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(25 Novembre 2010) Enzo Apicella
La riforma Gelmini In discussione alla Camera

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    (La controriforma dell'istruzione pubblica)

    Per provare a vincere, veramente

    (17 Agosto 2009)

    Partiamo dal 15 luglio scorso. Una serie di associazioni (sindacali? professionali? altro?) di precari indicono una manifestazione davanti al Parlamento. La fioritura delle firme di adesione ha qualcosa di primaverile e, data la stagione e il momento, di sospetto. I più scafati tra quelli che sono appena stati licenziati (30 giugno) se ne rendono conto, vedono immediatamente la pelosità e l’opportunismo di certi sostegni. Per cui chiariscono: tutti gli appoggi sono benaccetti se si condivide senza reticenze né limitazioni -un po’ di anni fa si sarebbe detto ‘senza se e senza ma’, però il movimento che aveva coniato quella formula è morto e sepolto e nessuno ha intenzione non dico di provare a riportarlo in vita, pratica che oggi sarebbe più che mai necessaria, bensì neppure di ricordarne a parole quella che fu la sua remota esistenza-, se si condivide, scrivono, le rivendicazioni dei precari della scuola, ovvero:

    - il ritiro di tutti i tagli -con gli obbiettivi del ritorno al ‘modulo’ nella primaria (tre insegnati su due classi [due su una al tempo pieno]), della piena inclusione degli allievi diversabili (‘speciali’ sarebbe meglio dire), della riduzione degli allievi per classe (‘inversione di tendenza’ la definiscono i precari nello scritto di chiarificazione della ‘piattaforma’);

    - l’assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari (coprendo ogni cattedra di diritto e di fatto e ogni posto vacante [e sono decine di migliaia] del personale ATA);

    - il ritiro del costruendo disegno di legge Aprea (definitiva pietra tombale della natura statale e laica della scuola italiana).

    Su questa strada, però, tutta pienamente condivisibile, solo il sindacalismo di base voleva e coerentemente poteva affiancare e sostenere i precari della scuola. Ve li vedete, infatti, Fioroni, Bastico, la compagnia prodiana e i loro accoliti a qualsiasi livello gerarchico degli enti di stato siano collocati -a partire dall’intesa burocratico/concertativa che tutto fa fuorché rappresentare e difendere i lavoratori- approvare tali rivendicazioni quando sono stati responsabili primi di alcune decine di migliaia dei tagli triennali destinati a docenti e ATA dai sinistri berlusconiani e che ai tagli al finanziamento delle scuole statali avrebbero dato il loro assenso se solo la banda di delinquenti che ci governa avesse avuto il buon gusto di fermarsi a 6 milioni di euro o poco più. Se la situazione non fosse drammatica, se il movimento fosse forte, se fossimo in una fase di conquiste, se… ci sarebbe da ridere. Ma, data l’assenza di tutti quei ‘se’, è meglio, molto meglio, rimanere seri e debitamente critici, prima di tutto verso noi stessi.

    La dimostrazione, tutto sommato, a fronte delle condizioni in cui viene svolta, è dignitosa. L’esito della protesta, invece, è pessimo: essa, infatti, ottiene risultati che rappresentano la somma del nulla e del vuoto insieme. Esagero, pensa qualcuno. Lo so, ne odo il brusio di dissenso nell’aria, per esperienza, acquisita nel mio posto di lavoro.
    Sia! Guardiamo allora insieme, con occhi e menti ben aperti sulla realtà, cosa è successo dal 16 luglio fino ad oggi.

    Primo: i tagli sono stati tutti confermati -alla faccia nostra e di tutte la nostre parole-, anche in forza dell’esito del ricorso di incostituzionalità avanzato da alcune regioni alla Corte Costituzionale che, escluso l’accorpamento di plessi scolastici di piccoli comuni o di sedi disagiate su cui le autonomie amministrative territoriali possono prevedere misure specifiche, dichiara tutto il resto del dettato della legge 133 del 2008 costituzionalmente pienamente legittimo.

