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(17 Gennaio 2010) Enzo Apicella
Il presidente Napolitano omaggia Craxi come "statista", i sindaci Alemanno e Moratti gli intitolano vie a Milano e Roma

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Un’antiode a Craxi

(6 Gennaio 2010)

Può essere degna apertura del nuovo decennio la bella e servile idea dei sindaci Brichetto-Moratti e Alemanno di titolare un giardino milanese e una via romana a Bettino Craxi, l’uomo che ha trasformato il Psi lottizzatore di De Martino in associazione a delinquere. La notizia fa sussultare l’ormai minoritario pezzetto d’Italia che non dimentica né si vende, ma più della protesta civile minacciata sarà la dissidenza della Lega a fermare – ancora per poco – titolazioni e riabilitazioni richieste a gran voce dal galoppante revisionismo. Quel che deve restare nella riscrittura d’un passato così recente che tutti ricordano e tanti rimuovono è la “persecuzione” dello “statista” che lasciò l’ingrata nazione per un “esilio” comunque tutt’altro che austero. L’Hammamet del corrotto e sodale presidente Ben Alì diventata buen retiro accolse il tramonto craxiano a suon di miliardi. Ne vennero calcolati oltre centocinquanta usati per il soggiorno dorato e tuttora sostegno - coi conti a Panama, Lugano, Ginevra - della vedova Anna e dei rampolli Stefania e Bobo, mai privi di affari post paterni e incarichi di governo.

Pluricondannato e latitante il politico che dopo Fanfani ha tentato d’introdurre e incarnare un bonapartismo populista prodromo delle successive e odierne derive, Craxi collezionò varie condanne definitive: cinque anni e sei mesi per la tangente Eni-Sai, quattro e sei per quella della Metropolitana milanese. Fuga e passaggio a miglior vita lo tennero lontano dai dispositivi delle sentenze sulla maxitangente Enimont per la quale Raul Gardini si faceva saltare le cervella, da quelli sul Conto Protezione e All Iberian. L’attuale clan socialista sopravvissuto e riciclato nei Palazzi, dopo le fugaci rimaterializzazioni di De Michelis e Intini, ha avuto i maggiori epigoni in Amato nel centrosinistra e Cicchitto nel centrodestra, più la pletora dei signori nessuno diventati ministro proprio come lo erano stati Martelli, Signorile, Boniver. Il clan ha cercato proseliti nell’intero emiciclo parlamentare. Puro eufemismo perché d’ulteriori aggregazione non c’era bisogno vista l’assoluta continuità fra gli infangati simboli nenniani - resi strumento delinquenziale dai bravi, nel senso manzoniano, Chiesa e Larini, due dei gabellieri di piazza Duomo - e l’azzurro del crescente berlusconismo.

Campione del banditismo politico in casa e fuori Craxi può essere ricordato come il predone del salario d’ogni lavoratore dipendente grazie a quell’abolizione della ‘scala mobile’ benedetta in Confindustria e per compagnìe di capi di Stato nient’affatto raccomandabili: i militari golpisti d’Argentina in faccia al presidente internazionalista Allende e il dittatore Siad Barre favorito, e in questo ricambiato, per i loschi affari di traffico d’armi e di scorie tossiche. Due reporter italiani che a posteriori indagavano sulla vicenda, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, finirono crivellati di proiettili su una jeep somala. Fosse rimasto al Raphael e a Palazzo Chigi per la propensione alla sfera più illegale e aggressiva della vita pubblica Bettino avrebbe praticato - come l’amico, sodale ed epigono Silvio – frequentazioni di “statisti” della levatura del presidente Keghebista Putin, distintosi per quel gesto che Berlusconi gli mimava al cospetto. Craxi avrebbe superato, si può star certi, ogni pregiudiziale, giudiziaria prima che politica.

5 gennaio 2010

Enrico Campofreda

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