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(7 Aprile 2011) Enzo Apicella
A due anni dal terremoto, nonostante le promesse di Berlusconi, L'Aquila è ancora un cumulo di macerie

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Haiti: gli aiuti "umanitari" sulla punta dei cannoni

(27 Gennaio 2010)

Osservando le dirette da Haiti dei telegiornali, quello che può meravigliare anche chi non si interessa di politica non è solo il terribile panorama delle rovine del terremoto e dei corpi estratti dalle macerie ma l’ampio spiegamento di forza militare.
E’ pur vero che già l’ultimo terremoto in Abruzzo ci aveva abituato, più dei precedenti, all’idea degli aiuti militarizzati, all’idea delle “emergenze” militarizzate, gestite più con “l’ordine” che col cuore: non più persone di buona volontà disposte a scavare anche con le mani, a portare e a distribuire aiuti faticosamente raccolti anche nei posti più sperduti, ma soprattutto (se non esclusivamente) “rigidi professionisti che sanno organizzare in modo equilibrato la rete degli aiuti, senza farli giungere tutti in alcune zone facendone restare scoperte altre; professionisti (armati) che sappiano controllare lo sciacallaggio…”; queste almeno le motivazioni date nei TG per l’uso dei militari, quando pure le hanno date.
Ma ammesso e non concesso che si sia d’accordo sulla questione del professionismo, anche i disinteressati si dovrebbero domandare: perché non infermieri civili specializzati, perché non medici civili, perché non normali pompieri invece di militari “addetti al compito”…perché non ambulanze, medicinali, viveri e vettovaglie in genere, trasportate da normali navi da carico civili invece di soldati col colpo in canna su camionette blindate equipaggiate con mitraglia, trasportate in loco da aerei e navi militari?
Invece Haiti sembra diventata un campo di battaglia, oltre che per le macerie, soprattutto per la presenza massiccia di eserciti, che sembrano tanti cani, con gli USA come capobranco, che si contendono l‘osso da spolpare.
Il “pacifico” Obama ha inviato portaerei, incrociatori, fregate, un cacciatorpediniere lanciamissili ed oltre 15.000 tra marines e corpi speciali. L’ONU ha aumentato le sue truppe di altri 3500 uomini ed i paesi europei non sono da meno: il governo italiano ha inviato la sua più moderna portaerei insieme a reparti di carabinieri ed all’immancabile Bertolaso, già collaudato in altre operazione di “aiuto umanitario” in terra kosovara e risolutore, a suon di repressione, delle tante emergenze italiane. Ognuno a rivendicare la propria parte come dimostrano le sempre più veementi proteste dei francesi contro il controllo dell’aeroporto assunto dall’esercito statunitense volto ad impedire l’arrivo dei suoi diretti concorrenti o gli sprezzanti commenti di Bertolaso contro l’incapacità della macchina (yankee) dei soccorsi.

Anche di fronte a centinaia di migliaia di morti, l’imperialismo dimostra tutto il suo cinismo. Nonostante l’enormità delle forze in campo e a distanza già di molti giorni, gli haitiani continuano a non avere né acqua né cibo. Degli enormi quantitativi di attrezzature, medicinali ed alimenti, che in altissima percentuale serviranno a soddisfare i bisogni proprio di questo numero spropositato di militari, gli haitiani hanno visto ben poco continuando a morire nelle strade e ed in quelli che si fa fatica a chiamare ospedali.
Mentre parlano di solidarietà, gli stessi governi che hanno dato 25.000 miliardi di dollari alle banche durante la crisi economica, oggi offrono solo qualche centinaio di milioni di dollari per Haiti. L’Onu che, nei cinque anni di occupazione militare di questa terra, ha speso 3.500 miliardi di dollari ha stanziato qualche decina di milioni di dollari in aiuti per il terremoto e l’Italia appena 10 milioni. Sarebbe bastato trasformare in aiuti veri le ingenti somme che i cosiddetti soccorritori hanno già speso e continueranno a spendere per tenere sotto occupazione militare questo piccolo paese.
Evidentemente ciò che sta a cuore alle grandi potenze, e agli USA in particolare, non sono i terremotati di Haiti. Il terremoto è un’altra occasione per ripristinare il loro ordine tenendo ben piantato il tacco dello stivale militare sul corpo di questo martoriato popolo che continua a pagare con il sangue l’affronto fatto alle potenze coloniali quando nel 1791 diede vita alla prima rivolta antischiavista e di lotta di liberazione nazionale nei Caraibi.

