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Il nuovo partito

(6 Dicembre 2009)

Grandi manovre in corso nella sinistra extraparlamentare italiana: è stata varata, ieri, la nuova federazione dei comunisti sulla base dell'assemblaggio (appunto su base federale) tra PRC e PdCI; nel corso del prossimo week-end, 19 e 20 Dicembre, i promotori di Sinistra e Libertà dovrebbero compiere il passaggio decisivo della titolarità del simbolo e dell'attribuzione della piena sovranità agli aderenti in luogo dell' “appeseament” fin qui esercitato dai soci fondatori (dall'albo dei quali, come è noto si sono sfilati Verdi e Socialisti).

Questo della cessione di titolarità e di sovranità da parte dei partitini, che ovviamente avverrà con il tempo e attraverso un percorso sicuramente non lineare, appare come un momento di apertura significativo ed importante, tale da far accentrare su questa possibilità attenzioni ed attese.

Il punto, però (come si diceva una volta) sta da un'altra parte: la sinistra italiana, proveniente dalla tradizione comunista, socialista, socialdemocratica, può trovare nuovamente spazio politico ed, eventualmente, istituzionale (penso alla prossima legislatura) soltanto strutturandosi in una nuova formazione politica, capace di nascere aggregando le tante realtà presenti e disponibili a diversi livelli, dotata – prima di tutto – di una propria autonomia teorica, politica, organizzativa.

Autonomia che dovrebbe consentire di nuotare controcorrente nel magma della politica italiana, senza perdere di vista i decisivi risvolti internazionali, senza farsi trascinare dall'enfatizzazione del giorno per giorno e del fatto elettorale, ritrovando il gusto dell'analisi, approfondendo i termini reali dello stato di cose in atto.

E' anche tempo di ricostruzioni storiche, a vent'anni dalla caduta del muro di Berlino, sulle vicende conclusive riguardanti il PCI e le sue successive modificazioni ( si sono esercitati in tanti: Magri, Chiarante, Liguori, Cuperlo, tanto per citare i nomi più importanti) e ne sono venute proposizioni interessanti e pregiati spunti di riflessione.

Al centro, però, di un discorso che intenda svilupparsi sul piano dell'autonomia teorica sarebbe necessario analizzare le profonde trasformazioni avvenute nel corso degli ultimi anni: trasformazioni che hanno colpito al cuore l'identità di quella che era stata la sinistra storica, in particolare quella espressasi nel “caso italiano” dominata da un PCI, esempio di scuola del classico partito di massa, davvero a vocazione egemonica nelle sue espressioni di capacità di rappresentanza di precisi e determinati ceti sociali (non a caso i rapporti con gli altri settori sociali erano definiti di “alleanza”, come si evince rileggendo, ad esempio, il Togliatti di “ceti medi ed Emilia rossa”).

Tutto nasce, infatti, dalla catastrofe del valore d'uso, che era stato alla base del binomio “società sobria/ collettivo” distintivo dell'identità sociale di quella sinistra italiana alla cui storia ci stiamo riferendo.

La catastrofe del valore d'uso è alla base della trasformazione della politica della rappresentanza nella politica della rappresentazione.

Infatti, nella società moderna, in quanto istituita sulla visibilità delle classi, il partito politico rimanda, sia pure con molte mediazioni, ancora agli interessi del gruppo sociale di cui è appunto rappresentante nelle istituzioni dello Stato.

Non che le istituzioni politiche di oggi non producano rappresentazioni ideologiche, come quelle dell'interesse generale della Nazione (sulla base del quale si sono bombardate, perfino, le città della Serbia) o quella del cittadino, liberamente autonomo e capace di voto.

Ma accanto a tale funzione dell'immaginario collettivo e individuale le istituzioni di oggi mettono, comunque, in campo una rappresentanza dei contenuti di vita, distinti se non opposti, dei vari gruppi sociali articolati secondo la loro appartenenza al mondo economico reale.

Con la dissimulazione dei rapporti asimmetrici tra classi in relazioni simmetriche tra individui, questi ultimi, percependosi come identità atomistiche, sono costretti a recuperare un'identità comunitaria attraverso pratiche solo simboliche e compensative.

La colonizzazione del valore d'uso da parte del valore di scambio è alla base dell'autorappresentazione della società contemporanea come un enorme ammasso, non strutturato da una logica unitaria, di merci, astratte dai loro processi genetici di lavoro, e di individui astratti dai loro processi genetici di classe.

A questo processo di superficializzazione dell'esperienza, ove le relazioni istitutive della trama sociale si rendono invisibili, concorrono una cultura della smaterializzazione simbolica e una cultura della rappresentazione ridotta alla mera visione.

Si spiegano così la perdita di senso storico e l'abbandono di concezioni sistematiche.

Dove prevale la superficie e la seduzione della forma sullo spessore di contenuto, al realtà perde ogni sistematicità di nessi e si fa valere soltanto la giustapposizione di figure, ciascuna di volta in volta più appariscente della altre.

La storia diventa solo un magazzino, un deposito di eventi, personaggi, stili, da cui trarre materiale depositato ed accumulato, per ricostruire a proprio piacimento il volto, sia del passato, sia della propria contemporaneità.

Infatti lo spazio senza tempo è uno spazio privo di gerarchie, dove la sinistra non si distingue dalla destra e il centro dalla periferia; perché non si danno più né centri né asimmetrie né scale di valori.

Si spiega altresì l'egemonia di una filosofia la cui tesi centrale è la rinuncia a qualsiasi visione forte del mondo, centrata sulla distinzione essenza/apparenza, e la rivendicazione invece di un pensiero debole che, senza velleità alcuna di raggiungere pretesi ordini oggettivi del reale, si conchiude nel circolo di soggetti che interpretano azioni o documenti di altri soggetti: esattamente quello che è accaduto, a cavallo degli anni'90 del secolo scorso, ai partiti della sinistra storica italiana.

Si è verificato, insomma, un processo di occultamento dell'astratto nel concreto e si è espressa l'ultima categoria ideologica con forte valenza ecumenica e pacificatrice, come è stato nel caso del PD a “vocazione maggioritaria”.

Ecco: riflettere su questi punti, rovesciarne l'impostazione, trarre una nuova dimensione teorica e poi politica dalla capacità di non interpretare soltanto le azioni e i documenti degli altri, potrebbe rappresentare il punto di partenza dell'indispensabile autonomia di un altrettanto indispensabile nuovo partito della sinistra italiana.

Savona, li 4 Dicembre 2009

Franco Astengo

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