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Ventiquattro ore senza di noi

Ventiquattro ore senza di noi

(1 Marzo 2010) Enzo Apicella
Sciopero generale dei lavoratori migranti

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Ma l’immigrazione è un processo regolato dal Capitale

(28 Dicembre 2009)

Riportiamo di seguito la trascrizione del quarto incontro del ciclo seminariale “Sogni e Bisogni”. Si tratta di un momento di discussione avente per tema “La nuova soggettività immigrata nelle metropoli”, svoltosi il 4 dicembre 2009 al Magazzino Rosa Luxemburg. L’interlocutore, con cui viene sviluppata da diversi/e compagni/e una conversazione che presenta elementi di informalità, è Edgar Galiano, ecuadoriano, Segretario generale del Comitato Immigrati e tra i promotori del Comitato Lavoratori Immigrati e Italiani Uniti, originale esperienza costituitasi nei mesi scorsi. Va detto che le tesi sostenute in questo incontro, a partire da quella che vede l’immigrazione non come un fenomeno spontaneo inarrestabile, bensì come un processo “guidato” dal Capitale, possono suscitare accese discussioni. Ma proprio qui sta la forza di un momento come questo: nella capacità di non considerare dogma il verbo sin qui dominante in materia, nel cercare di proporre una nuova lettura di un processo, quello dell’immigrazione, che non può più essere interpretato alla luce degli schemi forniti dall’antirazzismo solidale. Un altro aspetto che ci preme sottolineare, nel discorso di Edgar, è quello relativo all’atteggiamento assunto da gran parte della sinistra italiana nei confronti dei processi di organizzazione in proprio degli immigrati. In questo caso Edgar ci propone delle verità forse scomode, ma che sarebbe sbagliato sottacere.

Con questo incontro, chiudiamo la prima parte di “Sogni e Bisogni. Momenti e figure del conflitto di classe ieri e oggi”. Concentrandoci, in questa prima tornata di incontri, sulle lotte che hanno attraversato il territorio metropolitano negli ultimi anni, non potevano non confrontarci anche con quelle portate avanti dagli immigrati. A nostro avviso, la soggettività immigrata è tra quelle che maggiormente determineranno il corso del conflitto sociale nell’immediato futuro. Ci sembra di poter dire che, nell’ultimo decennio, le lotte degli immigrati abbiano fatto un salto di qualità. Esse, in questo paese, nascono tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, in concomitanza con i primi imponenti flussi di immigrati che giungono da noi, in ritardo rispetto a gran parte dell’Europa occidentale. Nei primi anni queste lotte si intrecciano con l’attivismo di associazioni solidali italiane, che si muovono sul terreno dell’antirazzismo, senza dare al proprio discorso una connotazione di classe. Oggi, però, soprattutto in alcune metropoli, come Roma, gli immigrati sono sempre più un soggetto autonomo, che si muove indipendentemente dal suddetto associazionismo solidale e che, vivendo sulla propria pelle condizioni di sfruttamento estreme, lancia un segnale forte di unità ai lavoratori italiani, dicendo: “guardate che se migliorano le nostre condizioni, se noi otteniamo delle conquiste sociali, è un bene anche per voi. Se la parte sfruttata più selvaggiamente della classe lavoratrice ottiene più diritti, aumenteranno le tutele anche per voi, aumenteranno per tutti”.

Ecco, vorremmo che Edgar, Segretario del Comitato Immigrati e compagno con cui in questi anni abbiamo condiviso diversi momenti di lotta, partisse da qui…

Edgar: sulla periodizzazione possiamo discutere, il vostro discorso è in termini generali condivisibile, ma credo che vi siano delle specificazioni da fare, su cui ritornerò. Il mio intento, però, è quello di partire dai concetti. A mio avviso, rispetto alla immigrazione, in Europa ci sono due concetti, almeno nel campo della sinistra. Uno si lega alle Organizzazioni non governative (Ong) e quindi viene dall’UE con cui queste realtà hanno un legame forte: la migrazione viene sostanzialmente vista come un fenomeno. Si parla di milioni di affamati che fuggono dalla miseria, dall’oppressione e dalle guerre.

