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Khamenei, la forza della teocrazia

(20 Giugno 2009)

Perentorio e investito di tutta l’autorità conferita dal ruolo la Guida Suprema Khamenei ha parlato scegliendo un momento solenne come la preghiera del venerdì. A una settimana dal contestatissimo voto del 12 giugno stamane a Teheran davanti a migliaia di cittadini ha chiarito che le proteste non devono mettere in discussione l’ordine costituito a cominciare dalla Repubblica Islamica. La puntualizzazione ha il valore d’un chiaro monito. Difficilmente tornerà sui suoi passi come aveva fatto nei giorni scorsi quando aveva concesso allo sconfitto Moussavi i benefici del dubbio e ai suoi fan l’alibi per dure contestazioni al successo del presidente uscente con l’infamante accusa di brogli. Poiché i cortei possono assumere anche il segno di aperta ribellione al potere teocratico ecco che il primo passo del più seguito ayatollah è quello di ribadire che l’islamismo non si tocca e con esso il sistema che prevede il governo del clero. Ponendo questo punto come elemento indiscutibile egli mette l’odiato Rafsanjani, che presiede l’Assemblea degli esperti che potrebbe rimuoverlo dall’illustre carica, nella condizione di difendere uno status comune e dunque evitare di prestare il fianco a fughe totalmente occidentalizzanti del movimento riformista. Ma il richiamo è allo stesso popolo dei contestatori, che pur sfilando e opponendosi ad Ahmadinejad si sono vestiti del verde islamico e hanno sempre invocato Allah.
Allora le fazioni finora contrapposte dei “conservatori pasdaran”, che milione più milione meno di voti per Ahmadinejad sono comunque numerosissimi, e dei giovani e meno giovani che del presidente estremista ne han piene le tasche da buoni fedeli rientrano tutti nella grande famiglia sciita. E se il presidente basij è decisamente ingombrante i riformatori per contestarlo non hanno trovato di meglio che appoggiarsi a un altro uomo d’apparato come l’ex ministro dell’Interno Moussavi, finanziato dall’eminenza grigia del clero arricchito e corrotto ch’è appunto Rafsanjani contro cui i sistenitori di Khatami s’erano già lanciati nel sogno di cambiamento di fine anni Novanta. Certo alcuni elementi d’un corto circuito fra regime e popolo sono palesi e si sono manifestati apertamente in queste calde giornate. Innanzitutto i limiti d’uno Stato autoritario che mette in pericolo la libertà individuale e collettiva truffando (ma occorre provarlo con certezza) il voto dei cittadini, quindi imbavaglia la libera comunicazione, come sta accadendo in queste ore alla stampa internazionale che si vede negato il diritto all’informazione e finisce ostracizzata alla stregua dei blogger del web. Lo scontro dunque potrebbe essere quello fra il fronte della presunta libertà di Moussavi e quello oppressivo di Ahmadinejad che assumerebbe tono da aut-aut se nei prossimi giorni la protesta puntasse ad azioni clamorose e s’aprisse un conflitto serratissimo.

Finora non sembra così. Sia perché ayatollah grandi e piccoli cercano a proprio vantaggio di scongiurare repressione e conflitto fratricida, sia perché il movimento di protesta pur guardando all’Occidente, usando strumenti tecnologici alla Twidder e You Tube per uscire dall’oblìo censorio, vestendo chador colorati e indossandoli alla sbarazzina non vuole, almeno per ora, laicizzare il sistema. Forse è debole per farlo. In molti casi non si fida d’un Occidente nella migliore ipotesi affarista (a vantaggio di pochi iraniani) e nel ricordo di chi ha più di trent’anni imperialista e amico dei sanguinari oppressori come la famiglia Palhevi, il cui erede dello Shah Reza, è impegnato in una sorta di vendetta contro gli ayatollah giudici di suo padre. Al di là di singoli casi i malumori contro il regime sono comunque diffusi e sul fronte economico colpiscono trasversalmente anche strati di ceto medio. Però il senso identitario di popolo, quello di nazione che mira a diventare potenza regionale, della religione sciita che difende i fedeli da secolari ostracismi costituiscono un cemento che pare tuttora amalgamare gli iraniani. Ad esso punta la teocrazia degli ayatollah cercando politici compiacenti alla Ahmadinejad ma che potranno chiamarsi anche in altro modo. La politica internazionale che pure guarda con attenzione gli eventi ha con le sue personalità più illustri glissato ogni commento ufficiale. Il timore d’essere accusati d’ingerenza è diventato, proprio con l’odierno discorso di Khamanei, assai concreto.

E come ha fatto il presidente Obama dicendo di non vedere grandi differenze nella politica prospettata per il futuro da Ahmadinejad e Moussavi si coglie sostanzialmente una realtà vera che, ad esempio su nucleare e politica estera, aveva visto i due contendenti su posizioni simili. Questo rende il mondo che conta per ora solo spettatore in una lotta per il potere che si serve del popolo.

19 giugno 2009

Enrico Campofreda

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