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Dopo la sconfitta dei referendum Guzzetta in difesa della democrazia, ora difendiamo il referendum

(25 Giugno 2009)

I referendum Guzzetta sono stati sconfitti con un risultato che non ammette repliche. Non solo la più bassa partecipazione di sempre, ma anche un risultato di scrutinio che con soli 8 milioni di sì ha messo la parola fine a qualsiasi tentativo di ledere i diritti fondamentali, come quello della rappresentanza, per via referendaria.
I talebani del maggioritario e della forzatura bipartitica debbono quindi rassegnarsi ad accettare l'idea che la festa è finita.
Grazie ad un articolo di garanzia della Costituzione, che impone la partecipazione del 50% più uno degli elettori, erano già stati respinti altri due tentativi nel 1999 e nel 2000. Con la sconfitta del 2009, alla garanzia costituzionale c'è da aggiungere lo scarso consenso di sì ottenuto.
Volendo fare un confronto con il referendum più boicottato della storia referendaria italiana, quello per l'estensione dell'art. 18 (90% dell'arco costituzionale, confindustria e sistema dell'informazione che hanno invitato all'astensione o a votare no), oltre due milioni di sì in meno.
Un dato, infine, che dovrebbe far riflettere circa la bontà della previsione del quorum, il milionetrecentomila circa di voti nulli o bianchi. Si tratta di cittadini non in grado di prendere posizione che, a differenza di altri, optando per andare lo stesso a votare hanno consentito che si potesse decidere nonostante la loro indecisione o, perché no? la loro impreparazione di fronte a dei quesiti certamente complessi.

Premesso ciò, non si può rimanere inerti di fronte all'attacco immediatamente portato avanti da più parti contro l'istituto referendario e contro, soprattutto, i meccanismi di garanzia.
Chi scrive non è contrario ad una ridefinizione dell'istituto referendario. Anzi, proprio perché vi sono stati evidenti abusi, in modo particolare essendo stati ammessi quesiti referendari che avevano l'obiettivo di ridurre i diritti delle minoranze, è quanto mai urgente intervenire affinché ciò non avvenga nuovamente.
Allo stesso tempo, però, l'Istituto referendario deve rimanere, o meglio, deve divenire strumento di democrazia diretta nelle mani dei cittadini e non strumento di manipolazione subito dai cittadini.
Partendo da questo principio, non è possibile accettare l'innalzamento del numero delle firme.
Cinquecentomila firme da raccogliere, legalmente registrate, sono impresa impegnativa che già oggi rende lo strumento referendario di fatto inaccessibile a quella che potremmo definire "la società civile".
Alzare il numero di firme, altro non significherebbe che consegnare del tutto l'iniziativa referendaria a "chi ha la forza per poterlo fare", a quello stesso potere politico nei confronti del quale, invece, l'Istituto referendario dovrebbe costituire un argine.
E' per questo motivo che chi scrive è da sempre contrario all'innalzamento del numero delle firme, ed è per questo che non si può che esprimere sconcerto di fronte alla facilità con la quale in molti propongono un rimedio in grado di ridurre uno strumento tendenzialmente di democrazia diretta a forma di "democrazia" plebiscitaria ad uso e consumo del potere.

Certamente, se cinquecentomila firme debbono bastare per sottoscrivere una richiesta di referendum, le stesse firme non dovrebbero poter essere utilizzate per sottoscrivere decine di referendum. Limitare la possibilità, per ogni cittadino-elettore, di poter sottoscrivere un massimo di 5 proposte l'anno, sarebbe più che sufficiente per impedire gli eccessi compiuti negli anni passati dal partito radicale. Tanto più che tali eccessi si sono rivelati in grado di produrre soltanto disaffezione nei confronti dello strumento referendario.