    Secondo: i precari della scuola sono tutti rimasti rigorosamente licenziati -con buona pace delle loro aspirazioni al ‘tempo indeterminato’, ancorché ragionevoli e fondate- fino all’espletamento delle pratiche di assunzione ‘a ruolo’ -che si svolgeranno entro la fine di agosto- del contingente da reclutare così come programmato dalle leggi finanziarie degli anni scorsi.

    Terzo: il disegno di legge Aprea (quello della definitiva privatizzazione della scuola, per intenderci) marcia col vento nelle vele, silenziosissimo come scafo affilato in mare aperto -pronto a recidere, al momento opportuno (cioè presto), il filo vitale della libertà di insegnamento, della scuola statale quale garante della pari opportunità per tutti nel godimento del diritto allo studio e del diritto al lavoro (o almeno di un lavoro che abbia la dignità di questo nome), della omogeneità (relativa) della funzione docente-.

    Fin qui mi pare che, rispetto alle rivendicazioni che stavano alla base della dimostrazione della metà di luglio dei precari, e non, della scuola -ma anche dello sciopero generale del 15 maggio-, si sia di fronte alla conquista del nulla più assoluto, come precedentemente sostenevo, senza esagerare affatto.

    Ma il governo è andato oltre questo limite, già di per sé iniquo, ed ha scavato intorno al nulla delle nostre non conquiste ‘lugliane’ anche un vuoto feroce. Qualcuno sta rialzando il brusio di disapprovazione che s’era zittito? Va bene! Vediamo, allora, col solito necessario sguardo disincantato sulla realtà, un’altra serie di fatti non poco irrilevanti per le sorti della qualità dell’istruzione.

    Primo bis: poiché il piano programmatico -dei tagli nella scuola- approntato dal governo -legge 133/2008, appunto- aveva eluso qualche passaggio istituzionale che le leggi di stato -non i lavoratori della scuola- prevedono e dato che il gesto più ‘rivoluzionario’ di cui siamo stati fin qui capaci è stato quello di rivolgerci alla magistratura -che normalmente ci dà torto su quasi tutta la linea (fuorché in qualche causa di lavoro)-, il governo ha ben pensato di darsi ragione da sé, e di affermare che il suo operato va comunque bene così come l’ha compiuto, tramite un emendamento alla manovra economica d’estate con cui chiarisce che ciascuno dei passaggi per approvare quel piano programmatico dei tagli nella scuola era, nel medesimo tempo, propedeutico e confermativo del piano stesso. Niente male, no? Con un verboso gioco retorico/burocratico i malviventi che ci governano hanno cancellato qualsiasi possibilità di intervento, anche minimo, ai giudici, la cui azione ‘rivoluzionaria’ si fermerà sulla soglia delle nostre ingenue speranze sulla potenza della giustizia nei confronti di un governo e di un ministero tracotanti ed indegni. L’arroganza di chi ci amministra, cioè, ci manda a dire che le forme dell’applicazione della 133 da parte del governo sono valide non perché la legge le prevedesse, bensì perché lo ha deciso, al di là e al di sopra delle leggi, il governo stesso, che nelle forme attuali -‘moderne’ qualcuno le definisce, anche tra i sinistri politicanti sedicenti democratici- della ‘democrazia’ italica si erge sempre più a monarca assoluto seppellendo sotto una montagna di rovine dello stato liberale la sua natura di semplice detentore del potere esecutivo e solo di quello.

