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Oltre la contestazione a Rinaldini ci sono le contraddizioni della lotta alla Fiat

(18 Maggio 2009)

Lo scalpore intorno alla notizia della forte contestazione contro Gianni Rinaldini della FIOM al corteo dei lavoratori FIAT di Torino, omette di segnalare alcune questioni che – al contrario – riteniamo vadano sottolineate con forza.

1. La caduta di Rinaldini dal palco di Torino, grazie alla contestazione di alcuni operai Fiat di Somigliano D’Arco, è uno di quei fatti che rompe una sorta di incantesimo consolidato in gran parte della sinistra italiana (incluse molte organizzazioni comuniste) e che ha continuato a concepire unicamente nella FIOM il soggetto portatore di istanze progressiste e alternative nel movimento sindacale. I lavoratori che hanno contestato il segretario della FIOM rompendo, forse l'ultimo simulacro di in "piccolo mondo antico" oggi completamente mutato, pongono un problema a tutte quelle soggettività politiche che si interrogano su come riavviare una prospettiva di avanzamento sociale e di radicale trasformazione, nei posti di lavoro e nella intera società. La stessa cosa era accaduta alle assemblee alla Fiat nel 1980 e abbiamo ancora negli occhi e nelle orecchie la rabbiosa disperazione di tanti operai e delegati verso il compagno "Pio Galli" che alla fine aveva firmato e difeso - anche lui- l'accordo che "salvò la Fiat" con 23.000 licenziamenti di lavoratori.

2. Il dato che saltava agli occhi nella manifestazione nazionale degli operai di tutto il gruppo Fiat a Torino, era la scarsa partecipazione proprio degli operai “torinesi” che contrastava con la partecipazione numerosa e combattiva degli operai degli stabilimenti del sud a rischio chiusura.
Le parole di Marchionne il giorno precedente la manifestazione, sono state prese come rassicuranti da tutti i soggetti coinvolti tranne che dagli operai delle fabbriche meridionali della Fiat che più delle altre sentono aria di licenziamenti di massa. Il rischio che si concretizzi la “desolidarizzazione” tra gli operai dei vari stabilimenti era visibilmente presente nella manifestazione di Torino
Non è un caso che la contestazione sia stata condotta, principalmente, dai lavoratori di Pomigliano in gran parte iscritti allo Slai/Cobas e deportati nel capannone-confino di Nola. Questo segmento operaio, come i loro compagni di Termini Imerese, di Termoli o di Melfi, è quello che in cambio della cosiddetta garanzia di un salario inadeguato ha dovuto ingoiare, un organizzazione dello sfruttamento bestiale ma, tecnicamente scientifica, che ha fatto realizzare enormi profitti alla FIAT. Oggi questi lavoratori, molti dei quali con mogli e figli disoccupati, vedono svanire il loro posto di lavoro ed assistono sconcertati e sfiduciati il prolungarsi dell’azione collaborazionista di CGIL-CISL-UIL e dell’UGL.

3. E’ evidente poi, come in un contesto di così alta e giustificata tensione sociale, non bastino più le “parole di fuoco” di Rinaldini contro Marchionne quando i dirigenti della Cgil e Fiom, sul piano territoriale ed aziendale, sottoscrivono accordi capestro per i lavoratori. Ed è ancora più evidente come, anche a ridosso della vertenza FIAT dentro cui si sta ulteriormente, consumando l’inadeguatezza e la lunga crisi della sinistra (che già si era vista nella vertenza Alitalia), i lavoratori iniziano ad agire con modalità non propriamente compatibili con il bon ton con il quale il riformismo nostrano (a differenza della Francia o di altri paesi europei) ha sempre ingabbiato le modalità del conflitto.

4. La contestazione di Rinaldini è un fatto clamoroso ma apre, materialmente, una fase politica e sindacale nella quale i comunisti e la soggettività anticapitalista dovranno, necessariamente, svolgere una possibile funzione più avanzata anche se molto difficile e complessa che punti alla ri/costruzione di relazioni sociali e collegamenti veri con i diversificati comparti del blocco sociale popolare oggi profondamente diviso. E' questa una condizione decisiva per ridare linfa vitale ad una soggettività che non si rassegna ad un ruolo di sterile ed ininfluente testimonianza.

5. La sacrosanta incazzatura dei lavoratori FIAT necessita di dotarsi di strumenti di discussione e di lotta che riescano ad imporre una inversione di tendenza nei rapporti di forza tra l’impresa e gli operai. Si tratta di superare perciò il clima di disorientamento, divisione e di sfiducia nel proprio potenziale di lotta che serpeggia tra gli operai dei vari stabilimenti Fiat e che sta impedendo il concretizzarsi di una dura risposta dei lavoratori all’altezza della posta in gioco.

6. Mentre il management della FIAT allarga il suo disegno antisociale negli Stati Uniti ed in Germania, e mentre può innestarsi, anche inconsapevolmente una preoccupante concorrenza al ribasso tra i lavoratori all’interno del nostro paese e nei vari paesi e stabilimenti, occorre ricalibrare l’azione politica in atto. Nessun posto di lavoro deve andare perduto, nessuna fabbrica deve chiudere, nessuna contrapposizione e concorrenza tra lavoratori dei vari stabilimenti e paesi coinvolti in questa vertenza, nessuna differenziazione salariale e normativa tra lavoratori impegnati alla FIAT e quelli collocati nell’ indotto. Insomma, per non regalare la giornata di lotta di Torino agli sciacalli dei media o alla rendita di posizione di una sinistra sindacale ormai in deficit di credibilità e compatibilizzata, c’è bisogno di scelte coraggiose e conseguenti. L’incalzare della crisi e dell’offensiva antioperaia a larga scala ci ricorda che il tempo delle camarille e degli infiniti tatticismi è finito.

17 maggio

La Rete dei Comunisti
http://www.contropiano.org

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