Il nostro discorso, invece, muove da un punto di vista di classe e tiene conto del fatto che i maestri del marxismo hanno lasciato tracce utili, più che un discorso compiuto.

L’immigrazione è un processo che varia a seconda dei caratteri del modo di produzione. E’ una questione che si lega alla stessa umanità, è addirittura insita nel fatto di camminare.

Il salto dalla scimmia all’uomo è avvenuto conquistando la posizione eretta, dunque camminando. Camminando per cercare cibo e posti caldi. La comunità primitiva si lega ad un processo di produzione dei camminanti: la raccolta dei frutti non era legata alla stanzialità, che interviene con la “rivoluzione neolitica”, quando si dà vita all’agricoltura.

Nelle formazioni sociali successive, come quella legata all’Impero romano, ha una grande rilevanza lo schiavismo, che si lega ad un tipo speciale di immigrazione, determinato dalle vicende belliche. Una guerra vinta, poniamo, a 2000 chilometri di distanza, portava ad uno spostamento coatto di tantissime persone verso dove serviva la manodopera.

Ma bisogna ricordare che gli schiavi, per quanto negati nella loro umanità, portavano comunque con sé una cultura: abitudini, modi di mangiare che si diffondevano nei paesi dove venivano sfruttati.

Quando subentra il feudalesimo, la migrazione continua mentre è in germe il capitalismo, che riceve una spinta dalle conquiste geografiche.

In verità, in quella fase dello sviluppo umano, non era necessario portare tanta manodopera in Europa, perché veniva sfruttata nei paesi d’origine. Ad esempio in Sud America, questa fase si intreccia fortemente con uno sfruttamento feroce degli schiavi, nelle miniere e nelle piantagioni. Questo lavoro in condizioni disumane di fatto crea le basi materiali per il salto da un modo di produzione all’altro, per il definitivo passaggio – attraverso la rivoluzione industriale – al modo di produzione capitalistico. In questa epoca la migrazione non è massiccia, ma in Europa arrivano comunque parecchi schiavi domestici.

Nel capitalismo i processi migratori sono i più imponenti che mai si siano verificati nella storia dell’umanità. La rivoluzione industriale produce uno spostamento massiccio di manodopera dalle campagne verso le città, che si ingrandiscono sempre più, accogliendo masse di lavoratori che vivono in quartieri degradati.

Col tempo, con lo sviluppo sempre maggiore del capitalismo e con la sua capacità di imporsi come modo di produzione dominante a livello mondiale, la migrazione diventa sempre più spostamento da una parte all’altra del pianeta, dalle aree povere perché depredate dall’imperialismo, a quelle ricche e predatrici.

Per fare un esempio, in Ecuador vi sono 13 milioni di abitanti. Ma 3.5 milioni sono gli ecuadoriani che come me sono emigrati. Il caso italiano, poi, è ancor più emblematico, dato che si dice vi siano più italiani fuori che dentro la penisola.

C’è una immigrazione voluta, sospinta dagli imperialismi: direi pilotata e diretta. Si pensi a quella che qui si lega al lavoro domestico e che è stata favorita dalla Chiesa cattolica ed anche da quella Evangelica (è una immigrazione latino-americana, filippina, capoverdiana, srilankese).

Ma ragionando in termini generali, ci si può chiedere: perché importare manodopera? Dagli anni ‘80 in poi, la borghesia dei paesi imperialisti dice ai suoi proletari: c’è scarsa crescita di popolazione, lavoratore, quando vai in pensione chi ti copre?