    Secondo bis: al contrario di quanto rivendicato con la dimostrazione di metà luglio, e in spregio, e sfregio, dei lavoratori della scuola licenziati e di tutta la categoria, il governo non solo finora non ha assunto a tempo indeterminato alcuno di loro, ma nel determinare il contingente dei licenziati che potrà sperare in una sistemazione flessibile ma finalmente non più precaria -fino ad approvazione del disegno di legge Aprea, se lasciamo che i malavitosi che ci governato continuino ad agire indisturbati- ha ridotto il numero di persone che da tempo si vociferava sarebbe stato sistemato. Così si è passati dagli sperati 20.000 neoassunti agli effettivi 16.000, con una distribuzione sistemica che se salvaguarda in parte appena accettabile l’ambito dell’inclusione degli allievi ‘speciali’, penalizza grandemente tutte le altre sfere della scuola in cui i precari hanno operato fino al 30 giugno scorso. Ma se i supposti nuovi 20.000 reclutati a tempo indeterminato sarebbero stati nulla rispetto alle reali necessità dell’istruzione nazionale -ecco il perché della giustezza della rivendicazione di precari e non precari della copertura di tutti i posti, di diritto e di fatto, vacanti nella scuola- chiedo: la riduzione di 1/5 di quella cifra cos’è? Non soddisfatto da tutto ciò, però, il governo ha realizzato un‘ulteriore nefandezza, allorché la ministra Gelmini, propositrice -in compagnia del ministro del lavoro Sacconi- dei ‘contratti di disponibilità’ -ben visti dalle agenzie falso sindacali di stato (leggi CGIL, CISL, UIL), ma avversati da tutte le associazioni di precari- è stata zittita e bloccata dal vero responsabile di tutti i furti compiuti nelle tasche ormai semivuote della scuola, ovvero il ministro dell’economia Tremonti. Benché, infatti, quella soluzione si presentasse come un’indegna forma di sfruttamento -e di presa in giro- dei precari non confermati a causa delle politiche di riduzione del personale che da vent’anni tutti i governi stanno conducendo, essa è apparsa ancora troppo costosa per l’attuale esecutivo/monarca assoluto -che i soldi di stato li deve regalare a banche ed industriali, oppure li deve usare per mantenere lo stato di guerra e di aggressione che in più parti del mondo vede dislocato il nostro esercito con costi che nessuno dichiara e che pochi vanno a, o possono, controllare-.

    Terzo bis: proprio il silenzio che avvolge lo stato dei lavori introno al disegno di legge Aprea ci dice che chi vi sta lavorando non è per niente fannullone, ma che al contrario vi si applica alacremente per farci trovare di fronte al fatto compiuto, come è stato con la legge 133 del 2008 -frutto delle menti ministeriali guidate da inquietanti reggenti di destra- e come è stato con l’O.M. 92 del 2007 -invenzione vergognosa delle medesime menti capitanate da infausti reggenti sedicenti di centrosinistra- E così, quale anticipazione del sistema privatistico che ci aspetta al varco di settembre, all’inizio di agosto è stato annunciato che il governo avrebbe stipulato un’intesa con l’INPS per ‘tutelare’ i precari che all’inizio del nuovo anno scolastico rimarranno disoccupati. Tale accordo dovrebbe riconoscere ai lavoratori della scuola che verranno espulsi in via quasi definitiva un’indennità -temporanea? e per quanto tempo? un anno scolastico?- vicina alla metà dello stipendio base netto percepito negli scorsi anni. Chiunque può dare a questo salario irrisorio il nome che vuole, ma nello spirito dell’Aprea e della privatizzazione da essa predisposta, nonché nell’individuazione dell’ente erogatore di una simile vergognosa largizione -l’INPS, nella fattispecie- essa è definibile con l’unico concetto che ne individua fino in fondo la natura: ‘cassa integrazione guadagni’ -se il governo tutto la vorrà veramente istituire e fino a quando esso stesso la vorrà mantenere, visto che sta al di fuori anche della contrattazione addomesticata con i lacchè pseudo sindacali di CGIL, CISL e UIL-.

    Può bastare? Se no, a questo c’è senza dubbio dell’altro da aggiungere, su tutto le questioni relative alla formazione delle cattedre -che si sta usando sia per tagliare ulteriori posti di lavoro, sia per scardinare il principio dell’insuperabilità delle 18 ore di lezione frontale-, il mantenimento del balzello sulla malattia breve per quasi tutto il pubblico impiego -scuola inclusa, ma escluse le forze di polizia e l’esercito-, l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne.

    Sì, ora sono certo che quanto ho affermato più sopra, ovvero che con la manifestazione di metà luglio -e con lo sciopero di metà maggio, ora aggiungo- abbiamo conquistato il nulla ed il vuoto insieme, non è frutto di esagerazione critica, bensì di una lucida, veritiera, inconfutabile analisi della realtà.

