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(Di lavoro si muore)

Ammalarsi, morire di lavoro non è ineluttabile

(27 Maggio 2009)

Dopo gli ennesimi omicidi sul lavoro, dei tre operai della ditta Comesa ( ditta di appalto che opera alla Saras Sarroch). Vi invio mio articolo sempre attuale scritto il 20 dicembre 2007.

In Italia muoiono sul lavoro, cadendo dalle impalcature, schiacciati sotto i trattori o macchine operatrici, stritolati dagli ingranaggi e per tante altre cause più di 1000 persone ogni anno (1280 nel 2006), persone in carne ed ossa ogni giorno, festivi compresi.

Purtroppo sono migliaia le famiglie che hanno saputo per telefono la notizia della morte di un famigliare che qualche ora prima aveva lasciato casa per andare a lavorare. Preti e carabinieri sono gli ambasciatori o i centralinisti di queste tragiche notizie. Gli infortuni sul lavoro sono un eccidio relegato nelle cronache locali, che assurge a fatto nazionale quando assume carattere di strage.

Agli infortuni si aggiungono le malattie contratte a causa del lavoro svolto(veleni, polveri, rumori, condizioni particolarmente disagiate). Anche radiazioni, agenti cancerogeni e chimici, soprattutto stress minacciano la salute delle lavoratrici e lavoratori italiani. Per esempio bisogna mettere in conto anche le cattive condizioni in fatto di ambiente e di lavorazioni, un fattore pernicioso ad esempio per chi svolge un lavoro ripetitivo per oltre 30 minuti, oppure è costretto a lavorare in luoghi dove il consumo di ossigeno mediamente inferiore al 30% del valore massimo.

Per i lavoratori in agguato vi sono anche i tumori. I lavoratori che ogni giorno sono esposti ad agenti carcinogeni corrono il pericolo di contrarre il tumore al polmone o alla vescica. Questi elencati sono alcuni dei pericoli che corrono le lavoratrici ed i lavoratori.

Per risparmiare, invece di prevenire, si cerca di negare e limitare il risarcimento a chi è stato danneggiato. Ma quello che non si può tollerare è che si consideri ineluttabile ferirsi, ammalarsi e morire di lavoro. Ma la sicurezza costa. Costa alle singole aziende, che hanno invece come obiettivo primario il profitto. Ricordate i tanti morti nei cantieri che costruivano o ampliavano gli stadi in occasione dei mondiali di calcio? Le imprese avevano fretta:orari impossibili, lavoro a cottimo.

In tutti questi anni ogni governo che si è succeduto si fa paladino della competitività dell’economia, emana le leggi in base ai profitti degli industriali. Questa è la legge della lotta di classe; la morte o la invalidità di un lavoratore non è un problema per il capitalista, ne selezionerà un altro dall’esercito di riserva dei disoccupati. E’ la legge del capitale finanziario oggi predominante nell’economia italiana e mondiale e nei consigli di amministrazione delle industrie.

E i banchieri si sa, con la mente rivolta ai paradisi fiscali, non sanno né vogliono sapere in quali condizioni climatiche si lavora, della formazione dei giovani, dei tempi di percorrenza per andare al lavoro ecc. Il loro compito è quello di misurare la redditività del capitale investito e incanalarlo verso sponde sempre più redditizie.

Quindi per i lavoratori la capacità professionale e i rapporti di forza sul posto di lavoro diventano le reali condizioni di sicurezza. Questo porta a disparità evidenti che penalizza i più deboli come i lavoratori dell’edilizia, delle campagne, i giovani o gli immigrati.

Credo che il sindacato debba operare, un rigoroso controllo e pretendere l’eliminazione di qualsiasi rischio senza concedere deroghe e sconti, rivendicando misure certe di prevenzione ed organizzare le lotte per imporle. Una scelta che si scontra con l’azienda ed i suoi interessi, ma la prevenzione e la difesa della salute devono diventare parte importante nei contratti.

Il tutto certo non viene agevolato dall’attuale accordo sul welfare, che peggiora le condizioni dei lavoratori soprattutto precari. Infatti il protocollo prevede la detassazione degli straordinari a favore delle imprese. Ciò significa che le imprese trarranno vantaggio dall’uso massiccio degli straordinari da parte dei lavoratori.

Gli operai morti alla Thyssen Krupp erano alla quarta ora di straordinario oltre alle normali otto ore passate al lavoro. Ricordate la strage nella miniera di Marcinelle in Belgio (8 agosto 1956)dove morirono 265 minatori di cui 163 erano italiani, a causa dell’intenso sfruttamento dei giacimenti, senza le minime norme di sicurezza, ci troviamo ancora a denunciare la strage giornaliera che il profitto capitalista fa pagare alle lavoratrici e ai lavoratori.

Per il sottoscritto il giorno più triste della propria vita è stato nel dicembre del 1989, quando in miniera, in sottosuolo nel turno notturno (io ero in turno), mori schiacciato da una frana un giovane compagno iscritto al Pci.

Per questo oggi come ieri, credo sia opportuno fermare la strage delle morti sul lavoro, in primis con l’eliminazione della pratica del subappalto, con una mobilitazione politica e tecnica contro il lavoro nero, con l’applicazione delle pratiche di sicurezza che possono consentire di limitare i danni dei banchieri sulla vita e la salute delle persone. Una società a misura d’uomo metterebbe al primo posto il lavoro e, nel lavoro la sicurezza;e questo è ancora da conquistare.

Antonello Tiddia RSU Carbosulcis - Rete 28 aprile CGIL

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