Fino al ’90 sono stato nel mio paese ed ero iscritto alla Federazione Metallurgica. Nei corsi di formazione ci parlavano molto della diminuzione delle nascite nei paesi occidentali: era una questione allarmante, soprattutto sotto il profilo del bilancio previdenziale.

In più, in quella fase comincia nei paesi imperialisti la progressiva perdita del potere d’acquisto degli stipendi. Ed il processo di emancipazione che porta molte donne ad entrare nel mondo del lavoro, non è accompagnato da una estensione dei servizi sociali, come gli asili nido, ma al contrario dal progressivo smantellamento degli stessi
In sostanza, una forte spinta ai processi migratori avviene in concomitanza con un attacco sempre più forsennato ai diritti dei lavoratori ed al movimento sindacale nei paesi imperialisti.

Da voi ad esempio, c’era uno Statuto dei lavoratori…

Sulla carta c’è ancora, ma è stato aggirato nei fatti, proprio a partire dagli anni ’80.. Lo Statuto, infatti, si rivolge alle imprese con più di 15 dipendenti, mentre negli ultimi decenni il segno distintivo dello sviluppo del tessuto produttivo nostrano è stato il diffondersi della piccola impresa…

E.: appunto, questa evoluzione del sistema produttivo, che neutralizza alcune conquiste dei lavoratori dei decenni passati, conferma il quadro che mi ero fatto…Un quadro nel quale anche la manodopera immigrata è inevitabilmente usata contro quella italiana, per abbassare il livello di tutele sociali di quest’ultima.

Rispetto alla denatalità di cui parlavi, probabilmente su di essa ha inciso una maggiore autonomia da parte delle donne…

E.: negli stati imperialisti, però, c’è la tendenza a non far fare figli. Magari non si traduce in campagne, collegandosi invece allo smantellamento dei servizi sociali,. In sostanza, vi è stato qui un controllo delle nascite “informale”, che ha portato a questo fenomeno di denatalità, per cui si può parlare di libera scelta delle donne fino ad un certo punto.

Tutto ciò rientra nelle strategie adottate dagli imperialismi, che sono articolate e che si traducono in forme diverse, usando a proprio vantaggio i più diversi avvenimenti. Gli States nel 2001 avevano 8 milioni di irregolari, ora questi sono passati a 12 milioni. Dopo la caduta delle Torri Gemelle, con il pretesto della “lotta al terrorismo”, negli USA sono state avviate politiche sull’immigrazione fortemente restrittive.

Qui in Italia, con la maxi-sanatoria del 2002 e la mini di adesso, c’è un milione di lavoratori irregolari. La manodopera è una merce, che in questo caso non ha diritti e quindi si impone facilmente sul mercato, perché meno costosa della manodopera autoctona. Si rende più efficace, nella pratica, il ricatto ai lavoratori italiani, di cui si affossano ulteriormente le condizioni.

La merce in questione arriva ai padroni in condizioni che rimandano ad un azzeramento dei costi sul piano della formazione (nel bilancio nazionale, a ben vedere, pesa molto questa voce, che copre il percorso che va dalla scuola alla produttività).

La migrazione, lo ripeto, è un processo guidato. Il lavoro nella edilizia prima era dei polacchi, poi degli albanesi, oggi è dei romeni. Se certe nazionalità vengono a svolgere uno specifico lavoro, ciò non è incidentale, bensì pianificato.

Vladimir, il compagno della associazione Iliria, ha fatto uno studio su questo processo pilotato. Ad esempio, dal prossimo anno gli albanesi avranno il visto per entrare in Italia, così che possa prodursi un ricambio generazionale.

Ci hanno bombardato con l’idea degli affamati che scappano: ma se gli immigrati lasciano condizioni di vita spaventose, il loro moto non è poi così spontaneo.