Repubblica Negra, così i colonialisti chiamavano con disprezzo la repubblica nata da quelle lotte e dalla sconfitta dell’imponente esercito napoleonico. Da quel lontano 1804 hanno fatto di tutto per piegare questi ribelli, prima con un embargo di 20 anni e poi con il meccanismo del debito e del più brutale sfruttamento.
Già nel 1825 infatti, ad Haiti venne imposto di rimborsare 150 milioni di franchi (equivalenti ad oltre 21 miliardi di dollari ai valori del 2004) agli schiavisti francesi: era il “debito di indipendenza”, l’indennizzo ai proprietari della piantagioni per la perdita delle loro “proprietà” distrutte dalla rivoluzione.
Ci vollero 120 anni perché Haiti, minacciata di invasione e di esclusione dal commercio internazionale, riuscisse a pagare questo debito. E per farlo, non solo dovette dirottare tutte le sue risorse verso questi pagamenti, ma sin dal 1828 fu costretta a richiedere prestiti e poi ancora prestiti per pagare quelli precedenti in una spirale infernale senza fine.
Germania, Francia e Stati Uniti, inviarono più volte le cannoniere in acque haitiane, per il rimborso del debito. Solo tra il 1849 ed il 1913 le unità navali americane entrarono ben 24 volte nelle acque territoriali haitiane «per proteggere vite e proprietà americane» dalle continue sollevazioni dei lavoratori contro i coloni nord americani. E visto che le ripetute incursioni repressive non bastavano nel 1915 le truppe USA occuparono direttamente l’isola. Non fu solo repressione inaudita, con migliaia di morti, ma il completo controllo dell’economia (gli USA disponevano del 50% delle azioni della Banca Nazionale di Haiti e controllavano il 70% del mercato), l’abrogazione delle leggi che vietavano il possesso di terra agli stranieri, fino alla reintroduzione del sistema feudale delle corvée a tutta la popolazione. L’insediamento delle multinazionali nelle piantagioni significò la perdita di terra e l’emigrazione per decine di migliaia di contadini, e un brutale sfruttamento (nel ’26 la paga giornaliera era 20 centesimi al giorno mentre a Panama, altro paese dominato, era 3 dollari). Nei due decenni della loro occupazione la lotta degli haitiani non si è mai arrestata: il movimento dei Cacos (contadini delle valli interne) diede del filo da torcere per ben 4 anni agli occupanti e la loro grandiosa resistenza si saldò nel ’29, anno della grande crisi mondiale, con le lotte dei lavoratori e degli studenti. I bombardamenti e gli eccidi utilizzati per sedare le rivolte ne innescarono altre in tutto il paese e le truppe statunitensi nel 1934 se ne andarono preferendo continuare il dominio sull’isola attraverso dittatori locali a loro fedeli come Duvalier padre e figlio.

Durante gli anni della dittatura della famiglia Duvalier (1956/1986) le multinazionali statunitensi, garantite da incentivi, da un salario bassissimo e dalla soppressione dei sindacati, trasformarono Haiti nel nono paese al mondo nel montaggio di beni di consumo per il mercato USA. Nell’’80 erano 200 le famigerate maquiladoras dove lavoravano oltre 60000 lavoratori. Il lavoro sporco degli assassinii, delle torture per chiunque si opponeva lo facevano gli squadroni dei tontons macoutes.
Negli anni ’80 il debito di Haiti verso le istituzioni finanziarie internazionali e i governi stranieri arriva a 800 milioni di $ finiti nelle tasche delle multinazionali e dell’oligarchia locale mentre la popolazione pagava col sangue, lo sfruttamento e la fame gli enormi interessi. Furono ancora una volta le barricate, gli scioperi, le occupazioni e l’incapacità di controllo di Duvalier a “convincere” gli USA a sacrificare il fedele cane da guardia in nome degli interessi statunitensi.
Il dopo Duvalier, ha visto il primo governo di Aristide, votato dalla maggioranza degli haitiani cui seguì dopo solo 9 mesi l’ennesima dittatura sponsorizzata dagli USA. I provvedimenti messi in campo dal governo di Aristide, sebbene fossero poco più che insufficienti riforme, bastarono a provocare la durissima reazione delle multinazionali, dell’esercito e delle bande paramilitari. Le rivolte ed il bagno di sangue che ne seguì (1500 morti solo nella capitale), gli arresti, le uccisioni dei dirigenti del movimento campesino, del sindacato e del partito di Aristide, l’arrivo sulle coste della Florida di migliaia di haitiani, insieme alla reazione dei paesi caraibici indusse Clinton ad attribuirsi il ruolo di mediatore. In nome del ripristino della democrazia, dopo aver imposto allo stesso Aristide la rinuncia a qualsiasi riforma e l’accettazione dei dettami del FMI e della Banca Mondiale in cambio del suo ritorno, ottenne dall’ONU l’invio di una Forza Multinazionale di 21000 uomini composta per il 90% da marines. Una occupazione militare durata fino al ’99 durante la quale mentre proseguivano le repressioni delle organizzazioni operaie e contadine, gli USA hanno continuato a finanziare i vecchi golpisti e le bande paramilitari.