    Dunque la situazione è molto più triste e pesante di quanto i baccanali estivi a cui stiamo partecipando ci permettano di cogliere e realizzare. Dunque qualcosa non va nella strategia fino ad oggi attuata per contrastare le politiche scolastiche e generalmente sociali praticate dal governo. Infatti, enunciamo proclami -‘la Gelmini non passerà’ si affermava a tono alto nella chiusura del manifesto di convocazione della protesta del 15 luglio (ancora un volta, ci sarebbe da ridere se la situazione non fosse tanto drammatica); organizziamo scioperi generali che, benché importanti, non riusciamo più nemmeno a rendere partecipati dagli iscritti ai COBAS -ricordate l’accorato appello di Piero Bernocchi per la partecipazione fisica alla manifestazione nazionale davanti al ministero in occasione del 15 maggio? beh, è rimasto tale, purtroppo, mentre lo sciopero generale è stato parziale e affatto incisivo-; organizziamo ‘rivoluzionarie’ azioni simboliche, quali i ‘frozen’ o le mascherate (come il presentarsi a scuola con abiti tagliuzzati il prossimo 15 settembre) -certo, anche la visualizzazione simbolica dei problemi può avere importanza, ma se, e solo se, prima, durante, dopo, a sostegno, alle spalle, alla testa di tali rappresentazioni c’è un movimento vero, forte, capace di conquiste che dà senso a quelle apparizioni teatrali; diversamente sono ridicole carnevalate, incapaci perfino di dar corpo simbolico al problema da cui prendono forma (diventando, peraltro, strumento personale di ripulitura dell’anima per tutto quanto non siamo disposti ad agire per provare a dare una soluzione concreta alle questioni che ci opprimono); ci disimpegnamo dall’organizzare visite di istruzione (in particolare le ‘gite’ di fine percorso nei vari ordini scolastici), in modo da sollevare le masse di imprenditori turistici che verrebbero colpiti da un simile gesto sovversivo e dai quali dovrebbe alzarsi alta la voce di sostegno ai soddisfacimento delle rivendicazioni dei lavoratori della scuola, pena il loro -degli imprenditori- fallimento; e così via.

    Poiché tutto questo ci ha fruttato il nulla ed il vuoto insieme, rappresentati non simbolicamente, purtroppo, ma in modo duramente reale dai licenziamenti di migliaia di persone -non strumenti di lavoro meccanici, ma uomini e donne in carne e sangue- che nella scuola e per la scuola hanno speso molto in intelligenza ed energie, penso che sia ora di cambiare totalmente forme, tempi e misura dei nostri modi di opporci e contrastare i governi che stanno facendo strame della scuola statale e laica e di tutti coloro che la tengono in vita o che fruiscono dei suoi servizi. E ciò rivolgendo un occhio fortemente critico a noi stessi, che ci limitiamo al borbottio verso il presunto scandalo delle azioni di scardinamento dell’istruzione nazionale da parte del governo -di questo come di quelli precedenti-, azioni che invece sono perfettamente coerenti tra loro ed in linea con le scelte generali e le ideologie di cui è ben intriso il personale politico che lo forma, Tremonti su tutti, quando lo scandalo vero è il nostro immobilismo, la nostra mancanza di reazione indignata, forte e determinata capace di ‘invertire’, essa sì, come scrivevano i precari nel manifesto di convocazione della dimostrazione del 15 luglio, la tendenza nelle politiche scolastiche e sociali in genere.