In Italia le comunità prevalenti sono quelle marocchina, albanese, filippina, romena. Pensate ai romeni: 22000 imprese italiane operano in Romania (“dando lavoro” a 800000 persone). Con l’ingresso della Romania nell’UE, nel 2007, questa situazione è diventata a rischio: in patria i romeni prendono dalle imprese 200 euro al mese, allora per loro è meglio andare in Italia o in Spagna. Quindi, in questo caso il processo è sfuggito un po’ di mano. Le imprese italiane in Romania stanno spingendo per farli ritornare lì. E’ da questa spinta che è nata la pressione bestiale nei confronti dei romeni: la campagna mediatica, davvero massiccia, contro la comunità romena è stata determinata anche dalla volontà degli imprenditori italiani che operano in quel paese.

Ma lì, che tipo di produzioni ci sono?

E.: praticamente di tutto, perché si va dall’edilizia ai servizi. Ed anche le dimensioni delle imprese variano: sono davvero diversificati i soggetti economici italiani che hanno trasferito attività produttive in quel paese.

In effetti, io so di interi distretti manifatturieri di Marche e Veneto che si sono trasferiti nell’est europeo

E.: i Romeni, peraltro, dopo l’entrata del loro paese nell’UE sono stati per un anno in stand by, né espulsi, né con permesso di soggiorno. La loro specifica realtà ci ricorda che abbiamo tre categorie nell’ambito del proletariato di una nazione come l’Italia: i lavoratori autoctoni, i lavoratori europei regolarmente sul territorio, che finiscono nel lavoro nero, e i lavoratori immigrati extracomunitari.

Il discorso sulla comunità romena dimostra che, non senza difficoltà come quelle che vi ho appena accennato, la tendenza è quella di gestire la immigrazione.

Un discorso analogo si può fare rispetto alla Germania ed alla forte presenza nel suo territorio di turchi. Ad ogni modo, ciò che ci deve interessare, al di là degli specifici nazionali, è che la politica di cui stiamo parlando è in parte gestita in collaborazione con le Ong, che non rispondono in maniera diretta ai singoli stati (pur incidendo molto sulle politiche di questi ultimi)ma hanno un forte rapporto con l’Unione Europea. L’Italia stessa vede un ruolo decisivo delle Ong. Ma per questo paese va fatto un discorso a parte, perché è uno di quelli che anticipano, nella direzione peggiore, la legislazione del resto d’Europa.

A parte eventuali paesi che possono emulare l’Italia, va detto che L’UE tende ad uniformare le legislazioni nazionali, altrimenti si creano dei vuoti, difficili da gestire…

E.: E’ vero…E se parliamo di tendenze tipiche dell’Europa attuale, dobbiamo registrarne anche un’altra: in questo momento si tende a far pesare molto la crisi sugli immigrati…La crisi più grande, collegata ai lavoratori immigrati, è stata in Spagna. Lì i miei connazionali, che lavorano prevalentemente nell’edilizia, hanno risentito del crollo del settore, legato alla crisi dei mutui. Lì si sta sviluppando la lotta per la moratoria di un anno per il mutuo. Ma il governo ecuadoriano ha lanciato un progetto di rientro, muovendosi in linea con le esigenze della Spagna.

Anche in un paese come l’Olanda stanno spingendo affinché rientrino nel loro paese d’origine alcune comunità. Ad esse viene detto: se ve ne andate a casa, vi diamo un po’ di soldi. In questa situazione sono coinvolti pure dei lavoratori italiani…

E.: ma c’è da dire che i piani di rientro falliscono inesorabilmente. Il governo spagnolo diceva ai nostri connazionali: tu mi costi di meno nel tuo paese, vattene, mi devi garantire che per 3 anni non rientri…Rafael Correa ha accettato il piano, questo è uno dei grossi problemi che abbiamo con lui. D’altro canto, il Presidente ecuadoriano è entrato nella Alleanza Bolivariana per le Americhe non tanto perché ne condivideva il progetto di fondo, quanto in virtù di problemi con la Colombia.

