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(21 Luglio 2012) Enzo Apicella

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“Pelle nera. Maschere bianche”

(25 Giugno 2009)

L’ultimo rapporto della FAO, afferma che un miliardo e venti milioni di persone sono malnutrite.

Si continua a morire per malattie già debellate o debellabili. Non sappiamo dare alloggi dignitosi per la popolazione. La povertà, l’insicurezza, la disoccupazione e la precarietà, sono da anni in costante aumento, mentre passiamo gran parte delle nostre giornate di vita a lavorare per il profitto, alienandoci la possibilità di dare un senso alla nostra esistenza, priva di soddisfazioni reali, mai basata sulle proprie aspirazioni ed inclinazioni.

Una esistenza funzionale all’accumulazione altrui.

Nel frattempo, le statistiche ci aggiornano sul crollo della disoccupazione giovanile, a fronte della permanenza degli anziani nei posti di lavoro; mentre la manovalanza immigrata incrementa l’occupazione ( ma le statistiche non ci dicono con quali retribuzioni da fame ).

Non è solo un crack derivato dalla crisi, ma il naturale corso della storia, fondata su economie di rapina, sfruttamento umano e naturale.

Chi, in altri tempi, era impegnato a rovesciare “lo stato di cose presenti”, oggi, si trova a cogestire quel potere che voleva smantellare, tanto da volerci far credere, che il loro operato travalica i meri interessi personali, bensì è rivolto al benessere altrui, tanto da tacciare da egoista o asociale, chi rivendica i propri diritti ( sociali ed economici ), accusandolo di immoralità o di voler vivere al di sopra delle proprie possibilità. Purtroppo, l’introiezione di tali “accuse”, provoca un ulteriore assoggettamento allo spirito di “abnegazione nazionale”, obnubilando le menti e distraendo i comportamenti. Ciò mentre, ancora oggi, c’è chi arricchisce, contrariamente a coloro che vedranno presentarsi il conto ( tasse, riduzione dei servizi pubblici, abolizione del welfare… ) dovuto a tanti “salvataggi” finanziari ed industriali, in previsione di una “razionalizzazione dell’economia” ed il “ ravvedimento etico” dei suoi gestori. Intanto, a droit et a gauche, si favoleggia, anche in convegni, di “rilanciare il sistema produttivo ed i consumi”. Ma come ( e questo vale per la cosiddetta gauche radical ), se fino ad ora si è dissertato su una crisi dovuta alla sovrapproduzione ed all’eccesso di consumo ( spesso futile ed inutile ), finanziato con credito illimitato? Non viene il dubbio, che per rilanciare i consumi, occorre operare in maniera opposta a quanto fino ad oggi fatto: aumentare il numero e il valore delle buste paga, restituendo il maltolto, dopo anni di politiche liberiste e restrittive. Già, ma in che modo, se il capitale tende a produrre di più e con meno addetti, magari, anche comprimendo i salari?

Il capitalismo, anarchico eccellente, deve oggi risolvere il suo problema, non importa come, anche a costo di prostituirsi al vituperato intervento statale, che per anni è stato la sua stampella: con le detassazioni, con le privatizzazioni, con lauti interventi assistenziali alle imprese e misere elemosine ai cittadini/consumatori, con politiche repressive e demolizioni delle conquiste sociali, imponendo “sacrifici, partecipazione e consenso” ai cittadini/sudditi. Non disdegnando inaspettati alleati tra alcuni pseudo difensori dei lavoratori, che ormai arroccati nei loro piccoli poderi, hanno creduto che statalizzazione e nazionalizzazione, equivalessero a rivoluzione o socializzazione dei mezzi di produzione e placati dalle assonanze, sono paghi nel dispensare consigli sui nuovi destini della “società che cambia”; cogestendo od annichilendosi, ogniqualvolta le conquiste dei lavoratori ( ottenute con le lotte e non regalate attraverso normative ), sono state calpestate dalle varie leggi Treu o “30”, dalle ratifiche di protocolli sul welfare o dagli attacchi ai contratti ed al diritto di sciopero, dalle “nuove” regole sul mercato del lavoro o le privatizzazioni….

