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(10 Gennaio 2010) Enzo Apicella
Dopo la rivolta degli schiavi di Rosarno

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Incondizionatamente dalla parte dei migranti

(12 Gennaio 2010)

E’ stata l’aggressione a due loro compagni a scatenare la rivolta dei braccianti immigrati di Rosarno. L’ennesima delle tante aggressioni che si ripetono sin dagli anni ‘90 da quando, cioè, in quelle terre, come in altre aree d’Italia e soprattutto del Sud, migliaia e migliaia di immigrati, arrivano per cercare un lavoro nelle campagne e trovano l’inferno.

Quelli che i rosarnesi e qualche “democratico” giornale ha definito negri si sono ribellati per dire basta non solo alle aggressioni a colpi di fucile e di spranga ma soprattutto alla violenza quotidiana dello sfruttamento inumano cui sono sottoposti, alle condizioni ignobili delle baraccopoli in cui sono costretti a vivere. Da chi? Non certo da quella ‘ndrangheta di cui tanto si parla in queste ore, che sicuramente c’è e controlla affari e territorio, ma dai grandi e piccoli padroncini di cui la ‘ndrangheta è da sempre cane da guardia e collaboratore. E’ per questi padroni “puliti” che i 5000 braccianti immigrati che vivono a Rosarno e negli altri paesi della Piana lavorano oltre le 12 ore al giorno per meno di 2 euro l’ora: 20-24 euro al giorno di cui 6 devono andare al caporale che ogni mattina sceglie chi e quanti lavoreranno in quella giornata. La stessa situazione di Eboli, Castelvolturno (Campania), Cassibile (Sicilia ), e poi Cerignola, Stornara (Puglia), e di tante zone del Nord dove la ‘ndrangheta non c’è ma i padroni hanno la stessa fame di profitto.

La legge Bossi-Fini, il reato di clandestinità introdotto con il “Pacchetto sicurezza”, le campagne anti-immigrati del governo e dei mass media, hanno reso ancora più arroganti queste sanguisughe che potendo usare la maggiore ricattabilità e subordinazione degli immigrati, non solo aumentano lo sfruttamento ma arrivano a rifiutarsi di pagare anche la miserabile paga dovuta. E se c’è chi protesta per avere i propri soldi, come è avvenuto a Rosarno, scattano le ritorsioni, le aggressioni, si costruiscono ad arte episodi di illegalità dei migranti al solo scopo di aizzare l’odio razzista, che non a caso si concentrano negli ultimi giorni della raccolta per costringere gli immigrati al silenzio o alla fuga. Quanto risparmieranno i padroni di Rosarno per tre mesi di lavoro delle migliaia di braccianti allontanati senza essere pagati nemmeno di quel miserabile salario?

A tutto questo si sono ribellati questi lavoratori e l’hanno fatto in maniera non educata, senza usare i guanti bianchi ma distribuendo un po’ di quella violenza che assaggiano tutti i giorni in questo “bel paese”. Ci avevano provato in tutti questi anni ad usare le regole della non violenza, tanto care al papa e ai pacifisti nostrani, non ultimo il 13 dicembre 2008, quando dopo il ferimento di due ivoriani, sfilarono per le strade di Rosarno con i cartelli “Non sparateci contro” e rivolgendosi persino alle forze dell’ordine. Ma nessuno ha mosso un dito mentre i “bravi ragazzi” di Rosarno continuavano a divertirsi andando “a caccia del negro” sprangandoli dallo scooter in corsa, nessuno ha fiatato per le condizioni inumane dei loro lager. Eppure, come dice un volontario, tutti sapevano. Lo sapevano i cittadini che li emarginavano e li volevano lontani dalle loro strade perbene e che oggi si incazzano per qualche loro auto sfasciata, i sindacati, assenti se non conniventi, la cosiddetta sinistra che oggi fa finta di indignarsi (con cautela, però!) ma che in questi anni è stata responsabile, quanto questo governo, di altrettante leggi e campagne xenofobe (i CPT non sono nati con la legge Turco-Napolitano? E a Ponticelli non è stato un manifesto del PD a dare fuoco alla rivolta della popolazione contro gli immigrati?).

Tutto il pietismo ipocrita sbandierato a favore dei migranti si è dissolto come neve al sole di fronte alla presa di parola, al protagonismo di questi lavoratori che hanno osato insorgere contro un trattamento non riservato nemmeno alle tante bestie domestiche che tanti “benpensanti” tengono nelle loro case accudendole amorevolmente.

Qualcuno sta forse protestando per il comportamento del governo e del ministro Maroni che criminalizza ulteriormente i migranti, promettendo un pugno repressivo ancora più duro e che intanto sta deportando questi lavoratori nei lager chiamati ipocritamente Centri di accoglienza, in vista di una loro espulsione? Tutti a criticare invece gli “eccessi” dei migranti, il loro mancato rispetto della “convivenza civile” trasformandoli da vittime in carnefici, mentre, per un intero paese che si è dato alla caccia all’uomo, armi alla mano, si esprime “comprensione”.

Noi non esprimiamo comprensione né per i padroncini che hanno fomentato questo pogrom e nemmeno per quei proletari che si sono lasciati coinvolgere in questa ignobile aggressione contro degli sfruttati che si guadagnano con un durissimo lavoro il diritto alla sopravvivenza, mentre molti di quelli che erano in piazza hanno in famiglia dei finti braccianti che godono dei contributi statali.

Noi stiamo incondizionatamente dalla parte dei migranti, dei loro diritti, della loro lotta che ha svelato con la sua radicalità quanta ipocrisia c’è dietro il manto di buonismo che viene profuso a piene mani.

Essi hanno lanciato un segnale, un grido di battaglia indicando la strada anche ai proletari italiani che nella loro stragrande maggioranza continuano a ritenere di poter difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro solo subordinandole alle esigenze della propria azienda o della propria nazione.

Ma come dimostrano gli effetti di questa crisi, di cui non si vede fuoriuscita all’orizzonte, tale attitudine subalterna non viene ripagata da governo e padroni che stanno invece approfittando della recessione in atto per imporre un ulteriore arretramento fatto di precarietà, disoccupazione e supersfruttamento per gli stessi lavoratori italiani.

Le campagne di odio razzista non sono indirizzate alla chiusura delle frontiere (cosa tra l’altro impossibile) ma a tenere i lavoratori migranti in una situazione di estrema ricattabilità per imporre loro trattamenti di lavoro e salariali altrimenti intollerabili e nello stesso tempo utilizzarli come arma di pressione e di ricatto verso i lavoratori italiani.

Per ciò riteniamo suicida da parte dei proletari italiani associarsi all’attuale clima xenofobo da cui non hanno nulla da guadagnare.

È necessario invece raccogliere il segnale di determinazione espresso dai migranti per ridiscendere in campo e, finalmente, imporre ai padroni che non vi siano trattamenti differenziati a seconda del colore della pelle o del paese di provenienza dei lavoratori. Solo in questo modo si potrà contrastare la concorrenza tra proletari che serve solo a far aumentare i profitti per i capitalisti. È questa la premessa per trasformare la presenza dei migranti in un punto di forza per la difesa generalizzata delle condizioni di vita e di lavoro di tutti i proletari.

Napoli 11/01/10

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