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(28 Maggio 2011) Enzo Apicella
Fincantieri chiude gli stabilimenti di Sestri Ponente e di Castellammare di Stabbia e annuncia 2.500 licenziamenti.

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(Lotte operaie nella crisi)

Sogni e Bisogni. Momenti e figure del conflitto di classe ieri e oggi

(4 Novembre 2009)

Nonostante il governo Berlusconi ed alcuni editorialisti del Sole 24 Ore cerchino di vendere la favola di immediati scenari di ripresa, nessuno può negare che la crisi di sovrapproduzione in atto, la peggiore dal 1929, continui a mordere e che i suoi effetti siano ancora lungi dall’essersi pienamente dispiegati.

Certo, in questo paese non vi sono scenari rivoltosi, come quello della non lontana Grecia. Predominano lotte, per così dire, di resistenza, portate avanti da lavoratori che difendono il proprio posto di lavoro. Lotte che, talvolta, producono forme nuove (è il caso dell’INSEE di Milano) che riescono a generalizzarsi con facilità, anche perché rimandano a modi comunicativi d’immediata presa.

Va detto che, in quel che si muove, molto spesso mantengono un ruolo contenitori sindacali tradizionali. Invero, il loro orientamento rimane volto alla collaborazione con le imprese: non deve trarre in inganno, sotto questo profilo, la divergenza della CGIL dalle altre grandi Confederazioni rispetto ad alcuni rinnovi contrattuali. Ma questi organismi vengono comunque usati da lavoratori che, legati tra loro da forti vincoli di solidarietà, ne valorizzano le possibilità operative, talvolta spingendo la lotta più in là, oltre la volontà dei dirigenti sindacali, fino a determinare una dialettica che va studiata con attenzione.

E le realtà dell’antagonismo sociale, e coloro che pensano in altri termini la lotta nei posti di lavoro e nel territorio metropolitano? Nonostante le molte battaglie portate avanti, spesso con notevole seguito, negli ultimi anni, non si può dare sempre per scontata la loro capacità di essere referenti per ciò che si muove. Ancor più difficile, poi, risulta per gli antagonisti mantenere una interlocuzione costante con i soggetti proletari in generale. Ciò, anche in considerazione di scenari futuribili che possono virtualmente assumere le più diverse pieghe, incluse quelle meno gradite.

In tal senso, non va dimenticato che – con la definitiva istituzionalizzazione del razzismo, attraverso il Pacchetto Sicurezza – il potere costituito, in Italia, tende a dirottare la rabbia diffusa, a creare il “nemico immigrato” ed a promuovere “conflitti orizzontali”.

Occorre, in una fase così complessa e contraddittoria, ma anche ricca di possibilità, dotarsi di tutti gli strumenti necessari per essere all’altezza della situazione.

Per questo abbiamo deciso di promuovere un ciclo di seminari: non si tratta della classica “botta di cultura”, che pur non farebbe male, dato il livello del dibattito nel movimento antagonista, in quello romano in particolare.

Si tratta di raccogliere i più utili insegnamenti e le più essenziali indicazioni dalle lotte di ieri e di oggi. Da lotte, per essere chiari, legate a contesti senz’altro diversi, ma accomunate dalla radicalità nella espressione dei bisogni immediati e dalla sperimentazione di forme conflittuali non canoniche e difficilmente canalizzabili dalle istituzioni.

Lotte oltre le briglie imposte da quelle direzioni politiche e sindacali dominanti nel Movimento Operaio che spesso hanno costretto il conflitto dentro mediazioni volte a preservare l’ordine dato.

Stiamo parlando di conflitti di oggi o di un passato veramente prossimo, come, ad esempio, quelli che riguardano, in Italia, il settore dei trasporti. In questo comparto, nel corso degli anni recenti, vi sono stati diversi momenti di rottura di quelle regole, volte al contenimento delle lotte, che sono state codificate con l’avallo di CGIL-CISL-UIL.

Gli scioperi selvaggi dei tram e dei bus, le lotte dei lavoratori delle ferrovie per la sicurezza negata, la battaglia all’Alitalia contro un presunto salvataggio della compagnia di bandiera sulla pelle dei lavoratori: sono pagine che meritano di essere ripercorse con i loro protagonisti e che contrassegneranno il nostro primo seminario.