    Da dove incominciare, allora, per provare a rendere forte e resistente -almeno tanto quanto è vigorosa e determinata l’aggressione di governo e ministero ai diritti allo studio ed al lavoro- non la nostra protesta -che se rimane tale è inutile e sterile-, ma la nostra azione tesa -ma non per questo scontatamente vittoriosa; ancora, ciò dipende dalla nostra determinazione, tenacia, volontà di riuscita, disposizione a spendere e a pagare anche prezzi alti-, azione tesa, dicevo, al cambiamento e alla trasformazione reale e concreta di ciò di cui qui, per il momento, si sta parlando, cioè del sistema scolastico? Beh, intanto fissando un principio: uscire dalle compatibilità, smettere di ritenere legittimo quanto compie chi ci governa, non riconoscere la legalità di quanto di iniquo viene imposto per legge -e a volte, sempre più spesso, al di là e al di sopra della legge-, usare la parola d’ordine ‘disobbedire, disapplicare, bloccare, sostituire’. Infatti, se ingabbieremo ancora la nostra ‘opposizione’ al governo nella speranza che l’arresto delle distruttive politiche scolastiche dell’esecutivo/monarca assoluto sia realizzato da intoppi tecnici, in un futuro piuttosto prossimo potremo solo assumerci la responsabilità del tracollo della scuola statale e laica così come è stata.

    Poi, quali obbiettivi darsi? Poiché alta è la posta che il governo ha messo in gioco, ancor più alto deve essere il profilo della nostra azione di contrasto e di rovesciamento della situazione: impedimento del varo del disegno di legge Aprea, cancellazione del piano programmatico e del nuovo disegno dei percorsi scolastici nelle scuole superiori, ripristino del sistema didattico -ottimo: modulo e tempo pieno- delle scuole primarie che Moratti ha cancellato, Fioroni non ha ripristinato, Gelmini ha definitivamente buttato; cancellazione e sostituzione di ogni norma ed ordinanza che hanno mirato a dequalificare la didattica per rispondere a criteri di organizzazione del sistema di istruzione nazionale puramente economicistici -per il governo (questo come quelli precedenti) importante è risparmiare, non offrire istruzione. Sono obbiettivi alti? No, direi che sono altissimi! Ma ancor più elevata è l’intensità dell’aggressione che la trimurti che governa la scuola italiana sta attuando contro la scuola italiana. Se non ci attrezziamo anche sul piano della programmazione di un disegno alternativo a quello che i governi degli ultimi vent’anni hanno predisposto per azzerare il sistema di istruzione nazionale -che, malgrado gli acciacchi (da curare e guarire, indubbiamente, ma nel senso opposto a quello praticato) , era molto più che buono-, anche l’atto di disobbedienza più radicale, per quanto sensato e giusto, non sortirebbe affetti apprezzabili.

    Come attuare, dunque, un’azione concretamente contrastiva e radicalmente riformulatrice -rivoluzionaria? in effetti si tratta di capovolgere il mondo della scuola rimettendo sui piedi ciò che da lustri si è posto sulla testa- dei piani scolastici governativi in modo che risponda al dettato ‘disobbedire, disapplicare, bloccare, sostituire’? In tal senso c’è un bel esempio da osservare e da perseguire moltiplicandolo quanto più possibile, ed è quello che alcune maestre di Bologna -sole in tutta Italia, ma non per questo fuori strada, anzi, al contrario, minutissima ed infinitesimale avanguardia che con coerenza e determinazione ha mostrato a tutti noi come si può e si deve fare- hanno praticato disapplicando la nuova norma sul voto agli allievi delle scuole primarie con l’invenzione del ’10 pedagogico a tutti’ e sostituendo questa valutazione ‘illegale’ a quella imposta da Gelmini basata sulla tradizionale e restauratrice scala di valori da 1 a 10 -già spesso didatticamente insensata alle superiori, figuriamoci alle medie o, peggio, alle elementari.-. Certo, questo loro comportamento, reso noto, fondato e discusso anche in chiave teorica, pur giusto in assoluto è insubordinativo rispetto alla legge iniqua del governo, tanto che quelle maestre ora sono sottoposte ad un procedimento disciplinare ‘legale’ per aver ‘compromesso il rapporto fiduciario con la scuola’. È questo il prezzo iniziale da pagare? Ebbene, va pagato, poiché nessuna delle più avanzate conquiste delle comunità umane mal governate o, peggio, oppresse è mai stata ottenuta gratis et amore dei.

