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In Memoria di Duilio Piolanti, Comandante "Berba"

(26 Gennaio 2010)

E’ deceduto Duilio Piolanti di Cusercoli, comandante Partigiano, sicuro punto di riferimento politico ma anche personale per la mia famiglia. L’ho saputo a funerale avvenuto e di questo me ne dispaccio.

Domani è il giorno della memoria, è difficile mantenerla nel tempo che passa, molti ricordi vanno inevitabilmente persi, ma è importante mantenere almeno il filo e il senso della nostra storia collettiva e personale.

Per i miei figli e i loro cugini, e ormai anche i loro figli, sto scrivendo alcuni appunti sulla vita dei loro nonni : La Paolina e Luisin, uno di questi appunti riguarda l’incontro che Paolina ebbe con i Partigiani e con Piolanti nel lontano finire del ’43.

Ho sempre ritenuto quell’episodio come rilevatore di quello che fu la Resistenza sui nostri monti.

Vi invio, per l’utilizzo che riterrete opportuno, la parte degli appunti che sto scrivendo per i miei famigliari in cui è riportato l’incontro che ebbe mia madre con Duilio Piolanti, incontro che l’avrebbe portata ad aderire alla Resistenza fino a divenire partigiana dell’ VIII Brigata Garibaldi “Romagna” ed ad essere decorata con la croce di guerra negli anni in cui ancora non la “davano a tutti”.

Distinti saluti
Palmiro Capacci

La Paolina incontra i ribelli e Duilio Piolanti (inverno ‘43-‘44)

I contadini di Seguno (Sgùn) e di Cigno (Tzegna) erano un po’ fuori dal mondo.
Abitavano in case sparse “su per i greppi”, od in fondo ad aspre e piccole valli che nessuno chiamava con tale nome, ma più correttamente si diceva “zò in te bug”(giù nel buco).

Radio non ce n’erano, giornali non arrivavano ed i paesi erano lontani, anche se ogni tanto bisognava andarci, per il mercato o per adempiere ad qualche incombenza burocratica (se nasceva un figlio d’inverno e c’era la neve lo si andava a denunciare all’anagrafe dopo qualche tempo posticipando la data di nascita).

Chi andava in paese raccoglieva notizie che poi scambiava con gli altri alla messa della domenica (di solito solo le donne entravano in chiesa a pregare, la maggioranza degli uomini rimaneva fuori a chiacchierare) o durante le veglie serali.

La mancanza d’uomini nelle famiglie aumentava l’insicurezza e la paura. Si era sul finire del ’43; molti erano già da tempo sotto le armi; di tanti non si avevano più notizie.

Era già passato qualche tempo dall’8 settembre, ma lassù fra le montagne di Seguno i ribelli non li aveva ancora visti nessuno, però se ne parlava sempre più spesso, qualcuno aveva sparso la voce che esistessero e che fossero pericolosi: banditi, ladri, assassini e stupratori. Si diceva che erano anche peggio dei fascisti, che certamente non avevano mai goduto di buona fama in quei paraggi.

Paolina abitava in uno di questi poderi sperduti: il Casetto.
Questo era collocato giù nel “buco”, come soleva dire nei suoi ricordi, ed era particolarmente isolato, posto fra Seguno e Cigno, quindi lontano da entrambi e scomodo da raggiungere.
Paolina era giovane, appena 22 anni, ma aveva già due figlie (Colomba e Domenica) ed era incinta di Giovanni, che sarebbe nato all’inizio della primavera successiva. L’unico uomo di casa era lo suocero, già anziano.

Il marito Luigi (Luisin) era sotto le armi già da qualche anno, ogni anno nel periodo della mietitura gli concedevano “la licenza agricola”. Nella primavera successiva la famiglia cresceva.
Anche nell’estate 1943 era tornato in licenza, si era fermato un po’ di più perché doveva guarire dai postumi di una ferita, ed anche quella volta Luisin partì lasciando un ricordo che cresceva in nel ventre di Paolina.

Luisin fu sorpreso dall’8 settembre del 1943 a Reggio Calabria: era rimasto “al di là del fronte”, di lui non si sapeva più niente; la moglie confidava che fosse vivo e prigioniero degli inglesi, non sapeva che l’avevano già inquadrato nel nuovo Esercito Italiano “di Badoglio”.
La vita era dura, “c’era una miseria che spellava le ossa”, si viveva per gran parte con quel che si produceva, ma il podere era avaro e mancavano gli uomini per lavorare.

Per fortuna c’era quel po’ di sussidio per il marito militare, ma forse in quei mesi non c’era neanche quello.
Vivevano isolati, andare in giro non era sicuro, ma ogni tanto bisognava andare al paese per acquistare il necessario: il sale, i fiammiferi e quanto non si poteva produrre sul posto.