Ciò che questi anni hanno rappresentato per la popolazione è un indescrivibile impoverimento. I diktat delle organizzazioni internazionali, il ricatto degli aiuti condizionati al rispetto dei Piani di aggiustamento, si sono tradotti in privatizzazione delle imprese pubbliche, in licenziamenti di oltre la metà dei dipendenti pubblici, nella distruzione dell'agricoltura per l’ingresso dei prodotti agricoli americani, beni alimentari a prezzi inaccessibili la distruzione dei servizi essenziali a partire dall’acqua, luce, sanità, scuola, un salario che nel 2003 è sceso ad appena 1,40 dollari al giorno. Nelle maquiladoras, sempre più numerose, delle zone franche, a ridosso della frontiera con la Repubblica Dominicana, i lavoratori subiscono oltre ad un insopportabile sfruttamento, i più terribili abusi, violenze sessuali fino ad essere usati come cavia per la somministrazione di vaccini che (come denunciato dall’Unione dei medici haitiani nel 2004) hanno prodotto aborti nelle donne in avanzato stato di gravidanza.

Se gli americani sono riusciti a riportare Haiti sotto il controllo dell’oligarchia locale fedele ai loro interessi ed a liberarsi con il golpe del 2004 ancora una volta di Aristide, lo si deve all’assoluta incoerenza di quest’ultimo. Nonostante il grande appoggio della popolazione i suoi governi hanno distrutto tutte le speranze di riscatto suscitate dai suoi proclami. Il tentativo impossibile di conciliare gli interessi delle multinazionali con quelli delle masse haitiane, i preteschi appelli alla non violenza ed alla riconciliazione nazionale, l’amnistia per i militari golpisti, hanno sortito l’unico effetto di consentire la riorganizzazione militare della ricca opposizione ed l’utilizzo da parte di questa del malcontento di tutti gli strati della popolazione. Anche la pallida manovra di recuperare risorse aggirando i ricatti e gli embarghi finanziari degli organismi internazionali attraverso accordi con alcuni paesi come Taiwan e l’India così come la richiesta alla Francia di restituire il “debito per l’indipendenza”, invece di fargli recuperare consensi tra gli strati più poveri hanno accresciuto soltanto le preoccupazioni occidentali ed accelerato il suo allontanamento.
L’organizzazione del colpo di stato ebbe come padrini gli Stati Uniti ma non mancò del supporto del Canada e dell’Europa -Francia in primis-. Nella “Piattaforma democratica delle organizzazioni della società civile e dei partiti politici di opposizione”, cartello che rappresentava tutta l’opposizione ad Aristide, c’erano non solo i famigerati squadroni della morte di Guy Philippe, ex capo della polizia e dell’esercito haitiano, addestrato dalla CIA, ma numerose ONG e l’intera élite economica rappresentata dal Gruppo 184 fondato da André Apaid, il più potente padrone di Haiti. Nelle sue fabbriche il salario arrivava ad appena 68 centesimi di dollaro al giorno. Questa “società civile di opposizione” era direttamente finanziata dal NED (National Endowment for democracy), un istituto, legato alla CIA, e dall’USAID (US Agency for International Development), che dipende direttamente dal Dipartimento di Stato, il cui operato abbiamo imparato a conoscere nelle varie rivoluzioni colorate di questi ultimi anni. Ma anche l’Europa ha fatto la sua parte attraverso l’Europeaid (Ufficio di Cooperazione dell’Unione Europea) con ben 773mila euro alla “Iniziativa della Società Civile” (ISC).
Nella notte fra il 28 ed il 29 febbraio, il presidente Aristide fu sequestrato da militari USA e trasportato nella Repubblica del Centrafrica; nei due mesi successivi furono assassinate più di 1000 persone a Port-au-Prince; almeno 100 000 persone furono costrette a vivere nascoste o fuggite all’estero a causa della feroce repressione degli esponenti e sostenitori del partito Fanmi Lavalas. Secondo l’ONU nel 2006 erano ancora 3500 i prigionieri politici. Il prezzo più alto lo pagarono le donne con oltre 35.000 stupri (dati The Lancet).
Gli Stati Uniti imposero un “governo ad interim” presieduto da un uomo d’affari, cittadino degli Stati Uniti, di genitori haitiani, Gérard Latortue: molti dei suoi ministri erano legati ai Duvalier.
Haiti rimase sotto violenta occupazione militare di USA, Canada, Francia, Cile per 3 mesi. Il primo giugno 2004 i militari di questi Stati furono sostituiti dalla forza multinazionale ONU, guidata dal Brasile. Come hanno denunciato molti attivisti brasiliani, dietro l’alibi della “missione umanitaria”, il “democratico” Lula e con lui Kichner, portano la responsabilità di aver appoggiato l’imperialismo USA fornendo copertura politica e militare agli interessi americani e collaborato in tutti questi anni alla repressione del popolo haitiano come dimostrano le stragi di cui direttamente si è macchiata la forza multinazionale.