Nel sottovalutare, che tali comportamenti reazionari, non sono stati altro che risposte alle crisi susseguitesi, non il loro riflesso, molti operano come se l’attuale società fosse migliorabile, ma non superabile ( non tenendo conto della capacità del capitale a mutare forma, ma non sostanza ), proponendo una serie di azioni, già fallimentari in altre epoche e contesti. Niente di nuovo, se già nel 1988, C. Napoleoni scriveva:« …abbiamo messo da parte una questione…che il capitalismo può avere una morte, come ha avuto una nascita…( e ), che l’uscita dal capitalismo, non si riusciva mai a definirla in termini positivi, ma soltanto negativi…». Eccoci giunti al nocciolo della questione: chi accetta un sistema economico basato sullo sfruttamento e finalizzato al profitto di pochi? Chi approva una società dove viene garantita la sopravvivenza, attraverso salari minimi, spesso utilizzati per consumi inutili ed artificiali, che ritornano al capitale ed utili alla sua sopravvivenza? E’ mai possibile, che non ci si renda conto che “il rilancio dei consumi”, allo stato attuale, dovrà necessariamente passare attraverso nuove operazioni d’indebitamento, perché, per il capitale ( che può anche riconvertire la produzione ), non è importante cosa produrre, ma l’accrescimento della ricchezza, il plusvalore.

Ma la ricchezza non viene creata dal nulla, per la sua reificazione necessita agire sulle leggi e le dinamiche del mercato del lavoro, che in quanto tale, abbisogna di una forza-lavoro ( non importa se manuale o cognitiva ) sempre disponibile, flessibilizzata e precarizzata, che si faccia essa stessa, date le condizioni, “esercito di riserva” ricattabile e pronta al “rilancio della produttività e dei consumi”. I governi succedutisi nel corso degli anni, hanno provveduto alla bisogna, ma spesso hanno dovuto tener conto di un piccolo fastidioso problema: la sopravvivenza fisica e mentale dei lavoratori e dei disoccupati, merce, purtroppo, deperibile e qualche volta irascibile.

I dati statistici sulla disoccupazione servono a ben poco e facilmente manipolabili alle peculiari esigenze. Normalmente, in senso tecnico, sono definiti disoccupati coloro che si iscrivono negli elenchi anagrafici dei centri per l’impiego, ma nulla si sa di coloro i quali non danno “disponibilità alla ricerca di un lavoro”, come se cambiasse qualcosa, considerato, che il lavoro non c’è, ma solo tanta, tanta, tanta “formazione” e la” buona volontà” di chi ancora crede alle politiche del lavoro. Tornando ai dati: alla fine del 2008, in Italia, avevamo 1.500.000 “disoccupati tecnici” e 3.000.000 di “disoccupati scoraggiati”, quelli senza “voglia di lavorare”, perché non partecipi alla lotteria/business delle politiche del lavoro, quelle attive. Ma nel nostro paese, può anche accadere che, contemporaneamente, aumentino gli occupati ed i disoccupati; non è un paradosso, perché in un periodo in cui la domanda di lavoro “tira”, anche chi aveva “smesso di cercare lavoro”, si propone sul mercato. Un esempio recente ci è dato dall’aumento di iscrizioni ai centri per l’impiego situati nel Comune di Roma, dovuto alla farsa delle “assunzioni” presso l’azienda municipalizzata AMA spa ( chi si è meravigliato di tanto afflusso, dovrebbe meravigliarsi dei motivi per cui i disoccupati non partecipano alle preselezioni quotidiane, quali lavori vengono proposti e le condizioni contrattuali ).

Aldilà dell’attuale crisi economica, la disoccupazione, quindi, non è mai cessata, piuttosto, non era visibile, nascondendosi tra le pieghe dell’assistenza sociale e del lavoro nero; si tratta, perciò, di una “disoccupazione strutturale di massa”, che molti occhi preferiscono non vedere, per non menzionare l’altra massa di diseredati, gli immigrati, altro prodotto di politiche liberiste.

La modifica normativa del mercato del lavoro inizia dagli anni ’90 ( anche attraverso tentativi di taglio al welfare ), ed ha condotto alla riduzione numerica dei lavoratori “utilizzati”, alla creazione di false o precarie figure professionali ( molti lavoratori” autonomi” e contrattisti ) e la “riserva” di coloro “disponibili a tutto”, italiani o stranieri. Purtroppo, la sottovalutazione del sindacalismo di base delle dinamiche afferenti i servizi per l’impiego, non è stata salutare, tenuto conto che essi veicolano politiche liberiste, senza alcuna contestazione. In parole povere, non si è data la giusta valenza a delle strutture/luoghi simbolo, che avrebbero coagulato un certo numero di soggetti ( disoccupati, precari, cassaintegrati, immigrati, inoccupati… ), avrebbero favorito il sostegno alle loro lotte, anche finalizzate a diversi obiettivi ( reddito di cittadinanza, lotta per la casa, antirazzismo, difesa dei servizi pubblici) e si sarebbe potuto pretendere il controllo diretto delle politiche del lavoro decentrate, troppo spesso in mano a personaggi incompetenti e più interessati alla gestione di fondi europei.