Quando era ancora notte fonda Paolina con la cugina del marito, che era ancora una ragazzina, caricarono la mula con quanto avrebbero venduto al mercato per ricavare i soldi per poi acquistare il necessario, o meglio acquistare quanto possibile.

Partirono quando era ancora buio; per arrivare a Civitella di Romagna ci volevano alcune ore di cammino. Era una faticaccia, ma alle due donne non dispiaceva, almeno avrebbero visto “un pò di mondo”, parlato con qualcuno che non fosse la “solita faza”, sarebbero andate alla caserma dei Carabinieri a sentire se c’erano notizie del marito disperso.

Al pomeriggio si era già sulla strada del ritorno, si procedeva piano perché la stanchezza cominciava a farsi sentire, poi la mula era sciancata e procedeva col suo immutabile passo. Quando svoltarono l’ennesima curva della mulattiera videro che poco più avanti veniva loro incontro un lunga fila di uomini, erano armati e non portavano divise. Capirono subito che si trattava dei ribelli. Che fare? Per tornare indietro era troppo tardi e svoltare era impossibile. Scappare abbandonando la mula e il carico non era nemmeno da prendere in considerazione: a casa avevano dei bambini, quei pochi beni erano indispensabili.

La cugina di mio padre chiese angosciata: “Paolina adesso che facciamo, ci sono i ribelli hai sentito dire cosa fanno alle donne?” Mia madre si fece coraggio e rispose: “Ascolta non bisogna dare retta a tutte le chiacchiere, tu sei ancora una bambina, io sono incinta, la pancia si vede bene, cosa vuoi che ci facciano? Non saranno peggio dei fascisti.”
Proseguirono adottando alcune precauzioni: misero la mula a protezione al centro della mulattiera, loro si posizionarono al riparo dell’animale nel lato esterno del sentiero, mia madre davanti la ragazzina dietro, testa china, sguardo basso, fiato sospeso, avanti in silenzio. Incrociarono la lunga teoria di uomini che passavano al di là della mula e sembravano ignorare le donne, finché un ragazzo rallenta e rivolge un apprezzamento in po’ grossolano, gli altri che si misero a ridere.

In un altro contesto le parole dette dal ragazzo forse sarebbero state valutate neanche del tutto disprezzabili o comunque tollerabili, ma non lo erano in quella situazione.
Paolina pensò: “Alè!, ci siamo”, si strinse alla mula, pronta a reagire in difesa.
Fu in quel preciso istante che da dietro alla colonna si fece avanti uno, che loro percepirono subito come un comandante, forse per la folta barba che portava, forse per il suo portamento e il tono della voce. Questi apostrofò subito il ragazzo che aveva fatto gli apprezzamenti e gli diede una “bella lavata di testa”.

Paolina ricorda che gli disse più o meno “Sei un disgraziato ma come ti permetti a dare fastidio a queste donne. Ve l’ho detto che dovete comportarvi bene, già hanno messo in giro un sacco di bugie nei nostri confronti.” Poi finalmente si rivolse alle donne e chiese scusa, dicendo che il ragazzo non aveva cattive intenzioni e promise che non sarebbe mai più successo, che loro erano ribelli ma non erano delinquenti, che queste erano bugie messe in giro dai fascisti.

Mia madre, che aveva alzato gli occhi, guardò in faccia l’uomo barbuto: era Duilio Piolanti di Cusercoli, che conosceva di vista ed era noto come una brava persona.
Guardò poi gli altri della fila: qualcuno lo conosceva; era gente del posto o dei paesi vicini, persone come loro.
Si tranquillizzarono, ripresero il cammino e col pensiero di poi quasi si dispiacquero per il ragazzo, certo aveva detto una “boiata”, era stato maleducato, però, accidenti, che “cicchetto” si era preso!

Tornate a casa raccontarono a tutti l’avventura, spiegando che loro avevano incontrato i ribelli che non bisognava dare retta alle voci gli giravano, non erano dei banditi e che fra loro c’era gente del posto.

Avrebbero imparato presto a non fare mai più i nomi.
Da quel giorno i ribelli li videro spesso, ma cambiarono nome in partigiani.

Piolanti Duilio, soprannominato “Berba” (Barba), per Paolina e la nostra famiglia era il capo dei partigiani, sapevano di altri comandanti, ma per loro il capo era lui, di lui si fidavano ciecamente e continuarono a fidarsi anche dopo la guerra.
Poi era giovane, autorevole ed aitante, insomma un bell’uomo, anche se per mia madre quella barbaccia non gli donava affatto.

Palmiro Capacci

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