    Ma rompere con le compatibilità significa anche dare vita a forme di resistenza e di contrasto intense, a cominciare dalle modalità di indizione di scioperi, locali o generali che siano, che cancellino la subordinazione dell’azione di opposizione alla volontà di chi non vuole alcun oppositore. I tempi di indizione e di organizzazione delle astensioni dal lavoro incomincino a rispondere alle necessità, agli obbiettivi e alle capacità di comunicazione di chi, nel mondo della scuola, sta subendo l’arroganza distruttrice del governo, a partire dai licenziati, che hanno bisogno subito di agire -non a metà ottobre- e di mobilitarsi assieme a chi, pur non licenziato, vive altre contraddizioni, ancorché meno drammatiche della perdita del posto di lavoro, nell’ambito del suo ruolo all’interno del sistema dell’istruzione. Ancora, rompere con le compatibilità significa trasformare gli edifici scolastici in luoghi di dibattito e di proposta tra tutte le componenti che alla scuola sono interessate, senza più fermarci, con uno strano senso di pudore socio-politico, davanti alla presunta neutralità degli spazi vitali delle scuole -nell’istituto dove ho insegnato fino ad oggi si è pur organizzato un convegno rivolto agli studenti da parte delle associazioni artigianali ed industriali finalizzato a tessere l’elogio ideologico della positività della precarietà nel lavoro; perché non usare quelle stesse strutture per divulgare l’idea di un modello scolastico teso al pieno soddisfacimento del diritto allo studio e della libertà di insegnamento? cosa ci impedisce di farlo? le leggi? allora disobbediamo e facciamolo!-. Ci sono altre forme di rottura delle compatibilità? Sì, molte, e molto educative per noi e per i nostri allievi. Basta volerle costruire, sapendo, certo, che si ‘violeranno delle leggi’, ma qua si ritorna alla parola d’ordine precedente: ‘disobbedire, disapplicare, bloccare, sostituire’. Pensiamo di non essere in grado di farlo? Ed allora zittiamoci, pieghiamo la testa e smettiamo di brontolare, che tanto non serve a nulla. Diversamente, alziamo gli scudi e cominciamo a combattere.

    È evidente che le forme di azione dovranno diversificarsi in base all’ordine scolastico in cui verranno attuate, nondimeno è necessario dare avvio ad una prima fase immediata, e sottolineo immediata, di incontro nelle scuole prima della fine di agosto, per costruire iniziative che dal primo giorno di settembre avviino le attività di contrasto alle politiche scolastiche governative. Va lanciato subito un invito a riunioni nelle scuole -a cui partecipino tutti quelli che possono, anche se pochi, compresi i precari licenziati- per dar vita alle più disparate forme di disobbedienza e di organizzazione di momenti di protesta e di proposta in opposizione alla politiche scolastiche governative -perché, suggerisco, non indire lo ‘sciopero del collegio di inizio d’anno’ per sostituirlo con un ‘assemblea di lavoratori’ che comincino a riprendersi la parola in merito alla realtà di cui sono i protagonisti primi e fondamentali-. Più specificamente, una prima azione da praticare nelle scuole superiori è la disapplicazione dell’O.M. 92 del 2007 -l’esecutivo/monarca assoluto allora era guidato da Prodi, mentre il ministro delegato ad affossare la scuola statale e laica era Fioroni-. I motivi per compiere questo atto di insubordinazione sono moltissimi, ma qui mi preme sottolineare quelli più attuali. Il primo consiste nel fatto che a giugno, al momento della sospensione del giudizio per gli studenti ritenuti insufficienti in qualche materia, i Consigli di classe hanno potuto funzionare perché erano pieni zeppi di insegnanti precari, a volte delegati ad incarichi significativi per la vita dei Consigli stessi. Poi, il 30 giugno, per tutti loro è scattata la regola del licenziamento che, per tutti loro, l’1 settembre sarà ancora valida e che per molti di loro diverrà definitiva in corso d’anno, dato che il piano programmatico dei tagli del personale della scuola ne sancirà il benservito e l’espulsione dopo anni di servizio poco riconosciuto e mal pagato. Dal primo di settembre, però, o negli ultimi giorni di agosto, per dare corso alla definizione conclusiva delle valutazioni degli allievi riconosciuti insufficienti, gli insegnanti precari licenziati dovrebbero obbedire al comando della 92, iniquo e didatticamente insensato, di predisporre prove da sottoporre a quegli stessi allievi che potranno così mostrare il raggiungimento della sufficiente preparazione nelle materie che li hanno visiti in difficoltà, e di partecipare alla fase suppletiva di scrutinio che i Consigli di classe dovranno svolgere per ratificare in via ultimativa la valutazione di ciascuno studente esaminato. Domandiamoci: perché mai dovrebbero farlo? perché mai dovrebbero sottoporsi al giogo irridente e avvilente della riassunzione ultratemporanea -quante ore verranno pagate loro?- sapendo che la loro condizione è quella dei disoccupati, forse per sempre, a causa di un sistema che li sta sfruttando fino all’ultimo pur non riconoscendo loro alcun diritto? Meglio ancora: perché mai non dovrebbero rifiutare ad una amministrazione tanto arrogante e meschina il loro impegno che con vergognosa indifferenza poi verrà dimenticato? E perché non dovremmo sentire noi, assunti a tempo indeterminato, la necessità di sostenere concretamente, con un atto di disobbedienza forte, i diritti di chi il posto di lavoro per il momento non ha e forse non avrà mai più? Perché dovremmo accettare noi di sostituire qualcheduno dei precari che, per volontà o per necessità, non ottempererà agli ordini didatticamente infondati dell’O.M. 92, sapendo che ciò faciliterà la politica di taglio e di espulsione dei lavoratori della scuola?

