IL PANE E LE ROSE - classe capitale e partito
La pagina originale è all'indirizzo: http://www.pane-rose.it/index.php?c3:o1507

 

La guerra infinita e "questo" 25 aprile

di Michele Di Schiena

(22 Aprile 2003)

Se nella guerra contro l’Iraq c’era una previsione di assoluta certezza era quella del suo esito: la vittoria statunitense resa sicura dalla incommensurabile sproporzione delle forze in campo. Ed era anche certo che la “vittoria” sarebbe stata rapida sia per questa sproporzione e sia perché difettava di qualsiasi credibilità la prospettazione di quella resistenza fino all’ultimo uomo strombazzata dal regime dal momento che una tale resistenza avrebbe potuto essere promossa e guidata non certo da un personaggio come Saddam Hussein ma solo da un leader carismatico con grande ascendente sulla sua popolazione e sul suo esercito. Sono apparsi quindi fuor di luogo e penosamente mossi da “servo encomio” l’entusiasmo per il successo americano da parte dei fautori della guerra e l’ambiguo compiacimento di coloro che si erano schierati contro il conflitto più per calcolate convenienze che per forti motivazioni.

Il fatto è che la forza, anche quando si afferma contro la ragione e si tinge di sangue, esercita sempre un sinistro fascino sui tanti “don Abbondio” ed i tanti “Girella” che purtroppo popolano il panorama politico del nostro Paese e non solo di esso. Ma c’era un’altra previsione dotata anch’essa, se non di certezza, almeno di un alto grado di probabilità: il rischio che la fantomatica resistenza irriducibile del regime iracheno finisse per lasciare il posto, come certi segnali sembrano annunciare, ad una resistenza fatta di guerriglia e di terrorismo, una sorta di intifada irachena condotta non solo dai “fedelissimi” del dittatore ma anche e soprattutto da ben più motivati gruppi del nazionalismo arabo e del fondamentalismo islamico di osservanza sciita e sunnita. E ciò in una situazione incandescente con attentati e scontri fra sette ed aggregazioni in violenta competizione tra di loro ma al tempo stesso accomunate dalla determinazione di lottare contro gli odiati “invasori”.

Ed a questo rischio si aggiungeva anche il pericolo, già confermato da inquietanti minacce alla Siria, che il Presidente americano, utilizzando una vittoria che gli serviva per mettere le mani sul petrolio iracheno e per intimidire tutti esibendo il potenziale bellico di cui dispone, fosse subito tentato di dar corso a nuove imprese militari. L’attuazione cioè di quel progetto imperiale che la destra radicale statunitense ha affidato a Bush facendo leva sulle sue ambizioni di grande condottiero “inviato dalla provvidenza” per americanizzare e sottomettere il mondo. Un progetto questo connaturato all’imperante “turbocapitalismo” che oggi controlla la Casa Bianca e che cerca nella “guerra infinita” l’impossibile via d’uscita da una crisi oramai strutturale ed irreversibile. Siamo quindi di fronte ad un disegno che persegue la più iniqua delle rivoluzioni di tutti i tempi e cioè quella dei ricchi contro i poveri, che vuole globalizzare il privilegio e l’ingiustizia, che sta crocifiggendo il mondo con una valanga di “undici settembre” e che sembra in grado di imporre con ogni mezzo (“colpisci e terrorizza”) le sue logiche ed i suoi diktat. Un disegno che non ha però alcuna possibilità di definitivo successo perché il progresso morale e civile dell’umanità è scritto nel suo DNA e finisce sempre nei tempi lunghi a mandare in frantumi le forze che lo avversano.

Quello della amministrazione Bush è quindi un progetto che, in nome di una democrazia formale e di facciata, rinnega la democrazia sostanziale e si esprime in scelte, arroganze e comportamenti che attualizzano il vecchio imperialismo espansionistico con la rivendicazione e l’esaltazione della potenza economica e militare come base di lancio di una politica egemonica, aggressivamente competitiva e tendenzialmente autoritaria che guarda alla guerra come ad uno strumento necessario per l’affermazione del proprio dominio e dei propri interessi. Un nuovo imperialismo che, avendo allargato a dismisura le proprie pretese, ha convertito il suo nome in quello di “globalizzazione” ed ha cambiato anche i metodi del suo operare perché utilizza il suo potere per abbattere o comprimere, con tutte le possibili “deregulation”, le conquiste di civiltà del diritto sia a livello internazionale che all’interno dei singoli stati. E lo fa per rendere più liberi i forti e sempre meno tutelati i più deboli.

Ed allora l’appello a “resistere, resistere, resistere” acquista oggi un significato che supera quello, già rilevante, che assumeva nel contesto civile ed istituzionale nel quale veniva tempo addietro pronunciato: esso si carica di un grande valore politico di respiro generale ed esprime l’esigenza di portare avanti la lotta per la pace con una permanente mobilitazione delle coscienze e delle energie democratiche per il ripristino, nelle relazioni fra i popoli, del diritto internazionale e per la difesa e la promozione, sul piano interno, dei diritti fondamentali colpiti e negati. Il “no” alla guerra infinita e la domanda di legalità sono perciò lo spirito che pervade la celebrazione di questo 25 aprile: una “resistenza” con i valori di sempre ma con un volto nuovo, un volto “planetario” sul quale si riflettono le speranze di pace e le istanze di liberazione dell’intera umanità.

Brindisi, 22 aprile 2003

Michele Di Schiena

Fonte

Condividi questo articolo su Facebook

Condividi

 

Notizie sullo stesso argomento

Ultime notizie del dossier «Ora e sempre Resistenza»

Ultime notizie dell'autore «Michele di Schiena - Bari»

8402