il pane e le rose

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Juan Barahona: “Honduras è un grande campo di lotta”

(12 Novembre 2009)

“Se il presente è di lotta, il futuro è nostro”
Ernesto Che Guevara

Lo so che forse potrei sembrare ripetitiva, però è che le assemblee domenicali nella sede dello STIBYS (Sindacato dei Lavoratori dell’Industria delle Bevande e Simili) a Tegucigalpa credo che potrebbero emozionare anche la persona più frigida della terra.

Sono un’esplosione di gioia resistente, di canti, di slogan, di cibo preparato con tanto amore per poter far sussistere tutto un popolo in resistenza.

Ed è proprio in questa sede che conosco personalmente per la prima volta Juan Barahona, coordinatore generale del Fronte Nazionale contro il golpe di stato in Honduras, colui che dall’epoca delle medie, quando ancora era un adolescente, ha dedicato tutta la sua vita alla lotta per i più poveri, per i lavoratori più umili.

Questo movimento del Fronte Nazionale, che lui coordina, mi sorprende per la sua capacità agglutinante, che ha saputo mettere d’accordo forze progressiste che prima del 28 giugno non erano riuscite a dialogare alla pari, sullo stesso piano.

Mentre parlo con Juan, un compagno pieno di ottimismo e di buon umore, i canti della Resistenza fanno da sottofondo nel mio registratore, sono la colonna sonora di queste giornate storiche, dolorose, piene di speranza, ma anche di sofferenza, di rabbia e di impotenza davanti a tanta violenza gratuita da parte del governo de facto di Gorilletti, pardon Micheletti e dei suoi laccai compiacenti.

“Honduras, il popolo sta con te……..Honduras, un popolo che non tace……Honduras resiste alla battaglia…….perché torni José Manuel Zelaya”, sono le parole dell’inno della Resistenza, composto e regalato al popolo honduregno dal gruppo venezuelano Abiayala, una forma per aiutare la lotta dei ribelli al terribile e violento golpe di stato del 28 giugno, che ha strappato dal suo paese il presidente democraticamente eletto, Manuel Zelaya Rosales.

Juan Barahona mi racconta che il Fronte Nazionale contro il golpe di stato nasce esattamente il 29 giugno, mentre il popolo honduregno è in piena rivolta sulle strade, ancora scosso per l’accaduto che ha sconvolto l’ordine costituzionale, però già deciso che la lotta per il ritorno del presidente ed un’assemblea costituente non può fermarsi.

Da subito la gente si rende conto che ha bisogno di una struttura che gli permetterà di attuare con coordinazione, attualmente tutti i settori popolari come indigeni, maestri, donne in resistenza, la popolazione negra “garifuna”, medici, sindacalisti, contadini, operai, una parte della piccola e media impresa, giovani e studenti, un settore della chiesa cattolica ed evangelica non golpista, gli artisti contro il golpe, gli avvocati contro il golpe dialogano e costruiscono la strategia con la Coordinatrice del Partito Liberale contro il golpe di stato e con il Partito Unificazione Democratica.

Personalmente, sono molto interessata quando Juan Barahona mi spiega che la strategia del Fronte si basa su una struttura orizzontale partecipativa, più tipica dei movimenti sociali che dei partiti politici tradizionali, il popolo è stanco di eleggere rappresentanti troppe volte corrotti che fanno promesse durante la campagna elettorale e non mantengono mai i loro compromessi con gli elettori, una volta eletti e dopo aver guadagnato il loro “piccolo” spazio di potere.

Il fatto entusiasmate è che anche parte dei partiti politici tradizionali ha accettato il cambiamento e lavora sulla strada gomito a gomito con il Blocco Popolare, il gruppo che racchiude la parte non partitica del Fronte.

Juan mi spiega che il golpe di stato non li ha colti di sorpresa, la rapidità dell’organizzazione è anche dovuta ad un lavoro capillare nei quartieri e nei posti di lavoro, continue assemblee popolari per informare e preparare il popolo hanno permesso una diffusione nazionale del Blocco Popolare, sorto il 2 maggio 2000, con la caratteristica di un movimento antisistema, antimodello e anticapitalista.

