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Non si combatte la mafia riducendo gli spazi di democrazia

(25 Maggio 2009)

Per sconfiggere la mafia, c'è bisogno di un esercito ... di insegnanti. Lo diceva Giovanni Falcone, che aveva capito molto prima di altri, che la mafia è un sistema e come tale deve essere combattuta. Giovanni Falcone sapeva e denunciava che innanzitutto si deve lottare contro la mafiosità quotidiana, che si alimenta di disagio sociale che comincia della dequalificazione della scuola pubblica. Perchè la mafia può contare sul consenso solo quando alimentato dall'ignoranza.
Il sapere, la cultura, l'istruzione, sono argini che possono fermare lo straripare del sistema mafioso, che altrimenti rimane libero inondare ogni settore della vita sociale, civile e privata. Perciò, se quegli argini vengono abbattuti, se quella prima e fondamentale barriera al dilagare del sistema mafioso viene eliminata, la mafia non può che esserne contenta. Se pertanto la scuola viene dequalificata, la mafia non può che ringraziare chi quell'operazione di dequalificazione porta avanti.

In questo senso, è innegabile che le politiche in materia di scuola pubblica portate avanti dai vari governi da molti anni a questa parte, non possono essere un argine al sistema mafioso, dal momento in cui: sottraggono risorse finanziarie alla scuola, mentre destinano soldi pubblici alla scuola privata; aumentano il numero di studenti per classe peggiorando inevitabilmente la qualità dell'insegnamento; licenziano migliaia di insegnati; riducono le ore di attività scolastica orientate ad attività sociali, di aggregazione e di crescita. Una condizione di progressivo degrado della scuola pubblica con l'obiettivo dell'annullamento del suo valore sociale. Una condizione che ognuno che possa dirsi sinceramente contro la mafia, ha il dovere di denunciare. Sia esso un singolo cittadino, un'associazione, un partito politico o un sindacato.

Questo i Cobas hanno fatto a Palermo il 23 maggio, durante la commemorazione del diciassettesimo anniversario della strage di Capaci, davanti all’albero Falcone in via Notarbartolo. Lo hanno fatto sabato scorso come lo fanno da 9 anni, con lo stesso vecchio striscione, ancora drammaticamente attuale anche se logorato dal tempo e che recita: "LA MAFIA RINGRANZIA LO STATO PER LA MORTE DELLA SCUOLA". Quest'anno, però, quello striscione a qualcuno non è piaciuto e quella denuncia, tanto forte quanto reale, non è sembrata opportuna. Così quello striscione è stato fatto ritirare e tre aderenti ai Cobas sono stati costretti a commemorare la strage di Capaci tra le mura della questura di Palermo, con l'accusa di manifestazione non autorizzata, vilipendio allo Stato e resistenza a pubblico ufficiale. Purtroppo, sembra che ad invitare la polizia ad intervenire, sia stata l’associazione della sorella del giudice Falcone, probabilmente ritenendo la manifestazione un fatto privato, ad appannaggio esclusivo degli organizzatori. Se così fosse, ci troveremmo di fronte ad una privatizzazione della memoria collettiva per le vittime di mafia. Le manifestazioni contro il sistema mafioso sarebbero trasformate in occasioni di ritrovo istituzionale, a cui pezzi di società civile sono invitati a partecipare senza esprimersi. Senza possibilità di far sentire il proprio dissenso, senza possibilità, quindi, di esercitare pienamente il proprio diritto di espressione. Ma non si può pensare di combattare la mafia riducendo gli spazi di democrazia. Non si può lottare contro il sistema mafioso, senza combattere per l'affermazione di diritti fondamentali, come quello di una scuola pubblica qualificata che sappia garantire la conoscenza.

Sabato a Palermo, durante la commemorazione del diciassettesimo anniversario della strage di Capaci, davanti all’albero Falcone in via Notarbartolo, tre lavoratori della scuola aderenti ai Cobas si sono espressi contro la mafia e per l'affermazione di una scuola pubblica degna di questo nome, come argine al sistema mafioso. Ma hanno detto loro che era meglio stare zitti. E lo hanno fatto con un pessimo stile...

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