizzazione a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, di cui la proliferazione di cooperative sociali grondanti di buoni propositi sono una conseguenza.

La diffusione territoriale del carcere, attraverso meccanismi alternativi di internamento e di controllo e la creazione di nuove strutture para-carcerarie, prefigurano una sorta di carcere metropolitano, differenziato sia in orizzontale, in relazione alla collocazione sociale del soggetto "criminale" (Centri di Permanenza Temporanea per il proletariato immigrato, comunità e nuovi carceri per i tossicodipendenti, manicomi per i “malati” psichici) e sia in verticale, in relazione al grado di controllo connesso alla “pericolosità sociale”.

In quest'ottica, l'applicazione in forma estesa del 41/bis, la detenzione nelle carceri dure, l'isolamento protratto, l'annientamento psico-fisico di presunti terroristi (oggi, soprattutto, prigionieri rivoluzionari e militanti islamici) non sono che l'altra faccia dell'accesso individualizzato e premiale alle forme di custodia attenuata. Una riedizione in chiave moderna della vecchia logica del bastone e della carota.

E' sempre in quest'ottica che si collocano tanto il progetto di costruzione di un nuovo carcere per tossicodipendenti a Castelfranco (BO) gestito da Muccioli che la proposta di legge Burani-Procaccini, che inasprisce ulteriormente le condizioni dei “malati psichici” attraverso la riesumazione della pericolosità sociale e l’estensione del ricovero coatto, tendendo a far diventare l’intero circuito dell’assistenza psichiatrica, un diffuso Ospedale Psichiatrico Giudiziario governato da operatori, cui è attribuita la responsabilità piena, anche legale, del comportamento e delle scelte di un individuo ridotto a malato.

Sulle tematiche della psichiatria, dell'anti-psichiatria, del carcere e del controllo sociale invitiamo le compagne i compagni a partecipare a questa due giorni. Le giornate serviranno al duplice scopo di rilanciare le tematiche e mobilitazioni contro la psichiatria sul territorio emiliano e di confronto e collegamento tra compagni e compagne sul territorio nazionale.


Domenica 13 aprile
dalle ore 11
spazio sociale M. Lupo (ex macello)- P.le Allende 2 - PARMA

CONVEGNO SULLA PSICHIATRIA COME FORMA DI CONTROLLO


Chi volesse arrivare già da sabato è pregato di avvisare prima in modo da
potere organizzare il pernottamento.

Fonte

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