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Votare SÌ al referendum del 15 giugno

(9 Giugno 2003)

15 giugno, referendum sull’art. 18: chi invita all’astensione o a votare no, vuole ridurre i diritti di tutti i lavoratori.

Per difendere le condizioni di lavoro e i diritti di tutti i lavoratori, è necessario votare SÌ al referendum del 15 giugno.

I lavoratori, tutti i lavoratori, hanno dei buoni motivi per votare SÌ. Noi non siamo stati tra i sostenitori di questo referendum, riteniamo ancora profondamente sbagliati i tempi e i modi con cui è stato promosso e abbiamo pure molte riserve sul metodo referendario. Ma la situazione politica creatasi impone che, senza indugio, il 15 giugno si debba votare SÌ. Questa è una condizione necessaria, anche se da sola non sufficiente, per contrastare l’attacco governativo e padronale in corso e per creare rapporti di forza migliori per organizzare la difesa di tutti i lavoratori, anche di quelli privi totalmente di diritti, come gli “interinali”, i “tempo determinato”, i “Co. Co. Co. (collaborazione coordinata continuativa”, gli apprendisti ...

Estendere i diritti rafforza TUTTI i lavoratori

L’estensione dell’art. 18 anche nelle aziende di sotto dei 15 dipendenti (5 nel settore agricolo), non è solamente un problema di giustizia “astratta”, di diritto, di equità, di applicazione a tutti della stessa legge. Il diritto al reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa anche in queste aziende è nell’interesse di tutti i lavoratori. Quanto più i diritti sono estesi e assumono la forma di leggi esigibili da chiunque, tanto più le condizioni salariali e normative di tutti i lavoratori sono migliori. Un lavoratore con pochi o nessun diritto, è un lavoratore pagato di meno, che non può organizzarsi sindacalmente, non può rivendicare diritti minimali (maternità, ferie, straordinari in busta paga, .... pur se sanciti per legge), non può salvaguardare la propria salute (immaginatelo che richiede l’applicazione della legge 626 o l’intervento dell’ASL), non può difendere la propria dignità umana (molestie sessuali, ...). Il fatto che esista una consistente quota di lavoratori (circa 3 milioni) che non possono “godere” di tutto questo, seppur assunti a tempo indeterminato (quindi costretti per tutta la vita all’arbitrio padronale), ha un effetto “deprimente” sulle condizioni salariali e normative di tutti i lavoratori.

L’obiettivo di governo e padronato è quello di ridurre i diritti (e i salari) a tutti i lavoratori e di portarli il più possibile allo stesso livello dei lavoratori con pochi o, addirittura, nessun diritto. Tutte le leggi per “flessibilizzare” il lavoro, dal “pacchetto Treu” del Centro Sinistra all’odierno “libro bianco” di Maroni, sono finalizzate a levare diritti contrattuali e individuali per ridurre il costo del lavoro. I diritti, infatti, sono sia un “costo” per i padroni, una quota di salario che si vuole eliminare per conservare i profitti, sia uno strumento fondamentale per difendere la propria dignità umana individuale nei posti di lavoro e la base per garantire al meglio le condizioni collettive.

Se i lavoratori a tempo indeterminato, a tempo determinato, interinali, Co.Co.Co., apprendisti, ... godessero degli stessi diritti, anche indipendentemente dalla razza e dalla nazionalità, tutti i lavoratori ne sa rebbero rafforzati e potrebbero difendersi meglio; perché se così fosse le condizioni di lavoro sarebbero levate all’arbitrio padronale, alla loro determinazione sulla base del rapporto individuale tra lavoratore e padrone, dove il primo è perdente e sconfitto in partenza, senza appello.

L’estensione dei diritti minimali è, quindi, un obiettivo nell’interesse di tutti i lavoratori, e nella situazione politica attuale ci è imposto di schierarci e di votare al referendum del 15 giugno. I lavoratori hanno un’unica scelta per difendere i propri interessi, ed è quella di votare SÌ.