Con il governo di Latortue sono state ripristinate ed ulteriormente aggravate le politiche per rispondere alle richieste del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale che, insieme ad altri donatori, hanno magnanimamente concesso altri aiuti. Un altro giro di corda intorno al collo dei diseredati haitiani che dovranno pagare la restituzione di un debito arrivato, ormai, a 1400 milioni di dollari. E così, mentre gli ex-militari venivano assolti e vedevano soddisfatta la richiesta di paghe arretrate (11 milioni di dollari), i licenziamenti di massa, lo smantellamento di quel poco che ancora era rimasto in piedi in termini di stato sociale, riducevano più dei 2/3 della popolazione in assoluta povertà e dipendente per la sopravvivenza dalle oltre 250 ONG (il numero più alto registrato in un solo paese).
Non meraviglia che l’uragano e le inondazioni del settembre 2004 ed il terremoto di pochi giorni fa, abbiano avuto conseguenze così devastanti.
Come già in altri posti del mondo si conferma, ancora una volta, che un evento naturale come il terremoto produce effetti disastrosi proporzionali non tanto e non solo alla sua gravità ma soprattutto alle condizioni sociali su cui va ad impattare.
La povertà e l’oppressione che questo popolo ha dovuto subire ha inciso in maniera decisiva rispetto anche alle infrastrutture e alla edilizia. È solo per tale motivo che un evento sismico di proporzioni simile a quello che colpì l’Irpinia ha provocato alcune centinaia di migliaia di morti.
Non a caso nella stessa Porta-au-Prince i quartieri residenziali hanno subito pochissimi danni dalle scosse di terremoto.

Non abbiamo dubbi che in questo immane disastro il popolo oppresso haitiano saprà trovare il modo di reagire. Lo hanno fatto anche dopo il golpe quando sono continuati gli scontri, le proteste contro la presenza delle truppe ONU e, sebbene faticosamente, è ripresa l’organizzazione sindacale e gli scioperi dei lavoratori delle maquiladoras e dei campesinos. Persino nei quartieri si sono andate moltiplicando associazioni per la casa, gruppi di disoccupati, di studenti. Di questa irrefrenabile spinta ha dovuto tenere conto lo stesso Presidente Préval, eletto nel 2006, costretto a ripercorrere la strada fallimentare di Aristide.
Appena insediatosi, Préval ha infatti sottoscritto l’accordo Petrocaribe con il Venezuela (forniture a condizioni di particolare favore di petrolio e gas) ed ha riaffermato la volontà di proseguire la collaborazione, già molto stretta, con Cuba, soprattutto nel settore sanitario. Si è inoltre rivolto ai Paesi dell’America Latina, quali Brasile, Argentina e Cile, per ottenere aiuti allo sviluppo del proprio paese. Rapporti che certamente non rassicurano né gli americani né gli europei già messisi da tempo al lavoro per destabilizzare per l’ennesima volta questo piccolo paese. Basti guardare ai fondi, per un ammontare di 1.600.000 Euro, che attualmente la Delegazione UE ad Haiti sta elargendo ad associazioni “che operano in difesa dei diritti umani” per la maggior parte fortemente anti-Lavalas, come l’italiana AVSI, strettamente legata alla Compagnia delle Opere.