Ma se possiamo fare un ulteriore passaggio, va detto che le leggi sulla immigrazione gestiscono i flussi per intervenire sulla composizione del mercato del lavoro. Le leggi sin qui varate in Italia, la Turco-Napolitano come la Bossi-Fini, sono andate in questa direzione. In questo quadro, il ricatto a determinate comunità è parte del gioco. In Italia si è assistito a campagne mirate prima contro i marocchini, poi contro gli albanesi, per arrivare all’attacco ancora in atto contro i romeni. Sono le comunità più presenti che vengono criminalizzate, per ricattare meglio un settore di manodopera. Oggi, il datore di lavoro che assume un romeno, può fargli pesare il clima pesante che c’è nei confronti della sua comunità, può fargli credere che gli sta facendo quasi un favore.

Alla luce di quanto ho sinora detto, si può concludere che la sinistra in questo paese non ha voluto parlare della immigrazione nei termini più corretti, cioè come di un processo gestito dal capitalismo. D’altro canto, i primi a non volere la autorganizzazione degli immigrati, se si eccettua naturalmente la Chiesa cattolica con le sue ramificazioni assistenziali, erano proprio i compagni italiani, che talvolta gestiscono, tramite associazioni, un bel pacchetto di soldi legati all’immigrazione.

Ad ogni modo, questo clima di ostilità ci ha consentito di organizzarci in proprio: nell’ottobre del 1999, con un bel corteo a Roma, è iniziato questo processo. Sono passati poco più di 10 anni. Al principio ci chiamavamo, non a caso, Comitato Straniero per stranieri: era nostro intento chiudere la porta in faccia a quelle realtà di compagni italiani che volevano dirigerci…

In quel momento, furono forti le polemiche dentro il movimento romano…Esse venivano lanciate anche dai movimenti di lotta per la casa, che indubbiamente avevano intercettato molti immigrati e che dicevano: non vi separate, molti vostri fratelli già lottano con noi. In pratica era come se dicessero: “vieni con me che autorganizzo pure te…”.

E.: La lotta allora si era già sviluppata sotto ogni aspetto. Il primo modo di organizzarsi degli immigrati è stato per comunità: si pensi al fatto che nel ’98 si costituisce El Condor, associazione dei latino-americani, mentre nel ’97 nasce Iliria, che riguarda gli albanesi. Vi erano però associazioni bianche che volevano gestirci, come Senza Confine. Il Comitato Straniero per stranieri aveva precise parole d’ordine: unità, solidarietà, lotta, indipendenza politica…Sulla base della stessa filosofia, nel 2002 venne costituito il Comitato Immigrati a livello nazionale. Riuscimmo a mettere insieme le diversità sulla base della lotta per il permesso di soggiorno. In quel momento l’aspetto fondamentale inizia ad essere l’autodeterminazione, come dicono i documenti fondativi. Era una fase particolare, perché realtà come la già ricordata Senza Confine e l’Associazione 3 febbraio consideravano una contraddizione la nostra stessa esistenza. All’epoca si trattava di associazioni forti, che non ci volevano…e meno ancora gradiva la nostra attività Rifondazione Comunista, che infatti aveva una alleanza stretta con Senza Confine. In questo paese, la sinistra – inclusi settori della sinistra estrema – ha cercato di frenare il nostro processo di autorganizzazione.

Dove il Comitato immigrati non si è sviluppato, le associazioni bianche ancora giocano un certo ruolo. La nostra crescita è stata dovuta al fatto che in questi anni abbiamo praticato l’indipendenza politica: per fare un esempio, anche Ferrero, in quanto ministro, ha subito le nostre contestazioni.

Ma questo è sempre stato il nostro modo di operare: ogni nuovo governo e ogni nuovo sindaco è stato costretto, al di là del suo colore politico, a confrontarsi con le nostre rivendicazioni.