L’adeguamento ai voleri comunitari liberisti, ha introdotto elementi di precarietà, che necessitano essere governati attraverso politiche di sostegno al reddito, possibilmente per non lunghi periodi: i servizi per l’impiego, stanno diventando ulteriori strumenti per la governance delle politiche occupazionali, anche agevolando il passaggio dal welfare, al più liberista workfare.

Di quest’ultimo ne diamo una definizione attraverso le parole di A. Fumagalli: « un sistema di welfare non universalistico di tipo contributivo (cioè ognuno riceve in funzione di quanto da, come già avviene oggi con la riforma previdenziale), strutturato sull’idea di fornire un aiuto di ultima istanza laddove esistano condizioni esistenziali che non consentono di poter lavorare e quindi di accedere a quei diritti che solo la prestazione lavorativa è in grado di garantire…( un sistema ) complementare ai progetti di privatizzazione del welfare pubblico ( che sintetizza fordismo e neoliberismo ), secondo una linea di continuità tra governo Prodi e Berlusconi…». In poche parole: io Stato, ti assicuro qualche tutela, ma in cambio tu devi accettare lavori anche a 50 km dalla tua residenza, pure in un altro settore produttivo e con minore retribuzione ( chiamano ciò: congrua offerta di lavoro ), altrimenti, rifiutando, perderai ogni diritto. La disoccupazione trasmuta in colpa.

In Italia, siamo fra gli ultimi a recepire queste politiche di “attivazione” al lavoro. Negli Stati Uniti, il principio secondo cui gli aiuti non sono diritti universali, ma favori da meritare, sono conosciuti dal ’97 attraverso la sigla Tanf ( il nome dice tutto ): Temporary assistance for needy famiglie. Con la sottoscrizione di un “piano di responsabilità individuale” ( da noi, abbiamo il più fantasioso “piano di azione individuale”- PAI ), l’assistita/o ( lo sfigata/o ), ha diritto a partecipare a corsi, seminari, rispettare gli appuntamenti, accettare un lavoro, che di solito è indirizzato verso il settore alberghiero, della ristorazione o assistenza alla persona. Questi posti di lavoro, sono per lo più precari e scarsamente remunerativi.

Con piccole variazioni, le politiche di workfare inglese sono similari, ma hanno avuto un comune denominatore con i cugini d’oltre oceano: nessun freno alla disoccupazione.

La Regione Lazio, attraverso i centri per l’impiego, si appresta ad attivare i patti di servizio ed i piani di azione individuale. Estrapoliamo dagli “standard regionali per l’adozione dei patti di servizio…”: mancato colloquio…mancata presentazione a colloquio aziendale…rifiuto congrua offerta di lavoro…mancata adesione offerta formativa”; dall’”accordo quadro sugli ammortizzatori in deroga”: “effettiva partecipazione alle politiche attive, pena revoca del provvedimento; dal “regolamento attuativo per il reddito di cittadinanza”: “la decadenza dei benefici opera a seguito di rifiuto di congrua offerta lavorativa”. Frasi prodromiche al “darwinismo sociale” e liberismo potenziato.

Perché “darwinismo sociale”? Evidentemente, la precarizzazione dei rapporti di lavoro e la presenza di nuove figure di lavoratori, ha reso la contrattazione da collettiva ad individuale, esasperando la concorrenzialità fra lavoratori. Il fatto di poter rendere spendibili le proprie potenzialità, deriva da un insieme di fattori, che dipendono da una sorta di relazionismo sociale, oltre le peculiari capacità, da cui l’individuo attinge. Ci si mette sul mercato e si vendono le proprie abilità. Ma cosa fare dinnanzi a processi che non si comprendono, alla mancanza di informazione, all’isolamento, alla” inabilità sociale” a far valere le soggettive competenze? Scatta la trappola del workfare, basata sulla recondita idea che se le persone sono disoccupate la colpa sia loro e che, dunque, non meritino né sussidi, né altri ammortizzatori. Tutto viene legato all’obbligo di accettare qualunque lavoro. Conseguenza: aziende più forti e fine della libertà di scelta per i lavoratori. Fine di ogni potere contrattuale, anche individuale, del lavoratore. Lo stato sociale funzionale al capitale.

