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L'origine del mondo

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Ancora sulle inchieste di Cosenza (e Taranto, passando per Genova)

(12 Maggio 2003)

Lo scorso 7 maggio, si è svolta in corte di cassazione a Roma l'udienza di discussione del ricorso presentato dal PM di Cosenza Fiordalisi contro l'ordinanza di scarcerazione decisa dal tribunale della libertà di Catanzaro. Nel corso dell'udienza, il procuratore generale, Veneziano, rappresentante dell'accusa, aveva chiesto il rigetto di tutti i motivi del ricorso del pm di Cosenza, aderendo di fatto alle richieste della difesa, e soprattutto all'impostazione data dal tribunale della libertà nell'ordinanza di liberazione. I difensori avevano ovviamente sottolineato la inammissibilità del ricorso del pm, basato su un'interpretazione dei reati associativi di cospirazione politica e di associazione sovversiva totalmente aderente alla relazione introduttiva del codice Rocco, datata 1930 (!).

Incredibilmente, la I sezione penale della corte di cassazione, dopo svariate ore di camera di consiglio, ha accolto il ricorso del pm per un motivo procedurale, ossia la violazione dell'art. 25 della costituzione. Secondo quanto sostiene il pm di Cosenza, i giudici del tribunale della libertà che hanno emesso l'ordinanza di scarcerazione si erano "autonominati" giudici di quel processo che, invece, in base alle tabelle interne del tribunale di Catanzaro, avrebbe dovuto essere assegnato ad un altro collegio. Con questa inaspettata decisione, la corte di cassazione praticamente contraddice la sua stessa giurisprudenza relativa a tale questione, sempre considerata una mera questione interna di ufficio non determinante alcun motivo di nullità degli atti compiuti.

Così ora il fascicolo torna al tribunale della libertà di Catanzaro che, composto da giudici diversi da quelli del 29 novembre 2002, dovrà riesaminare nuovamente l'ordinanza di custodia cautelare del gip di Cosenza. In realtà fino al momento dell'emissione delle motivazioni della corte di cassazione, che avverrà nel giro di un mese circa, non si può prevedere a quali limiti e principi dovrà attenersi il "nuovo" tribunale della libertà di Catanzaro. Infatti, nel caso in cui – come purtroppo è immaginabile – la cassazione si limitasse ad accogliere il motivo del ricorso del pm senza entrare nel merito delle accuse mosse ai compagni, il nuovo collegio del tribunale della libertà di Catanzaro avrà mano libera nel riesaminare completamente tutta l'inchiesta, magari pervenendo ad una decisione differente dalla prima ordinanza (quella annullata, per intenderci) che scarcerò i compagni ritenendo non sussistente il reato di associazione sovversiva per la rete del Sud ribelle.

Nella stessa giornata gli avvocati hanno discusso anche i ricorsi, inoltrati dai difensori, contro le ordinanze del tribunale della libertà di Genova che, nel dicembre 2002, decise di mantenere in galera tutti i compagni arrestati per ordine di quella procura. In particolare, si sono discusse le posizioni di Alberto Funaro (Fagiolino) di Roma, Vincenzo Vecchi di Milano, e Carlo Cuccomarino di Reggio Calabria. Lo stesso procuratore Veneziano, tanto ligio al rispetto della costituzione nella prima discussione, quando si è trattato di affrontare i fatti di Genova 2001, non ha esitato un solo istante a chiedere il rigetto totale dei ricorsi dei difensori, sostenendo che "Genova è un'altra cosa…".

Nonostante le motivazioni a supporto dei ricorsi dei difensori, soprattutto per quanto riguarda la violazione dell'articolo del codice di procedura penale che riguarda le esigenze cautelari (che a quasi due anni dai fatti non possono essere considerate sussistenti), sempre la I sezione penale della corte di cassazione ha rigettato in toto i tre ricorsi, ritenendoli inammissibili. Le motivazioni sono ancora sconosciute, ma per chi non lo sapesse basti dire che la I sezione penale è la stessa corte che nel caso dei poliziotti di Napoli - mandati agli arresti domiciliari per il sequestro di persona dei compagni ricoverati nell'ospedale dopo gli scontri e per le violenze brutali perpetrate nella caserma Raniero nel marzo 2001 -, affermò che "ad oltre un anno e mezzo dai fatti, in mancanza di altri pericoli, non si può tenere nessuno in stato di detenzione".

Ricordiamo, invece, che in stato di detenzione, in forma di carcere, arresti domiciliari, obblighi di firma, di soggiorno, etc., si trovano ancora tutti gli indagati dell'inchiesta genovese del dicembre 2002.

Nel frattempo, continua l'inchiesta della procura tarantina contro i Cobas, che portò agli arresti domiciliari nove compagni, esattamente un anno fa e che ha poi costituito parte integrante dell'inchesta di Cosenza. Paradossalmente, i pm di Taranto, Di Giorgio e Perrone, avevano convocato per il 9 maggio gli indagati e i loro difensori in procura per procedere ad un "accertamento tecnico irripetibile" per l'esame dei files contenuti nei computers sequestrati "appena" un anno fa (!). Violando l'evidenza delle cose, e il codice di procedura penale, che prevede questo tipo di accertamento in caso di cose soggette a modificazione e/o deperimento (come per esempio…un chilo di cozze!!!), i due pm hanno cercato di far entrare nel processo degli atti senza rispettare le procedure e le garanzie previste per la difesa. Ovviamente i difensori si sono opposti al compimento dell'accertamento, e tutto è stato rinviato alla decisione del gip che si pronuncerà nel prossimo futuro. E' chiaro l'intento persecutorio nei cofronti dei compagni di Taranto, che ancora non hanno potuto recuperare tutti gli oggetti sequestrati ad un anno di distanza, visti i "giochini" e la lentezze degli inquirenti…Per non parlare dell'atteggiamento tracotante e provocatorio tenuto dai due pm nel corso dell'udienza del 9 maggio, quando – in dispregio di ogni norma procedurale e di ogni forma di correttezza professionale – evidentemente infastiditi dall'opposizione presentata dai difensori, hanno proceduto a redigere il verbale dell'udienza senza nemmeno far entrare nella stanza gli avvocati (!!), che aspettavano da più di un'ora nel corridoio…

A questo punto abbiamo un paio di considerazioni da fare.

