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Il Grillo parlante, il Gatto e la Volpe

(22 Luglio 2009)

Tutti conoscono “Le Avventure di Pinocchio”, la celebre fiaba inventata dall’estro di Carlo Lorenzini, in arte Collodi, per averla semplicemente ascoltata, oppure studiata a scuola, per averla vista al cinema o in televisione. Tra le varie versioni cinematografiche e televisive ricordo con piacere l’indimenticabile sceneggiato trasmesso dalla RAI nel 1972, un capolavoro di Luigi Comencini, con un cast formato da attori eccezionali: il magistrale Nino Manfredi nei panni di Mastro Geppetto, i memorabili Franco Franchi e Ciccio Ingrassia nelle vesti del Gatto e della Volpe, la splendida Gina Lollobrigida nel ruolo della Fata Turchina, infine il piccolo e sconosciuto Andrea Balestri nella interpretazione di Pinocchio e che oggi ha 46 anni.

Sarà che non ho mai ammirato il noioso e invadente personaggio del Grillo Parlante, ritratto simbolico dei moralisti di ogni tempo che si ergono a difesa dell’ordine costituito, dei falsi predicatori e paladini del buon costume, sempre pronti a sentenziare e dispensare consigli, ad impartire norme e precetti che loro sono i primi a violare. Né ho mai apprezzato il profilo dello stesso Pinocchio, un tipo ingenuo e facilmente influenzabile, effigie di tutti gli sciocchi zimbelli e burattini. Tanto meno ho amato la maschera di Mangiafoco, crudele metafora dei burattinai, degli aguzzini e carcerieri a difesa del sistema. Parimenti ho detestato quei mascalzoni che sono il Gatto e la Volpe, divertente allegoria dei numerosi furfanti in circolazione, sempre pronti a raggirare e derubare gli sprovveduti, anch’essi vaganti in gran copia. E ancor meno ho gradito i gendarmi d’ogni tempo, diffusi in ogni angolo del mondo. Invece, ho sempre preferito l’immagine allegra e strepitosa di Lucignolo, emblema dei giovani ribelli e disobbedienti, inguaribili sognatori, figura tipica dell’anarchico anticonformista all’eterna ricerca della libertà e della felicità inseguite nell’immaginario e utopico "Paese dei balocchi"…

Sarà per questo ed altre ragioni, ma francamente non riesco a provare una sincera simpatia nei confronti del comico Beppe Grillo. Ancor meno provo attrazione verso l’ambiguo movimento che i media hanno battezzato con il nome di "grillismo". Attingendo nella memoria storica e nella mia esperienza diretta, ho sempre provato una legittima diffidenza verso i movimenti di questo tipo, malgrado mi sforzi di comprendere le loro ragioni. In passato abbiamo già conosciuto altri movimenti di protesta antipartitocratica. Ad esempio, all’indomani della seconda guerra mondiale, nel clima rovente della guerra civile scatenata dall’opposizione tra fascismo e Resistenza partigiana, nacque il Fronte dell’Uomo Qualunque, fondato a Roma nel 1944 dal commediografo, giornalista e (guarda caso) uomo di spettacolo Guglielmo Giannini. Successivamente si affacciarono i Radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino, paladini del liberismo capitalistico anglosassone. Molti anni dopo apparve la Lega Nord di Umberto Bossi. Insomma, l’elenco è assai nutrito.

Tutti questi movimenti, sorti con motivazioni abbastanza analoghe, sono infine approdati al medesimo risultato: inserirsi nell’alveo della tanto agognata e maledetta Casta partitocratica. Ne approfitto per ricordare che lo stesso Silvio Berlusconi si presentò in illo tempore con le fattezze del "nuovo che avanza", come simbolo dell’Antipolitica. Egli seppe interpretare abilmente il diffuso sentimento di protesta e malcontento popolare diretto contro i partiti sull’onda emotiva scatenata dalle inchieste giudiziarie di Tangentopoli. Seppe cavalcare il comune senso dell’Antipolitica, ergendosi a paladino della battaglia antipartitocratica, per diventare infine l’emblema per eccellenza del potere partitico e istituzionale, oltre che di quello economico e del "quarto potere", quello mediatico.

Tuttavia, mi chiedo se tali accostamenti storici possano davvero servire a comprendere un movimento per certi versi inedito, quantomeno perché generato su Internet. Un fenomeno determinato dalla crisi di consensi e credibilità in cui versa da tempo il potere politico ricostituitosi in Italia dopo la "bufera" di Tangentopoli che investì i partiti della Prima Repubblica all’inizio degli anni ’90. Ma il parallelismo più logico e scontato, indubbiamente corretto dal punto di vista storico, è quello con il "leghismo", di cui il "grillismo" si configura come il più degno erede, ma in una versione di "sinistra". Se posso azzardare un audace paragone, il "grillismo" si presenta come una sorta di "leghismo di sinistra", ossia di marca “girotondina”.

Ma vorrei soffermarmi su un punto. Il movimento che Grillo ha saputo riunire attorno a sé, sebbene possa pretendere di aver ragione accampando una serie di giuste rivendicazioni contro un ceto politico corrotto, tuttavia non riesce ad occultare la sua reale natura moralista e inquisitoria. Mi spiego meglio richiamando la proposta di riforma che è il principale cavallo di battaglia del "grillismo". Mi riferisco al disegno di legge popolare articolato in tre punti per un “Parlamento Pulito”. I tre punti sono:

1) NO AI PARLAMENTARI CONDANNATI. No ai 25 parlamentari condannati in Parlamento - Nessun cittadino italiano può candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado e in attesa di giudizio finale.

2) DUE LEGISLATURE. No ai parlamentari di professione da 20 e 30 anni in Parlamento - Nessun cittadino italiano può essere eletto in parlamento per più di due legislature. La regola è valida retroattivamente.

3) ELEZIONE DIRETTA. No ai parlamentari scelti dai segretari di partito - I candidati al parlamento devono essere votati dai cittadini con la preferenza diretta.

Ebbene, fermiamoci a ragionare sulla “condizione” che per far parte delle liste civiche occorre essere “incensurati”, oltre a non avere tessere di partito. Questo dettaglio è assai rivelatore, è una spia che tradisce la vera indole reazionaria del movimento "grillista". Questo dato conta più del folclore, delle manifestazioni di protesta, delle battute ad effetto e dei "vaffa" urlati contro la Casta. Nel postulare una norma così rigida il progetto "grillista" rivela non solo un eccessivo timore reverenziale nei confronti dell’azione repressiva della magistratura, bensì tradisce un farisaico perbenismo e un giustizialismo "girotondino" a dir poco inquietante.

Oggi si può incappare facilmente nelle maglie della Legge, per cui si può essere "censurati" per molte ragioni, tra cui cito ad esempio i "reati d’opinione". La conseguenza immediata e concreta del disegno di legge proposto dal movimento "grillista" sarebbe quella di bollare come "colpevoli" tutte le vittime del sistema carcerario e repressivo, negandogli ogni diritto politico, escludendoli dalla "comunità politica", ossia dall’alveo della cittadinanza. In tale progetto di esclusione e repressione si rivela la natura autenticamente autoritaria del "grillismo". Vorrà dire che mi beccherò una valanga di critiche ed insulti da parte dei numerosi "grillini".

Lucio Garofalo

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