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(28 Novembre 2011) Enzo Apicella

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Primo maggio 2009. Alzare la testa!

La crisi avanza inesorabile, si estende e si approfondisce contro ogni stima e previsione ottimistica

(20 Aprile 2009)

Una crisi cronica e strutturale giunta al suo punto più alto scuote oggi le fondamenta del sistema capitalistico mondiale. Sono bastati pochi mesi di crolli finanziari e produttivi per demolire le “certezze della crescita illimitata, del benessere, della prosperità e del progresso”, ovvero le chimere propagandate per decenni come eterne dall’ideologia dominante. Ora però nel “migliore dei mondi possibile” a dominare è l’incertezza più completa: nel mare in tempesta si naviga a vista e si spera nel rapido ritorno del “bel tempo”, ma la barcaccia capitalista è piena zeppa di falle e ciò per i lavoratori non può che significare ulteriore precarietà, disoccupazione e miseria dilaganti.

Questa non è una “crisi di fiducia” o semplicemente una crisi finanziaria, non è dovuta a padroni incapaci, a politici corrotti, a manager e banchieri furfanti, o alla mancanza di regole e di controlli dei mercati, ma è la classica crisi capitalistica di sovrapproduzione di merci e di capitali. Ciò vuol dire che troppo si produce, troppo si costruisce, troppo si investe, non per l’immediato ed umano soddisfacimento dei bisogni sociali, ma per la valorizzazione del capitale mediante la realizzazione del profitto. A caratterizzare il capitalismo e le sue crisi non è la scarsità o la mancanza di merci e di capitali, ma al contrario è la loro stessa sovrabbondanza ad incepparne il funzionamento. E’ il vulcano della produzione che ad un dato punto non può che spegnersi nella palude del mercato.

Come le crisi, anche la disoccupazione è un’altra costante cronica del capitalismo. I lavoratori, ossia la forza-lavoro, sono una merce come tutte le altre, soggetta a tutte le vicende della concorrenza e a tutte le oscillazioni del mercato. In tempi di crisi, quindi, alla sovrapproduzione di merci corrisponde anche una crescente “sovrapproduzione di operai”, che non è altro che sovrappopolazione operaia generata dall’immenso e continuo sviluppo delle forze produttive. Più è numerosa la massa dei disoccupati, più marcata è la concorrenza di questi sugli occupati in termini di generale peggioramento delle condizioni salariali e lavorative. Ma esistono anche i lavoratori precari o “atipici”, che in Italia sono ormai 4 milioni e che, assieme ai 3 milioni di lavoratori in nero, costituiscono una paurosa massa concorrenziale che grava sui lavoratori a tempo indeterminato. Si capisce allora perché i salari italiani sono fra i più bassi in Europa. Se il lavoro salariato è una merce, ai padroni fa sempre comodo pagarla il meno possibile.

La crisi dà perciò ai capitalisti non solo la necessità ma anche la possibilità di colpire ulteriormente i lavoratori: con il ricatto dei licenziamenti e della disoccupazione, è più facile abbassare ancora il salario ed aumentare nello stesso tempo lo sfruttamento, che loro chiamano produttività. Ma questo non lo fanno da soli: hanno il continuo bisogno del loro servile personale politico e sindacale.

Un prezzo alla crisi è già stato pesantemente pagato dalla classe operaia: ai salari da fame e all’incertezza occupazionale va sommata la vertiginosa perdita della sua forza e del suo peso sociale. Il suo progressivo indebolimento, a causa della sua mancanza di indipendenza come classe, è stato così il frutto delle continue concessioni al padronato subite sul campo contrattuale in tutti questi decenni di collaborazione e di svendita degli interessi operai da parte dei sindacati di regime. Nessuna difesa veramente efficace sarà dunque possibile fintantoché l’iniziativa e la lotta dei lavoratori non sarà autonoma dalla politica dei partiti e dei sindacati borghesi.

Proletari!

Cedere alla paura e al disorientamento, alla rassegnazione e al fatalismo, all’individualismo e al “si salvi chi può”, vuol dire subire in silenzio e a testa bassa la crisi come se fosse una calamità naturale dalle conseguenze ineluttabili. Vuol dire accettare passivamente la cassa integrazione, le riduzioni salariali, i licenziamenti e la disoccupazione oggi, la precarietà e il continuo peggioramento delle nostre condizioni di vita e di lavoro domani, cullandosi nella vana illusione che dopo questo uragano vi possa essere un ritorno al passato. Vuol dire insomma suicidarsi, disertare il terreno della difesa dei nostri interessi di salariati per immolarci ancora una volta per gli interessi delle aziende e delle banche. Significa pagare senza fiatare il prezzo esoso della loro “soluzione” alla crisi, finanziare l’indebitamento del loro Stato per salvare profitti e mercati, rafforzare il loro potere economico e politico e quindi sottoscrivere lo sfruttamento crescente delle nostre vite e del nostro lavoro.

Non possiamo illuderci: se non riusciremo a reagire, il futuro apparterrà ancora alla violenza capitalistica e alla sua estrema soluzione della crisi, rappresentata dalla guerra mondiale. Ma a tutto questo c’è un’alternativa che metta in discussione la strada d’uscita dalla crisi che padroni, politicanti, sindacalisti ed esperti, al di là di apparenti divergenze, oggi ci vogliono far percorrere?