Per quanto riguarda invece le varie proposte di abbassamento del quorum, o di adeguamento del quorum a seconda della partecipazione alle ultime elezioni politiche, anche in questo caso, facciamo attenzione che poi il tutto non finisca per trasformare uno strumento, è bene ripetersi, tendenzialmente di democrazia diretta, in qualcosa di completamente opposto.
Giova all'interesse generale che dei poteri ben organizzati possano, loro soltanto (anche grazie all'innalzamento delle firme necessarie), promuovere dei referendum che potrebbero essere approvati dal 40 come dal 20% degli aventi diritto?
Evidentemente no, tanto più tenendo conto che senza un sistema d'informazione pluralistico, in grado di permettere a tutti i cittadini-elettori di comprendere la posta in gioco, ci troveremmo di fronte ad una partita truccata.
E dato che nessuna legge sulla par condicio sarà in grado di garantire correttezza e completezza dell'informazione, meglio non fare salti nel buio e affidarsi alle certezze.
Per cui, qualsiasi intervento sul quorum, ammesso e non concesso che si tratti di una strada utile da percorrere, non potrebbe in ogni caso non tenere nella giusta considerazione che fra gli elettori potrebbe esservi un'alta percentuale di disinformati e/o di indecisi rispetto ai quali non può e non deve valere il principio che a decidere per loro siano i gruppi di potere ben organizzati.
A volte si è disinformati per colpe proprie; molto più spesso, però, per colpa di chi tiene i fili.
Anche in occasione dell'ultimo referendum, le difficoltà maggiori da superare le hanno avute chi era contrario. Di fronte a dei quesiti a dir poco impresentabili, che se ne sia parlato poco, ma solo in termini di contenuti, è andato ad esclusivo vantaggio di chi non aveva alcun interesse ad approfondire gli effetti reali che l'iniziativa referendaria comportava. Il basso profilo tenuto dai due maggiori partiti per sostenere la bontà dei referendum si spiega soltanto così e non con i ricatti della Lega nei confronti di Berlusconi. Da chi era ricattato il PD? Non aveva forse le mani libere per condurre una decisa battaglia di sostegno?
Se alla fine anche il PD ha preferito defilarsi, è stato soltanto per un motivo: nessuno ha voluto metterci la faccia perché era impossibile uscirne fuori in maniera dignitosa. Ed è per questo che dai sostenitori del sì la battaglia referendaria è stata alla fine perlopiù condotta affidandosi soltanto ai facili slogan che non entravano nel merito dei quesiti.

Da queste considerazioni, la necessità, in ogni caso, di tenere in debito conto il disagio dei cittadini-elettori di fronte a dei quesiti che potrebbero risultare di difficile comprensione.
In maniera analoga di quanto già avviene nelle votazioni del Senato della Repubblica con i voti di astensione, le schede bianche o nulle dovrebbero essere conteggiate tra i voti validamente espressi e di fatto valevoli come NO.
Applicando questa semplice regola all'ultima tornata referendaria, la dimensione dello scarso consenso ottenuto dai promotori risalterebbe con più evidenza.

In ultima considerazione, infine, per quella sorta di patto con il diavolo che gli elettori stipulano una volta approvati determinati quesiti.
Ci si riferisce, ovviamente, all'impossibilità, vista la natura abrogativa dello strumento referendario, di poter ripensare il proprio voto.
Nel caso della legge elettorale, ad esempio, con il "taglia e cuci" del referendum del '93 fu introdotto il maggioritario. Attraverso il medesimo meccanismo, però, per anni non vi è stato modo di poter tagliare e cucire la legge elettorale per reintrodurre il proporzionale. Cambiata la legge elettorale dal centrodestra nel 2005, con il "taglia e cuci" potrebbe però ora essere possibile proporre un quesito abrogativo in grado di rendere la legge elettorale un proporzionale vero (senza il voto di preferenza in quanto, la dove servirebbe aggiungere, non ve n'è la possibilità).
In altre parole, lo stesso elettorato si è ritrovato a vestire panni diversi:
- elettore di serie A in grado di decidere, nel '93, il passaggio dal proporzionale al maggioritario;
- elettore di serie B, dal '93 sino al 2005, perché non più in grado di avere gli strumenti per ripensare la propria scelta;
- di nuovo elettore di serie A, a partire dalla fine del 2005, perché nuovamente nelle condizioni di poter votare per ripensare la scelta del '93.
Questo assurdo "cambio di status" dell'elettore dovrebbe quindi far riflettere circa l'opportunità d'introdurre la possibilità di un referendum, a distanza di tot anni, in grado di annullare scelte fatte in precedenza per ritornare alla legislazione a suo tempo abrogata.
Nessuno è perfetto, anche il corpo elettorale che si esprime con i referendum; quello stesso corpo elettorale, del resto, per il quale è normale chiedere che cambi idea in occasione di ogni tornata elettorale.

Franco Ragusa - Riforme Istituzionali
(www.riforme.net

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