Il confronto con il governo neoliberale è stato molto duro fin da subito ed in agosto 2003 avevano già “vinto sulla strada” ed è riuscito a convocare uno sciopero nazionale che a livello della capitale, l’ha paralizzata bloccando le quattro entrate. Un ruolo importante nel Blocco è svolto dalla Coordinatrice di Resistenza popolare, che riunisce tutti i movimenti sociali.

In altre occasioni tutto il paese è stato messo in ginocchio da dei blocchi delle principali arterie stradali honduregne.

Un fatto che mi colpisce moltissimo è che la comunità del Fronte vede Zelaya come un leader indiscusso: poco prima di conversare con Juan, il presidente democraticamente eletto e assediato dal 21 settembre nell’ambasciata del Brasile a Tegucigalpa, ha chiamato per telefono Barahona ed ha salutato il suo popolo, tra innumerevoli manifestazioni di affetto e vocio di giubilo.

“Dobbiamo continuare a gridare le nostre verità, stanno cercando di zittirci per poter perpetrare impuni i loro crimini, ma non lo possiamo permettere, io sono la soluzione al golpe, non sono un problema, come dice Micheletti”, afferma Zelaya.

Ed effettivamente penso che purtroppo la comunità internazionale non ha agito abbastanza fortemente per poter ottenere una soluzione democratica: per esempio, una delegazione dell’Unione Europea che doveva incontrarsi per firmare un accordo di associazione tra America Centrale ed Europa, ha preferito informarsi in Costa Rica!, su cosa sta succedendo in Honduras, preoccupata solo di risolvere il problema del contratto sulla banana e di non avvicinarsi troppo ai ribelli, per paura del contagio di una strana febbre progressista.

Chissà che il “morbo” di sinistra ci faccia il miracolo, ed arrivato nei paesi del primo mondo possa (magari!) svegliare, per esempio, il popolo italiano, apatico ed rimbecillito davanti alle numerose televisioni di proprietà del primo ministro spiconano, perdon Berlusconi.

Incuriosita ed affascinata dall’appoggio al presidente, chiedo a Juan se il Blocco Popolare aveva appoggiato Zelaya fin dal principio della sua compagna elettorale e lui sinceramente mi chiarisce che il popolo all’inizio era diffidente della posizione borghese del mandatario e si è avvicinato a lui quando ha visto concretarsi fatti come la diminuzione del prezzo della benzina, l’adesione all’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nostra America) e soprattutto l’aumento del salario minimo.

Dopo questi fatti, quando Mel, come chiamano affettuosamente Zelaya i suoi sostenitori, ha proposto l’inchiesta con la quarta urna (per sapere se la maggioranza del popolo in Honduras volesse la convocazione ad un’assemblea costituente) già tutto il movimento era pronto a seguirlo. E come afferma Juan, “siamo pronti a continuare questa lotta pacifica fino all’ultima conseguenza, come dimostrano i nostri martiri, che non ci hanno lasciato in vano”.

E mentre Juan pronuncia questa frase, un ribelle del Fronte lo ascolta e mi grida nel registratore uno dei tanti slogan, per riconfermare: “Sangue di martiri, seme di libertà”.

Ma tutta questa energia, questa tremenda convinzione e questa dedizione assoluta per il popolo, come è incominciata in Juan?

Questo leader sindacale, con il suo sorriso franco ed onesto, mi racconta che fin dalle medie era un ragazzo militante.

Ha frequentato il collegio più grande non solo di Honduras ma anche di tutta l’America Centrale, l’Istituto Central Vicente Caseres e qui a parte le materie di studio, mi confessa di aver appreso anche a lottare sulla strada per difendere i suoi diritti di studente. “Questo Istituto è famoso per aver forgiato i dirigenti che hanno lottato per le cause giuste degli anni 70 e 80 ed anche oggi continua nella battaglia, dal momento che è in Resistenza, sta insegnando ai suoi alunni a preservare la scuola pubblica ed ha avere forza, coraggio e vigore per difendere il loro paese e pretendere una patria nuova”.

