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Omaggio al principe

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(11 Dicembre 2010) Enzo Apicella
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L'Ocse, l'Italia e la scuola di classe

(23 Giugno 2009)

Negli ultimi giorni l'OCSE, una delle più importanti organizzazioni sovranazionali del capitalismo, si è divertita a sfottere l'Italia. Prima ha constatato che le stime di “crescita”– o di “decrescita”, sarebbe meglio dire, visto che siamo a -5,3% del PIL – erano da rivedere al ribasso, poi ha sostenuto che la ripresa arriverà più tardi del previsto, e sarà comunque debolissima (parliamo del +0,4% nel 2010), poi che la disoccupazione quest'anno continuerà a salire fino al 10%, con un debito pubblico fino al 120%... Il tutto corredato da calo dei consumi, degli investimenti e del commercio estero. Poi, per farsi due risate, l'OCSE ha aggiunto: “tutte le previsioni sono soggette a una forte incertezza”. Insomma, può andar peggio. L'incertezza però non gli impedisce di consigliare la ricetta su misura per noi: ricapitalizzare le banche, fare riforme strutturali per aumentare la competitività, un bel giro di vite sulla pubblica amministrazione...

Cos'è che di sta storia fa ridere, se non facesse piangere? La smania con la quale il centrosinistra ed il centrodestra rivendicano la loro adesione ai dettami neoliberisti. Mentre l'opposizione accusa il Governo di non aver fatto le famose liberalizzazioni, il Governo usa il rapporto per dire: l'emergenza c'è, quindi bisogna riformare, intervenire, spezzettare. Il caso della Scuola è eclatante. L'OCSE ha messo gli istituti superiori italiani in coda alla sua personale classifica. La Gelmini se la ride: abbiamo ragione! Dobbiamo tagliare il personale. Ridurre le ore di lezione. Misurare le performance di presidi e docenti. Spingere sull'autonomia degli istituti scolastici. Chiuderli, persino! E dare un bel bonus alle famiglie per mandare i figli alle scuole private...

Cosa c'entrino queste scelte con il rapporto è tutto da capire. Persino l'OCSE – il cui obbiettivo, sia chiaro, è educare i ragazzi alla competizione e al nozionismo, secondo dispositivi standardizzati che potranno renderli lavoratori obbedienti e produttivi – dice che le differenze di “performance” fra gli studenti sono attribuibili a condizioni materiali (come la regione d'appartenenza ed il reddito familiare). Persino l'OCSE si propone compassionevolmente di “contenere il gap educativo fra Nord e Sud [...] per ridurre le differenze economiche e sociali complessive” e di “recuperare le scuole e gli studenti più deboli, specialmente quelli a rischio abbandono”.

Ma non è finita qui. Proprio oggi il Ministero decide, secondo una pratica inusuale, di anticipare i numeri dei bocciati (oltre 370.000) e dei non ammessi alla maturità (oltre 25.000). Con il chiaro intento di orientare gli insegnanti ancora alle prese con gli scrutini, la Gelmini minaccia il pugno di ferro e manda a dire che la Scuola deve essere rigorosa. Peccato che tutti i pedagogisti prendano come paradigma dell'insuccesso dell'intero sistema proprio la cosiddetta dispersione scolastica: bocciature, evasioni e abbandoni.

Su una cosa però la Gelmini ha ragione: “questa scuola prepara i ragazzi alla vita”. È vero: è una scuola che rispecchia perfettamente la società italiana. Una scuola di classe, dove l'ingresso è deciso dal quartiere di appartenenza, le amicizie dalla marca dei vestiti, i risultati garantiti dall'aiutino delle lezioni private. Una scuola che penalizza il Sud, gli istituti tecnici. Dove il bullismo si svela come l'arroganza del più ricco e del più forte, oppure lo sfogo disperato di ragazzi che sentono di non aver nulla da perdere, nulla da fare, nulla da imparare, perché comunque quella parentesi subita 5 ore al giorno non ti porterà da nessuna parte. Una scuola in cui la “cattiva condotta” (sulla cui definizione ci sarebbe molto da dire) non viene compresa nelle sue origini sociali, ma cattolicamente attribuita, come fosse colpa morale, all'indole del ragazzo.

Da parte sua il centrosinista si limita a constatare che tanti ragazzi che restano negli istituti costano allo Stato tre miliardi in più. Perché non promuoverli allora, infischiandosene di cosa vadano mai a fare con un titolo sempre più squalificato, senza alcuno strumento critico-culturale, in tempi come questi? Strano che Alfano abbia dichiarato proprio oggi che si stanno costruendo nuove prigioni...

Ora, le considerazioni sarebbero tante. La prima intorno al ruolo dell'OCSE e degli organismi sovranazionali che dettano le politiche mondiali. E questo ci porterebbe direttamente alla contestazione del G8 dell'Aquila, come il luogo di gestione e sintesi (per quanto precaria) delle diverse azioni ultra/neo/iperliberiste. La seconda considerazione verterebbe invece intorno alla mancanza di rappresentanza politica dei lavoratori, degli studenti e delle classi sociali più deboli: quale partito o sindacato decide di opporsi a queste direttive? Quale le contesta frontalmente? Ecco un invito a sviluppare i sentieri di autorganizzazione, di contestazione radicale che abbiamo cominciato a percorrere quest'autunno in modo trasversale, fra studenti-lavoratori-genitori-insegnanti...

La terza considerazione, e le altre, preferiamo non farle. Perché lasciamo la parola a chi a Milano, qualche giorno fa, ha saputo esprimere un sentire diffuso, contestando e mandando via Gelmini. Sono stati subito chiamati “talebani” e “fascisti rossi”. Noi speriamo ce ne siamo molti, di questi “rossi”, per opporsi ai veri fascisti e ai veri buffoni in ogni scuola e facoltà... In ogni caso, saremo fra quelli!

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