Padroni e governo: cancellare tutti i diritti, diminuire i salari

Il 15 giugno non è in ballo solo un pronunciamento sull’estensione dell’art. 18 nelle aziende al di sotto dei 15 dipendenti. Governo e padroni vogliono usare la scadenza per sancire un consenso sociale alla controriforma dei rapporti di lavoro che vuole introdurre il “libro bianco” di Maroni. Il mancato raggiungimento del quorum o, peggio, la vittoria del NO al referendum, sarebbero subito usati per giustificare l’introduzione delle misure previste dalle “leggi delega” in discussione al Parlamento (prima fra tutte la sospensione dell’art. 18 per i neo assunti nelle aziende dove già si applica), sostenendo che dietro di esse vi è la volontà della maggioranza degli italiani.

Governo e padroni vogliono ottenere questa sanzione, pensando in questo modo di azzerare la protesta sociale contro la modifica dell’art. 18 che nei mesi scorsi si è espressa in massa nelle piazze. Il loro obiettivo è quello di usare il referendum quale trampolino di lancio per azzerare tutti i diritti, di tutti i lavoratori.

L’attacco ai diritti è una precondizione per l’ulteriore estensione della flessibilizzazione dei lavori e per la diminuzione dei salari. Il governo e la Confindustria puntano a scardinare i meccanismi contrattuali esistenti per ottenere un generale abbassamento dei livelli salariali (diretti e indiretti). Come scritto nel programma elettorale del governo Berlusconi, il fine è quello di sbarazzarsi dei vari livelli contrattuali e dell’attuale legislazione del lavoro per introdurre la “libera contrattazione tra datore di lavoro e lavoratore”, ossia per reintrodurre l’arbitrio padronale in tutti i posti di lavoro.

Tutti i lavoratori, per contrastare questo disegno, devono necessariamente votare SÌ il 15 giugno. Il mancato raggiungimento del quorum o, peggio, la vittoria del no, sarebbero il preludio di un inasprimento dell’attacco in corso su diritti, salari e pensioni.

L’estensione dell’art. 18 aumenta la disoccupazione?

La campagna contro i lavoratori è in pieno svolgimento. La Confindustria richiede a gran voce “l’ammodernamento” della legislazione del lavoro e il suo presidente D’Amato si lamenta della lentezza con cui il governo procede nelle “riforme” (ossia nell’approvazione delle leggi delega sul mercato del lavoro e nell’ulteriore riduzione delle pensioni).

I settori padronali più direttamente interessati ad impedire l’affermazione del SÌ al referendum hanno addirittura costituito un “Comitato per il NO”, che si è impegnato in un’offensiva “terroristica” su quelli che sarebbero gli effetti di un’estensione del diritto al reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa.

Billè, presidente della CNA, capofila del Comitato per il NO, ha sostenuto che una vittoria del SÌ porterebbe alla perdita di 100.000 posti di lavoro. Il ministro del Welfare Roberto Maroni continua a sostenere che un tale risultato renderebbe più difficile combattere la disoccupazione. L’argomentazione è sempre la stessa, usata sia dal Centro Sinistra per giustificare il pacchetto Treu, sia dal Centro Destra per legittimare la controriforma Maroni: con queste misure si aumenta l’occupazione. Per estensione, la vittoria del SÌ al referendum impedirebbe questo risultato.

Innanzitutto non si capisce bene perchè se vincesse il SÌ immediatamente ci sarebbero 100.000 licenziamenti. Chi ha assunto questi lavoratori non ne avrebbe più bisogno? Se non ne ha bisogno, perchè mai non li licenzia oggi, quando potrebbe farlo tranquillamente poiché nella sua azienda non si applica l’art. 18? Simili argomentazioni non hanno alcun valore, ma sono fatte circolare e presentate come vere solo perché dette in televisione, a trasmissioni cui non sono chiamati mai a parlare i lavoratori che subiscono quotidianamente la tragedia della mancanza di diritti.

