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Haiti non è così povera da non poter essere ancora derubata

(21 Gennaio 2010)

Risulta ormai evidente che il terremoto di Haiti è divenuto il pretesto dell’ennesima invasione militare statunitense. Di fronte a questa plateale aggressione militare, ordinata da Sant’Obama con i soliti pretesti umanitari, qualcuno si è spinto ad ipotizzare che lo stesso terremoto sia stato l’effetto di super-armi segrete di cui gli USA sarebbero in possesso. Ma in tal modo ci si spinge nel campo della pura speculazione, dato che l’esistenza di tali armi può essere solo immaginata. Laddove non c’è da immaginare, ma solo da constatare, è invece sul ruolo che ancora una volta stanno svolgendo i media di tutto il mondo, impegnati a fornire giustificazioni alla presenza militare statunitense.

I toni con cui i media enfatizzano presunti episodi di banditismo, rappresentano la scontata giustificazione della presenza dei marines per le strade della capitale haitiana; perciò, dietro il paravento del pietismo mediatico, si è immediatamente potuto scorgere l’intento di criminalizzare un intero popolo, presentandolo come vittima e carnefice di se stesso, in base ad uno schema precostituito e ricorrente di psico-guerra colonialistica.

Inoltre nessun commentatore ha neppure provato a spiegare i motivi logistici per i quali è presente di fronte alle coste haitiane anche una portaerei statunitense, che, chiaramente, può servire da supporto solo per velivoli da caccia e non per il trasporto di mezzi di soccorso. Si tratta di un’omissione significativa, ed anch’essa indica un atteggiamento di complicità dei media.

È scomparso inoltre dai mezzi di comunicazione quello che avrebbe dovuto costituire l’ovvio interlocutore di qualsiasi iniziativa di soccorso, e cioè il governo haitiano, come se il crollo delle cupole del palazzo presidenziale avesse cancellato di colpo la presenza di qualsiasi autorità civile sul posto. Non risulta infatti che l’intervento militare statunitense sia stato in nessun modo concordato, e la solita ONU si è soltanto affannata a legittimarlo a posteriori. Una razza subalterna di ex schiavi non ha neanche il diritto di chiedere aiuto, ma altri devono pensarci per loro, perciò oggi i militari statunitensi controllano l'aeroporto di Port-au-Prince, e il criminale Clinton coordina gli "aiuti", tra cui si annoverano le ONG, e persino Bertolaso, il che è una garanzia.

Le ipotesi giornalistiche sul numero delle vittime del sisma sono state improntate da subito ad un allarmismo privo di riscontri, e che appariva soltanto mirato a giustificare il fatto che si scavalcasse ogni procedura del diritto internazionale.

La super-arma di cui gli USA sicuramente dispongono sono i media mondiali, che possono creare l’emergenza anche laddove non ci sia, oppure presentare una vera emergenza con i contorni adatti a far apparire le scelte statunitensi come le sole possibili per far fronte alla tragedia in atto. Dato che catastrofi naturali non mancano mai, ne deriva la legittimazione di un colonialismo “umanitario”, il quale in sé non rappresenterebbe una novità, poiché da sempre il colonialismo ha accampato pretesti umanitari, spacciandosi per “aiuto” o “civilizzazione” di popoli barbari.

Nella propaganda dei media appare poi particolarmente sospetta l’insistenza sulla miseria degli Haitiani, come se due secoli di ingerenze, aggressioni e massacri da parte statunitense fossero stati dettati unicamente dal pio desiderio di soccorrere dei bisognosi. In realtà nessuno è così povero da non poter essere ancora derubato.

In effetti Haiti risulta interessante per il colonialismo statunitense sia per le sue risorse di materie prime (scienziati francesi vi hanno anche scoperto recentemente giacimenti di petrolio, e ciò spiega perché della missione "umanitaria" italiana faccia parte anche l'ENI), sia per la sua posizione geografica strategica sul piano militare e commerciale, sia per la sua riserva di manodopera a costo quasi zero. I predecessori di Obama, Bush e Clinton, non hanno mai allentato la morsa su Haiti, ed hanno sempre posto come condizione per il ritorno del Paese alla “normalità democratica” la consueta ondata di privatizzazioni a vantaggio delle multinazionali. Il presidente haitiano Aristide, inviso alle multinazionali, dovette svolgere il suo mandato tra l'ostilità degli organismi finanziari internazionali, ed anche dei media "progressisti" del sedicente Occidente, che gli rimproveravano di non essere sufficientemente puro e immacolato da risultare "degno" di opporsi alle aggressioni statunitensi (come se per opporsi alle rapine occorresse una patente rilasciata dal rapinatore); così i media "progressisti" hanno plaudito al colpo di Stato che ha cacciato definitivamente Aristide nel 2004.

La povertà non è uno spiacevole effetto collaterale del sistema affaristico, ma costituisce, al contrario, il fondamento di tutto il sistema. Il filosofo anglo-olandese Bernard de Mandeville, vissuto tra il ‘600 ed il ‘700, affermava che per gli affari i poveri sono la principale risorsa, la materia prima basilare, perché è più facile derubare i poveri che i ricchi, e perché li si può costringere più agevolmente a condizioni di lavoro umilianti e sottopagate: “La fame è una piaga spaventosa, senza dubbio, ma chi può prosperare e digerire senza di essa?” (La Favola delle Api).

Per quanto avvolte di retorica autocelebrativa, le tesi di Mandeville erano però troppo esplicite e rischiavano di aprire gli occhi alle vittime del sistema degli affari. Dalla seconda metà del ‘700, con il filosofo scozzese Adam Smith, la propaganda affaristica - o sedicente scienza economica - ha scelto perciò una strada diversa, più sottile e insinuante, ed invece di limitarsi a celebrare l’esistente, ha confezionato, ad uso delle vittime dell’affarismo, il mito di un “mercato” governato saggiamente da una “mano invisibile”. La dottrina esoterica della “mano invisibile” aveva lo scopo di confondere le idee alle vittime dell’affarismo, e di convincerle che sarebbero potute accedere ai vantaggi del paradiso del “mercato”, se solo avessero abbassato le difese e si fossero aperte fiduciosamente all’aggressione del colonialismo.

Nasceva così l’utopia del cosiddetto “capitalismo”, uno slogan fumoso e contraddittorio, che conferiva alle rapine affaristiche la dimensione impersonale di una ineluttabile legge dell’economia. Il termine "mercato" è così radicato nell'immaginazione delle persone, che oggi queste davvero credono che i rapporti affaristici internazionali siano regolati dalla compravendita, quando invece sono ancora la pirateria ed il saccheggio la prassi abituale delle multinazionali in molti Paesi, come il Congo, ed ora, di nuovo, anche ad Haiti.

Quando però la propaganda non basta, e le vittime di turno non si lasciano convincere dei vantaggi di un “libero mercato” inesistente e mai esistito, ecco che allora si torna alle aggressioni militari in grande stile, sempre con il pretesto di grandi e nobili ideali, ma sempre con lo scopo preciso di derubare gli affamati.

Un proverbio cinese, che fu reso famoso da Mao Tse Tung, dice: “Se qualcuno ha fame, non dargli un pesce, ma insegnagli a pescare”. Ma probabilmente il proverbio sarebbe più realistico se consigliasse di insegnare all’affamato come non farsi fregare il pesce.

21 gennaio 2010

Comidad

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