Diciamo che, rileggendo oggi queste vicende, si hanno le coordinate per ricollegarsi in modo approfondito al vostro intervento iniziale sul sempre maggiore protagonismo autonomo degli immigrati. Si può dire che vi è stato dapprima un processo autorganizzativo naturale (le associazioni di comunità), poi uno più solido. Noi avevamo dall’inizio le idee chiare sulla direzione da prendere. Non a caso abbiamo preso posizioni precise anche su problemi che andavano oltre le nostre immediate rivendicazioni: sulle guerre di questi anni abbiamo sempre espresso un punto di vista antimperialista, più che semplicemente pacifista.

Il punto forte è per noi la unità degli sfruttati. In questo senso abbiamo sempre cercato di lanciare un ponte verso quelle realtà italiane che si sono dimostrate più sensibili alle nostre rivendicazioni. Tre anni fa abbiamo cercato di creare un coordinamento…Si può dire che il Comitato Lavoratori Immigrati e Italiani, costituitosi nei mesi scorsi, ci ha messo tre anni per vedere la luce. Le realtà italiane a cui ci siamo rivolti (Organizzazione Comunista Internazionalista, Collettivo Gramsci, Comitato di Lotta Quadraro, Corrispondenze Metropolitane, GCR, Pd’Ac ed altre) ci hanno messo un po’ di tempo, ma alla fine hanno capito il senso della nostra proposta.

Anche a Napoli ed a Marghera questo tipo di processo si sta finalmente sviluppando. E continuerà: però non mancheranno le contraddizioni. Io vedo due problemi: da un lato la nostra rivendicazione del diritto al voto, che magari farà storcere il naso a chi è astensionista, dall’altro la questione religiosa. A me pare che la rivendicazione di spazi in cui esprimere la propria fede non incontri molti consensi tra i militanti italiani…

Forse questi problemi sono meno grandi di quanto non sembri. Ad esempio: un astensionista, non dovrebbe essere contrario al diritto di voto per gli immigrati, perché senza di esso non vi è scelta. Agli immigrati, oggi, è semplicemente negata la possibilità di esprimersi sul fatto elettorale. Quanto alla questione religiosa, non dovrebbe costituire una difficoltà insormontabile neanche essa. La battaglia per la libertà di culto e per avere spazi in cui pregare rientra in un discorso di modernità. Cioè, l’Italia diventa sempre più plurale, anche dal punto di vista religioso, e di questo occorre tenere conto. Con un po’ di intelligenza, queste rivendicazioni potrebbero essere sostenute nell’ambito di un discorso che tende a ridurre l’impatto del Vaticano sulla società italiana, che tende cioè a considerare il cattolicesimo non più la religione degli italiani, cui sono accordate prerogative esclusive, ma una delle religioni, per quanto più diffusa delle altre…

E.: spero che il tuo ottimismo su tali questioni sarà confermato dai fatti. Ad ogni modo, il 2010 sarà un anno determinante per creare una piattaforma complessiva sui bisogni. In questa direzione, vanno lanciate delle campagne specifiche: con la comunità bengalese e con l’associazione Dhuumcatu si sta pensando di creare una mobilitazione attorno alle bollette “insolute”, che come immigrati non riusciamo assolutamente a pagare…Io dico a tutti questo: bisogna avere umiltà, perché purtroppo in questi anni le realtà dell’antagonismo sociale e della sinistra di classe non si sono ingrandite in Italia, anzi. In questo quadro, se il Comitato Lavoratori Immigrati e Italiani Uniti lavora bene, può essere un elemento che contribuisce al ricompattamento delle forze disperse e frammentate. Quando mi si chiede cosa è questo Comitato, io rispondo che è anzitutto uno strumento di unità. Non è un fine in sé: quando le organizzazioni si trasformano da strumento in fine, inizia inesorabilmente il loro processo di declino.

A cura di:
Circolo Proletario “la Scintilla” (Combat)
Il Pane e le rose – Collettivo redazionale di Roma

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