Neppure si capisce perché se vincesse il SÌ sarebbe più difficile “combattere” la disoccupazione. Probabilmente si vuole dire che se il referendum avesse questo esito i padroni sarebbero meno propensi ad assumere? Se stiamo parlando di un’esigenza concreta, dettata dal ciclo economico, si dice una stupidaggine. Un datore di lavoro assume perché si amplia il ciclo produttivo e ha bisogno di più dipendenti per seguirlo e reggere la concorrenza. Quindi il referendum non c’entra nulla. Se invece diciamo che un padrone preferisce assumere lavoratori senza diritti, per ottenere più profitti e poter fare il bello e cattivo tempo con tutti i dipendenti senza alcun problema o contestazione, allora stiamo dicendo le cose come stanno, senza maschere.

Infine va sfatato il cuore dell’argomentazione padronale e governativa, l’aumento dell’occupazione.

Questa non aumenta grazie a qualche legge, anche se viene promesso in fase di campagna elettorale, ma solo ed esclusivamente se il ciclo economico è in fase ascendente. Questo non avviene da tempo e le misure del pacchetto Treu non hanno aumentato l’occupazione, nè quelle delle leggi delega di Maroni lo faranno. Queste leggi favoriscono un travaso del lavoro da delle condizioni maggiormente garantite a nuove condizioni meno garantite e “sicure”. La flessibilizzazione sempre più forsennata di questi anni non ha significativamente aumentato l’occupazione totale, l’ha trasferita dalle condizioni “tipiche” a quelle “atipiche”. Per tanti neo assunti con contratti a termine, Co.Co.Co., ... ci sono stati più o meno altrettanti licenziati, cassaintegrati ed espulsi nelle grandi fabbriche. La cosiddetta base occupazionale non aumenta in modo significativo da tempo e non lo farà nel prossimo futuro.

L’aumento dell’occupazione è uno specchietto per le allodole, che sta tragicamente sperimentando sia chi è espulso dal lavoro, sia chi è assunto nelle forme “atipiche”.

Un vasto fronte contro i lavoratori il 15 giugno

Non sono solo il governo Berlusconi e il padronato, però, non vogliono l’estensione dell’art. 18. La gran maggioranza dell’Ulivo è anch’essa schierata contro, come pure Cisl e Uil. Non deve stupire che le argomentazioni sono le stesse. Qualche esempio? Violante, presidente dei deputati DS, sostiene che l'estensione dell'art. 18 sarebbe “un duro colpo per il mondo imprenditoriale italiano”. L’ex ministro Visco è per il no, come pure Rutelli e Castagnetti della Margherita. Quest’ultimo ha anche sostenuto: “Un commerciante o un artigiano che ha un dipendente è imprenditore ma insieme anche lavoratore. Non possiamo complicargli la vita”. Evidentemente, diciamo noi, poco importa che l’intera esistenza di un lavoratore sia dannatamente complicata dalla totale assenza di diritti esigibili nel posto di lavoro.

Ma non basta, Enrico Letta, economista della Margherita, in un convegno organizzato dal giornale “Il Riformista” (organo di D’Alema) ha enunciato con chiarezza la posizione dell'Ulivo sull'art.18: va cancellato per tutti e sostituito con una nuova legge che sostituisca il reintegro con l’indennizzo e diffonda l’arbitrato al posto del ricorso alla magistratura. Quando da più parti dell’Ulivo si dice che il referendum sarebbe controproducente, l’obiettivo reale, al di là delle parole e delle giustificazioni, è questo.

A tale scelta si è infine accodato lo stesso Cofferati, dopo aver costruito la propria immagine sulla “difesa dei diritti” e sulla manifestazione dei tre milioni a Roma in difesa ... dell’art. 18.