Quale migliore occasione del terremoto? Quale migliore giustificazione per questi sciacalli di ripristinare il loro pieno controllo sull’isola in nome – manco a dirlo- dell’aiuto umanitario?
Non è un caso che Obama ha affidato il compito di coordinare la raccolta fondi per il terremoto di Haiti proprio Bill Clinton e W. Bush entrambi direttamente coinvolti nelle operazioni politiche ed militari che hanno determinato lo stato di povertà e di oppressione ad Haiti.
Ancora più esplicito, insieme all’enormità delle truppe messe in campo, è il totale esautoramento del governo (proprio mentre i nostri telegiornali ci rassicurano, un pò troppo insistentemente, sul fatto che non ci sarebbe nessuna perdita della sovranità statale da parte del governo haitiano!). Il coprifuoco imposto dal segretario di stato Hillary Clinton ha poco a che fare con l’allarme mediatico sugli atti di sciacallaggio (ma de che?) o con i criminali liberatisi dalle macerie del carcere. Gli unici evasi che preoccupano la signora Clinton sono i prigionieri politici. A cosa serve il coprifuoco ed i marines armati di tutto punto tra gli sfollati lo fanno capire i primi morti per mano militare del dopo terremoto; tra questi, per quello che ci è dato sapere, ci sono esponenti della sinistra come lo scrittore Jn. ANIL LOUIS-Juste, autore di numerosi saggi contro l'occupazione di Haiti da parte delle forze delle Nazioni Unite e in difesa di autodeterminazione del popolo haitiano.
Essi annunciano un giro di vite volto a prevenire le prevedibili sollevazioni contro la nuova occupazione e condizioni insopportabili come mai prima ed a piegare il popolo haitiano.

Tanto accanimento è dovuto al fatto che l’isola di Haiti è, soprattutto per gli Usa, irrinunciabile. Essa rappresenta un bacino di forza lavoro da sfruttare ad un costo ancora più basso del bengodi (per i padroni) cinese ed asiatico col vantaggio di trovarsi a poche miglia dalla propria costa. Inoltre la sua posizione strategica tra Cuba e l’America Latina la rende perfetta per un controllo militare sulle presenti e future irrequietezze proletarie di tutta l’area. A maggior ragione in un momento in cui la crisi spinge soprattutto (ma non solo) chi vuole continuare ad essere il gendarme del mondo, ad imporre alle masse proletarie dei paesi oppressi e sfruttati dall’imperialismo, uno sfruttamento ancora più duro.
La piattaforma militare che si prepara a diventare questa piccola isola, consentirà, tra l’altro, di contenere l’assalto che migliaia di boat people di diseredati continuano a portare alle frontiere americane rendendo più facile quei respingimenti (cari agli americani quanto al nostro Maroni) che negli ultimi 10 anni hanno ucciso in mare più di 10.000 haitiani.

Ciò nonostante, anche in questi giorni, sia pure tra le centinaia di migliaia di cadaveri e la disperazione per aver perso quel poco su cui poteva contare per sopravvivere, il popolo haitiano sta dando segnali di autorganizzazione. E’ il sintomo che anche questa volta come negli ultimi 200 anni gli schiavi neri non smetteranno di ribellarsi.

Il nostro compito come comunisti delle nazioni imperialiste è quello di stare dalla loro parte. Per cominciare, si tratta di respingere la retorica degli aiuti umanitari e prendere posizione contro l’occupazione e la politica USA ma anche del “nostro” governo.
Denunciare il cinismo di coloro che in difesa dei loro privilegi e dei loro profitti, non esitano a fiondarsi come degli avvoltoi su di un martoriato popolo per spartirsene ulteriormente le membra, facendo finta di volerlo soccorrere.

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