Per non dire di quanto è accaduto negli anni scorsi nel gigantesco Call center di Atesia a Roma. In uno scenario che, pur nelle differenze profonde, eredita elementi e meccanismi della grande fabbrica novecentesca, si è sviluppata, contro una condizione di precarietà estrema, una lotta fuori dagli schemi, portata avanti da un soggetto autorganizzato non riconducibile a nessuna forma sindacale. Fino ad oggi, questa esperienza può essere considerata la più ricca di suggerimenti per il futuro, tra quelle che hanno riguardato le figure sociali nate dalle trasformazioni che hanno investito il mercato del lavoro a partire dalla seconda metà degli anni ‘90.

Non poteva mancare, nel settore delle lotte a noi contemporanee, un appuntamento relativo a quelle portate avanti dai disoccupati organizzati di Napoli. Anche perché si tratta di un ponte tra passato, presente e futuro. Una lotta ormai pluridecennale che spesso si è svolta in termini aspri, di scontro diretto con le istituzioni. Sebbene alcuni osservatori ritengono che essa abbia perso alcuni dei suoi caratteri originari, stiamo comunque parlando di un segno rivelatore delle autentiche possibilità di una metropoli, Napoli, in cui diversi fattori – non esclusa la criminalità organizzata – cercano di impedire l’esplosione di una conflittualità che assumerebbe un carattere più endemico che altrove.

Ma naturalmente, riferendoci ai fenomeni nuovi che attraversano il territorio metropolitano, non potevamo trascurare il protagonismo sociale degli immigrati. Se già a partire dalle prime importanti ondate migratorie, cioè dalla fine degli anni ’80, si è configurata in Italia una battaglia per i diritti di chi viene a lavorare in questo paese, è pur vero che negli ultimi anni essa ha subito una evoluzione sostanziale.

Dall’attivismo pur meritorio di associazioni solidali si è passati alla organizzazione diretta delle comunità immigrate. Le quali hanno spiazzato una buona fetta dell’antagonismo sociale, lottando in nome di parole d’ordine immediate (permesso di soggiorno) ma nello stesso tempo invocando – a Roma e non solo – l’unità di classe con i lavoratori italiani. Insomma, un messaggio avanzato è giunto dal settore più sotto attacco, quello che coglie meglio degli altri il fatto che la sconfitta di un qualsiasi comparto del proletariato è una sconfitta per tutti.

Dunque, questo è il programma che concerne le lotte di oggi. Non è certo esaustivo, non lo pretendiamo, ma le esperienze con cui ci confrontiamo sono state scelte per il loro carattere indicativo di nuove vie conflittuali e perché, nel superare le compatibilità date, scardinano il quadro mentale dominante in ciò che residua delle sinistre italiane, quella antagonista inclusa.

Sono esperienze che quindi meritano una riflessione il più possibile compiuta, tale da non dare nulla per scontato.

Una volta terminata la serie di quattro incontri sulla realtà attuale, ci tufferemo nel passato. Ma in un passato che è ancora in grado di parlarci, di fornirci stimoli utili all’oggi e che di conseguenza non andiamo ad indagare per una mera vena archeologica.

Si parte veramente da lontano: anni ’40 del XIX secolo, Francia. Flora Tristan, una donna di eccezionale tempra e dalle scelte di vita anticonformiste, in un testo intitolato l’Union Ouvrière, sostiene con vigore la necessità che i lavoratori confluiscano in un’unica Associazione, anticipando in questo gli stessi Marx ed Engels Non solo, tale istanza viene coniugata con quella della emancipazione delle donne, dalla cui dolorosa condizione di subalternità discendono tutte le sofferenze del mondo. Per diffondere le sue idee, Flora Tristan, spende l’ultimo anno della sua breve ed intensa vita viaggiando per la Francia. Una vicenda apparentemente lontana da noi, che però può darci diversi spunti di riflessione: forse perché, dopo il crollo di quasi tutto ciò che costituiva il Movimento Operaio, purtroppo non solo ufficiale, siamo davvero giunti ad un nuovo inizio.