Sarebbero questi i difensori dei lavoratori contro il Centro Destra di Berlusconi? Tutti i lavoratori devono ben meditare a proposito, e non delegare a nessuno la difesa dei propri interessi.

I limiti del referendum e dei suoi promotori

Abbiamo anticipato all’inizio le nostre perplessità su questo referendum. I suoi promotori lo presentano come una sorta di “sbocco politico” del movimento di massa sceso in piazza l’anno scorso per difendere l’art. 18.

Se così fosse vorrebbe dire che è tutt’ora in piedi un movimento di resistenza, in grado effettivamente di influenzare tutte le classi sociali nelle votazioni, a prescindere dal consenso elettorale di cui godono il Centro Destra e la maggioranza dell’Ulivo, entrambi contro l’ampliamento dell’art. 18.

In realtà, oggi, quel movimento non è in piazza e non ha fatto un percorso tale da rendere certo il passaggio dalla difesa all’offensiva per l’estensione a tutti delle garanzie previste dall’art. 18. Non siamo certo in presenza di una situazione di lotte sociali così vaste e diffuse da obbligare con la mobilitazione il Parlamento ad approvare leggi maggiormente favorevoli ai lavoratori, come avvenne con lo Statuto dei Lavoratori (di cui fa parte l’art. 18) imposto dalle lotte operaie del 1969-1970.

La scelta referendaria rischia, per un errore di calcolo nei tempi e nei modi, di condurre ad una sconfitta simile a quella fatta dall’allora PCI e dai sindacati con il referendum sulla “scala mobile”. In quell’occasione il movimento di piazza venne dirottato sul terreno elettorale e perse nel confronto tra tutte le classi, tra i “cittadini”; in quest’occasione il referendum è sostitutivo della mobilitazione di massa e presenta come unico fine possibile alle lotte operaie e proletarie il confronto elettorale.

Quando sarebbe necessario organizzare una lotta continuativa in tutti i posti di lavoro per difendere i diritti, per contrastare le leggi delega sul mercato del lavoro (i cui lavori procedono tranquillamente in Parlamento), per gettare le basi di una futura offensiva in termini di condizioni di lavoro e di diritti, il principale se non l’unico orizzonte proposto è quello di una scadenza elettorale, cui sono chiamati a votare “tutti” (quindi anche i padroni) sui diritti dei lavoratori.

Per noi è stato un errore promuovere questo referendum, la lotta reale e concreta dei lavoratori non si può sostituire con le consultazioni elettorali, nè si può far finta che ci sia se invece non c’è. Per questo non abbiamo partecipato al Comitato per il SÌ e non abbiamo raccolto le firme.

Ma oggi il referendum c’è e lo scontro politico sul tema dei diritti ci è imposto da quanti vogliono levarli a tutti i lavoratori. Nell’attuale situazione la mancanza del quorum al 15 giugno, o peggio, la vittoria del NO, farebbero da battistrada alla cancellazione per tutti dell’art. 18 e ad un successivo attacco ancora più virulento ai diritti e alle condizioni dei lavoratori.

Per questo occorre votare SÌ al referendum del 15 giugno

Indubbiamente questo non basta. Occorre organizzarsi in tutti i posti di lavoro per contrastare le leggi delega sul mercato del lavoro, le esternalizzazioni, il furto del TFR e l’annunciata ennesima riduzione delle pensioni, i contratti a perdere che ci sono imposti, i licenziamenti che continuano nelle grandi fabbriche.

Ma anche tutto questo sarà più difficile se non ci sarà uno “scatto d’orgoglio” il giorno del referendum, se i lavoratori non parteciperanno in gran numero dando il segnale che hanno compreso che in gioco non è solamente l’estensione dell’art. 18, ma la difesa delle condizioni di tutti, che non accettano l’arbitrio padronale quale stile di vita all’interno dei posti di lavoro.

Slai Cobas
Sindacato dei Lavoratori Autorganizzati Intercategoriale
Coordinamento Provinciale di Milano

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