La demagogia sull’inopportuno “rifiuto del lavoro”, ha contagiato anche settori, che quando lontani dal potere, qualche tempo fa, abiuravano tali proposte. Oggi, vengono ribaltate tali prerogative, assecondando e partecipando attivamente all’implementazione di politiche liberiste, che opprimono ogni possibilità al rifiuto del lavoro capitalistico. Oggi, rendendosi complici alla realizzazione di politiche di workfare, si rendono più lontane nuove prospettive per non demagogici, ma reali redditi di cittadinanza, che rendano più liberi e meno individualisti i suoi percettori.

Purtroppo, il “progetto” e la promozione di tali attività, stanno modificando anche il bagaglio culturale di operatori ed attivisti part-time, almeno a leggere tali affermazioni: «A partire dall’ultima riforma nazionale (L. 30 e decreto applicativo 297) che ha prodotto la trasformazione dei vecchi collocamenti pubblici (prevalentemente orientati a gestire procedure amministrative riguardanti la disoccupazione e le graduatorie annesse) ai nuovi servizi per l’impiego (invece prevalentemente orientati a fornire politiche attive e misure di protezione sociale su base locale) la Provincia di Roma si è orientata a riconfigurare il nuovo corso dei Servizi per l’impiego in funzione di un virtuoso allineamento all’interno ». (http://www.indipendenti.eu/blog/?p=6243 )

L’indipendente estensore della frase, sembrerebbe approvare la “riforma” dei servizi per l’impiego che, secondo lui ( non sappiamo quanto organico al contesto ), sono attualmente orientati ( grazie alla legge Maroni ) a “fornire politiche attive e misure di protezione sociale”, ritenendo “virtuoso” il nuovo corso intrapreso dalla Provincia di Roma.

Riteniamo opportune alcune delucidazioni. Abbiamo già ribadito, come le politiche di workfare, che vincolano al lavoro il sostegno al reddito, siano espressione più deleteria del liberismo: non esiste negoziazione, quindi, non esiste libertà. Un concetto basilare, per chiunque sia coinvolto in qualsiasi forma di lotta a sostegno dei diritti sociali.

All’anonimo indipendente, evidentemente poco aduso alla frequentazione strutturale dei servizi per l’impiego, vorremmo far notare come, la Provincia di Roma, attualmente proiettata all’implementazione delle suddette politiche del lavoro, in contraddizione con il suo “virtuoso nuovo corso”, sia “distratta” circa il “valore d’uso” della sua società in house, Capitale Lavoro spa.

Se nel contesto pubblico si richiedono rigide osservanze delle regole da parte dei meno garantiti, pena la decadenza di alcuni benefici ( ma avverso quale penalizzazione in caso di inottemperanza della controparte? ); nell’ambito privato, si è affermato una sorta di welfare de noantri, che privilegia familismo, referentismo politico, clientelismo amicale, dove non viene lesinato lo sperpero di denaro pubblico, anche per generiche “consulenze”, non si sa a cosa finalizzate. Come per l’Alitalia, sussistono una pubblica bad company ed una privata good company.

Invitiamo quindi l’indipendente, salvo non abbia reconditi interessi personali, a riconsiderare le sue posizioni. Vanno bene le “esperienze autonome dei movimenti di lotta per la casa e per il diritto all’abitare, agli spazi sociali, dalle associazioni e comitati di quartiere, alle cooperative di carattere autogestito e ai gruppi di acquisto solidali”, ma abbattere “lo stato di cose presenti”, significa anche mettere in discussione privilegi di cui la massa non dispone e predisporsi alla conflittualità, pure con i propri datori di lavoro, onde abrogare vantaggi ed assicurare una equa parità di diritti, dove a tutti sia concesso di partire dalla stessa linea. Altrimenti, non ci si garantisce nessuna affidabilità.

Non a caso abbiamo preso in prestito il titolo di un libro di Frantz Fanon: “non per niente quando un africano comincia ad avere dei comportamenti diversi (come si veste, come riceve, i muri alti con il citofono ) noi diciamo che è diventato un nero-toubab ( = bianco ).- Cleophas Adrien Dioma

Luciano Di Gregorio
RdB-CUB Pubblico Impiego

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