E mentre Juan mi parla, penso che è veramente invidiabile la forza di questo uomo che ha compiuto 55 anni proprio da poco, il 12 luglio: non ha potuto festeggiare con calma con la sua famiglia, perché era sulla strada in Resistenza, però in compenso è stato accompagnato dall’affetto di tutto un popolo.

Fisso il mio sguardo sul suo berretto con l’effige del Che Guevara, il simbolo di Barahona, che permette di individuarlo facilmente tra le centinaia di “camminanti”, come chiamano il popolo in resistenza, quando ci si incontra nel luogo di raduno, fissato ogni mattina.

Un simbolo così emblematico che anche durante il dialogo tra le due delegazioni, quella di Zelaya e quella dei golpisti, svoltosi in un hotel a quattro stelle e molto snob, è stato parte del suo abbigliamento, il compagno Barahona non ha abbandonato il Che Guevara ed i suoi fedeli jeans, cosa che è stata apprezzata dai membri del Fronte.

In qualsiasi leader di un movimento i suoi seguaci amano, chiaramente, che sia coerente con i suoi ideali.

“Compagna, se lei porta questa spilla di Mel deve stare in Resistenza, allora per piacere, dica a Juan Barahona che mi ha commosso quando ho visto come stava vestito nell’hotel dei ricchi, lo apprezzato ancora di più perché non aveva la giacca e la cravatta ed il Che Guevara era presente nel dialogo, glielo dica che il popolo gli vuole bene perché non gli interessano le vuote convenzioni ”, mi ha detto spontaneamente un taxista mentre mi conduceva alla casa dove alloggio.

Quando racconto l’accaduto a Juan mi regala uno dei suoi ampi sorrisi e mi confessa di sentirsi contento quando la gente comprende fino in fondo il suo modo di attuare, sempre dalla parte del popolo.

“Cara compagna, io sono molto contento che lei ci accompagni in questi momenti tanto duri, la stampa internazionale progressista è quella che ci permette di vivere, di avere una voce che grida agli orecchi sordi del mondo, il tiranno sta cercando di buttarci nell’oblio, nel silenzio, perché nessuno sappia le violazioni, le torture, i soprusi che sta subendo il popolo honduregno”.

“Le cose che sono successe hanno provocato il fatto che il popolo honduregno continuerà sulla strada anche dopo la restituzione del presidente Zelaya, anche dopo la formazione dell’assemblea costituente, quando riusciremo ad ottenerla.

Perché definitivamente il popolo hondegno ha dato una svolta nella sua vita, lo stesso popolo di oggi, quello del dopo 28 giugno, non è lo stesso che il popolo prima del 28 giugno, abbiamo imparato a lottare molto di più in questi ultimi 4 mesi che negli ultimi 90 anni!”.

Saluto Juan e lo ringrazio per la chiacchierata, augurando al suo meraviglioso popolo di poter ottenere il più rapido possibile la restituzione del loro presidente democraticamente eletto e la formazione di un’assemblea costituente, ricordando le parole del Comandante in Capo Fidel Castro, che trattando il tema Honduras, ha affermato: “Abbiamo visto sorgere una nuova coscienza nel popolo honduregno. Un'intera legione di combattenti sociali si è temprata in quella battaglia. Zelaya ha compiuto la sua promessa di ritornare. Ha il diritto ad essere ristabilito al Governo ed a presiedere le elezioni. Dai combattivi movimenti sociali stanno emergendo nuovi e ammirevoli funzionari, capaci di guidare il popolo lungo i difficili cammini che attendono i popoli della Nostra America. In quel paese sta nascendo una Rivoluzione”.

l’autrice è responsabile della pagina web in italiano di Prensa Latina

Ida Garberi, dall’Honduras

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