L’unica alternativa consiste innanzitutto nel rigettare le politiche di collaborazione e di unità di interessi coi padroni e col loro Stato. Il futuro della classe e delle sue condizioni di vita e di lavoro è subordinato al fatto che essa torni ad imbracciare le proprie armi di lotta e a combattere in difesa dei propri esclusivi interessi, riprendendo il filo interrotto dell’azione di difesa economica e dell’associazionismo operaio. Preservare le nostre condizioni materiali di vita: è questo il primo obbiettivo che la crisi porrà all’ordine del giorno e per il quale noi possiamo e dobbiamo combattere in quella che si presenta, sempre più apertamente, come una guerra di classe contro un potere padronale e statale che tenta di scaricare i costi sociali della crisi sui proletari, spacciando per “interesse generale e comune” i ristretti interessi della borghesia.

La classe operaia non può difendersi oggi ed emanciparsi un domani difendendo l’economia nazionale: cosa che equivale ad allearsi in ogni paese con la propria borghesia, abbracciando il nazionalismo guerrafondaio contro le borghesie concorrenti e soprattutto contro i rispettivi fratelli di classe. Al contrario, essa può attendersi salvezza soltanto ingaggiando una lotta aperta che infranga finalmente la cappa sindacale e politica sotto cui è stata imprigionata, ricostruendo la coscienza della propria forza sociale almeno in una sua parte anche minoritaria.

Cominciamo dunque a batterci in uno scontro quotidiano contro tutti i sabotatori professionali delle nostre lotte, a partire da quelle più limitate per un salario meno misero, per una giornata di lavoro meno massacrante, per un “sussidio di disoccupazione” che non equivalga ad una condanna alla povertà. E’ una battaglia contro coloro che vogliono impedire a noi lavoratori di fare un “salto di qualità”, passando da lotte economiche isolate e puramente difensive, compatibili con la conservazione democratica e con l’esistenza del potere borghese, all’autentica lotta politica per abbatterlo.

Proletari!

In questo tempo di crisi mondiale è quanto mai necessario che ci contrapponiamo a tutte le posizioni di un risorgente nazionalismo che, attraverso il miraggio degli ammortizzatori sociali ed il sostegno statale all’economia, pretende di far credere a noi operai che in questo modo si possano difendere i posti di lavoro. E’ indispensabile comprendere infatti che non è il “posto di lavoro” ad essere redditizio, ma è lo sfruttamento padronale del nostro lavoro a rendere redditizio quel posto. Se la borghesia ed il suo sistema fallimentare chiudono interi rami d’industria, destinandoci alla disoccupazione e alla concorrenza al ribasso, il nostro compito non è quello di richiedere la prosecuzione del nostro sfruttamento mediante un lavoro che lo sviluppo stesso del capitale si è incaricato di eliminare, ma di rivendicare, come reale alternativa di emancipazione ed affasciamento, l’intero salario per chi rimane senza lavoro.

Non dobbiamo dunque chiedere allo Stato più “assistenza, un maggior “sostegno sociale”, come continuano a fare i sindacati tricolori e tutta la “sinistra d’opposizione”, a cui fa eco lo stesso Governo, ma dobbiamo rivendicare la conservazione integrale del salario a tutti i disoccupati. È questo il primo obbiettivo unificante per noi proletari che, una volta rigettate le politiche collaborazioniste, responsabili del nostro arretramento sociale e della nostra caduta materiale, ci permetterà di porci su un terreno di autonomia di classe e di difesa dei nostri interessi esclusivi.

E’ nella dinamica delle contraddizioni sprigionate dalla crisi che si aprono fronti di lotta e di scontro sociale su obbiettivi immediati, lotte che proprio per le difficoltà del sistema di rispondervi adeguatamente, conservandole dentro un ambito compatibile con la sua sopravvivenza, possono trascrescere in una lotta politica e di rottura radicale con il presente regime sociale.

In questa prospettiva è per noi allora necessario rompere con la concorrenza reciproca cui siamo costretti come proletariato italiano ed internazionale, rendendoci conto che con metodi di lotta intransigenti e con un organizzazione adeguata, strutturata territorialmente per superare le divisioni e i limiti aziendali, di categoria e di sigle sindacali, basata sull'unità internazionalista di tutti i proletari, sulla convergenza di obbiettivi economici immediati, su una chiara prospettiva politica di classe in contrapposizione all'ordine sociale esistente, è effettivamente possibile cercare di ribaltare gli attuali rapporti di forza, vincendo anche delle battaglie.

Il problema cruciale che la classe operaia è chiamata oggi ad affrontare è dunque quello della preparazione sia della propria organizzazione economica sia del proprio organo politico, del partito di classe che si sappia confrontare non solo con le inerzie della lotta economica, per assicurarle un minimo di autonomia e per ridestare nei proletari più combattivi il senso insopprimibile dell’antagonismo fra capitale e lavoro, ma anche e soprattutto con le inerzie ancor più demoralizzatici del “costume democratico” legalitario e riformista, alimentato da decenni di relativa quiete sociale e dalle prediche martellanti dei preti bianchi e “rossi”. Una preparazione consapevole di dover partire oggi dal punto più basso al quale sia mai precipitata la tensione sociale, e quindi di dover affrontare un cammino ben ripido e faticoso per risalire la china, nella coscienza mai disarmante di responsabilità presenti e future rese infinitamente più onerose da decenni di rabbiosa controrivoluzione.

ALZIAMO LA TESTA E LOTTIAMO!

TUTTE LE RUOTE SI FERMERANNO SE LA NOSTRA FORTE MANO LO VORRA’!

Partito Comunista Internazionale - Schio (VI)

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