Sarà poi la volta delle lotte di classe negli USA, in particolare dalla seconda metà del XIX secolo al principio del XX.

Sin dall’inizio, abbiamo la narrazione folgorante di uno scontro che spesso si presenta senza mediazioni tra padronato e classe operaia: uno scontro che segue la nuda logica dei rapporti di forza e che non esclude nessuno colpo. Poi, nella nuova patria degli immigrati di mezzo mondo, si assiste alla costituzione della più importante esperienza di organizzazione di un proletariato multietnico, l’IWW. Questa esperienza porta alle estreme conseguenze alcuni caratteri specifici del movimento operaio statunitense, rompendo con il sindacalismo classico su vari piani. Intanto, perché organizza la manodopera immigrata non qualificata, poi perché predilige l’azione diretta (per esempio, il sabotaggio), senza cercare un rapporto contrattuale con la controparte.

Per non parlare del Movimento Operaio inglese, che affronteremo non a partire dalla sua componente maggioritaria (la laburista), tra le più interne ai destini della nazione di tutto l’occidente, ma dalle sue espressioni più radicali ed apertamente conflittuali, spesso ispirate a quella visione nettamente antiburocratica dell’organizzazione che fu elaborata da teorici originali come Tony Cliff. E’ in virtù di tali caratteristiche che queste realtà hanno saputo organizzare, a partire dagli anni ’60, i nuovi bisogni di classe, coniugando anche, in tempi più recenti, le lotte per l’ambiente e per le libertà civili con quelle in difesa dei lavoratori. Ma soprattutto, le organizzazioni con cui ci confronteremo hanno sostenuto lo scontro con quel laburismo che, dagli anni ’90, ha indicato la strada a tutta la sinistra istituzionale europea, nel segno di quella terza via che non è altro che apologia del libero mercato..

L’ultimo appuntamento sarà invece legato alla storia italiana ed alla figura sociale che ha maggiormente determinato il conflitto di classe nel secondo dopoguerra: l’operaio di fabbrica. In particolare, quell’operaio massa che, svolgendo mansioni ripetitive e non avendo in quanto singolo una visione dell’intero processo produttivo, non si identifica con il destino della azienda. Dal 1962, anno della rivolta di Piazza Statuto, fino alla sconfitta dell’80 davanti ai cancelli di Mirafiori, in Italia questa figura sociale ha dato vita a lotte spesso incompatibili. Che nel 1969 si sono intersecate pure con il generale sommovimento che da un anno attraversava ogni ambito della vita italiana, connotando in termini più classisti che altrove la fase della contestazione. La sconfitta dell’80 per molti avrebbe distrutto non solo la identità operaia, ma l’idea stessa di una identità collettiva dei soggetti sfruttati. Eppure, da quel ventennio
segnato da azione diretta, scioperi selvaggi, conflittualità diffusa c’è ancora molto da imparare ed episodi come quello, prima citato, dell’INSEE sembrano rievocare la realtà della “comunità operaia”.

Di certo, tornare su una fase di così acuto conflitto è utile a capire cosa è veramente successo in Italia, per quali motivi si è giunti ad un livello di disgregazione sociale tale da pesare molto sui tentativi di una risposta complessiva di classe alla crisi strutturale del capitalismo.

Noi non pretendiamo di dare soluzioni, che del resto nessuno può avere in tasca in questa fase. Ma indagando su alcune esperienze recenti che possono far intravedere una via di uscita dal buio attuale, interrogando lotte passate che a ben vedere non sono così lontane da noi, si può contribuire a ridefinire alcuni coordinate per un antagonismo sociale che sia in grado di sostenere le sfide attuali.

Gli incontri si svolgeranno il venerdì alle ore 18.30 al Magazzino Rosa Luxemburg (in via dei Volsci 30).

Ecco il calendario del primo ciclo:

13 novembre. Lotte nei trasporti.
20 novembre. L’autorganizzazione: il caso Atesia.
27 novembre. I disoccupati organizzati a Napoli.
4 dicembre. La nuova soggettività immigrata nelle metropoli.

Circolo proletario la Scintilla (Combat)
Collettivo redazionale de “Il Pane e le Rose” di Roma

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