La prima deriva dalla constatazione che ad un anno ormai di distanza dall'inizio di queste vicende, a volte sembra quasi che non sia successo niente, se dovessimo basarci sulle reazioni e sulle valutazioni che ancora oggi una non marginale parte del movimento sembra dare di queste inchieste, e degli scenari che, piaccia o meno, hanno aperto.

Ci sembra infatti un segnale da non sottovalutare la mancata riuscita del presidio convocato in concomitanza con l'udienza in cassazione. Non vogliamo soffermarci sull'ovvietà delle conclusioni che possono trarsi mettendo in relazione quest'ultima evidente dimostrazione di sottrazione con le precedenti occasioni in cui si è data ampia dimostrazione di non voler assumere anche questo come terreno di lotta dal quale non retrocedere. Però ci lascia abbastanza perplessi il fatto che ancora oggi la "tattica dello struzzo" sia ancora così fortemente adottata, anche se mai rivendicata apertamente.

Tanto per capirsi: abbiamo chiesto in questi mesi in ogni occasione un confronto con le soggettività più diverse, che non è mai arrivato (a parte, ovviamente, quelle politicamente a noi più vicine). Eppure le occasioni non sono certo mancate, a partire dalla costruzione delle mobilitazioni contro la guerra o la campagna referendaria che si avvia a conclusione, per citarne solo due tra le più significative. Non si è mai trattato, per parte nostra, di ricercare attraverso equilibrismi e tatticismi, impossibili vicinanze politiche, e nemmeno metastorici frontismi "contro la repressione" o "contro le destre". Più semplicemente e più modestamente abbiamo ritenuto, e riteniamo, di non precludere uno sbocco coerentemente anticapitalista alle lotte ed alle mobilitazioni che in questi ultimi anni hanno attraversato un corpo sociale che si voleva reso ormai completamente asfittico da oltre un ventennio di sconfitte. Ma che invece ha spiazzato tutte le soggettività politiche già definite – noi per primi. Ma di questo non abbiamo mai fatto mistero, questo è il nostro contributo alla ripresa ed all'allargamento del conflitto sociale in questo paese.

Nessuna recriminazione, quindi: dalle rape non si può cavar sangue. Quello che però sta diventando insopportabile è lo sfacciato doppiopesismo di chi pur continuando a proclamarsi anticapitalista ed antisistema, pur continuando a parlare di "processo di fase" che "porterà ad un allargamento del conflitto", continua invece ad eludere le occasioni di confronto sui contenuti, in nome di improponibili "inciuci" - se ci passate il termine - col centrosinistra. Non ci appassionano le facili polemiche e non è nostro costume (per lo meno cerchiamo di fare in modo che non lo sia) sindacare le scelte altrui. Per noi la scelta filo istituzionale (elettorale) oggi come oggi, non è solo politicamente sbagliata, è un'idiozia pura, ma non saremo certo noi a lanciare anatemi e scomuniche verso chi la compie, a patto che queste scelte siano consapevoli e ce ne si assuma tutte le responsabilità e conseguenze. E che soprattutto non diventino terreno di scambio.

Detto questo, e assunto il fatto che le inchieste andranno avanti, queste come altre, proprio perché è evidente l'obiettivo di dividere non tanto le soggettività organizzate quanto le masse (o le moltitudini, se preferite…) di cittadini, lavoratori, studenti e disoccupati che si sono espresse nelle ultime grandi mobilitazioni, è a nostro avviso prioritario che il dibattito torni nei giusti binari e che il movimento in tutte le sue componenti e sfaccettature assuma, insieme alle altre, una battaglia per il ripristino di un generale sistema di garanzie e diritti.

Legare alla battaglia sull'art.18 la campagna di verità su Genova e Napoli significa cominciare a far vivere una piattaforma generale che, con le parole d'ordine della salvaguardia e dell'estensione dei diritti, offra obiettivi e terreni unificanti ai milioni di persone che rifiutano la globalizzazione liberista. Legare queste battaglie ad una vertenza più generale sul salario e sul reddito, dentro il quadro delle modifiche fattuali e formali prodotte dal processo di costruzione dell'Unione Europea, consente di guardare alla rinnovata "questione meridionale" affrontandola dal punto di vista dei "sud del mondo" che la globalizzazione moltiplica a dismisura. Assumere collettivamente una battaglia decisa contro le privatizzazioni – scuola, sanità, energia, trasporti, telecomunicazioni, acqua, casa…ecc - significa far vivere quel "movimento reale" che da Seattle in avanti ha prodotto quanto ha poi trovato forma organizzativa nei Forum Sociali Mondiali, e costituisce l'unico antidoto reale alla rabbiosa reazione del capitalismo occidentale, di cui la repressione delle lotte nel nostro Paese non è che uno degli aspetti che sta vistosamente evolvendosi.

Taranto, 10/5/2003

Confederazione COBAS

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