    Già solo queste osservazioni potrebbero bastare per disapplicare la 92 da parte di tutti e disobbedirle con determinazione. Nondimeno c’è un’altra motivazione importante che sostiene l’importanza di non ottemperare al suo inutile dettato. Allorché si vuole evitare l’avanzamento di un fenomeno e la sua concreta realizzazione, poiché quel fenomeno non è ancora in atto, per raggiungere l’obbiettivo di evitarne la concretizzazione è necessario agire su ciò che è già esistente e funzionante e che appartiene all’ambito della realtà in cui il fenomeno che si vuol bloccare prenderà avvio e produrrà i suoi effetti. Ora, noi già oggi sappiamo che al sistema scolastico, tutto, si vuol dare una forma di tipo privatistico -disegno di legge Aprea- e che, per pura e infondata volontà di economia, si vogliono ridurre le ore di frequenza e le materie insegnate nelle scuole medie di primo e di secondo grado. Nondimeno, per quanto ne siamo a conoscenza, su quei processi non possiamo agire, dato che non sono ancora in atto. D‘altra parte, però, poiché neppure vogliamo che vengano messi in atto, per cercare di far sì che questo nostro proposito si avveri non possiamo attendere inermi nella speranza che qualcosa -cosa?- agisca in nostra vece e dissolva miracolosamente il concretissimo pericolo di vedere cancellata per lungo tempo la scuola statale e laica che la Costituzione italiana ha fin qui garantito a tutto il Paese. Allora è su una delle peggiori norme esistenti nella scuola superiore che dobbiamo agire, la 92, non solo perché e pessima, ma anche perché ci permette di manifestare chiara e forte sin dall’1 settembre la nostra volontà di non accettare alcuna trasformazione della scuola statale e laica se non in senso rafforzativo di questa sua natura, in modo che si possa dare sempre maggior corpo al godimento di diritti appartenenti a tutti, quali quelli allo studio, al lavoro e alla libertà di insegnamento.

    In altri ordini scolastici -primarie, infanzia, medie inferiori- dovranno essere le persone che vi lavorano a decidere come agire -non il quando, il quando è subito: riunioni nelle scuole prima della fine di agosto, prime attività di ‘disobbedienza, disapplicazione, bloccaggio, sostituzione’ dall’1 settembre-. Ma tutti, in ogni tipo di scuola, dovremo dare continuità a questo percorso oppositivo e riformulativo del piano di cancellazione del sistema di istruzione nazionale lungo ogni mese dell’anno scolastico, senza lasciare tregua alla compagnia di malfattori che regge in questo momento le sorti della scuola e del Paese.

    Brunello Fogagnoli

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