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(13 Settembre 2010) Enzo Apicella
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Per difendere e migliorare la scuola statale e laica

(13 Febbraio 2010)

Da giorni leggo e rileggo documenti e scritti redatti da assemblee e coordinamenti di lavoratori della scuola precari o aderenti ai sindacati di base -in particolare ai COBAS- e sempre più mi confermo nella persuasione che manchiamo di coerenza e convinzione.

Non sto qua a ripetere analisi di che sono state svolte in mille momenti ed in mille modi. Le scelte di governo e ministero -concretizzate da leggi, circolari, note, ordinanze e quant’altro- le conosciamo perfettamente -almeno chi ha continuato a predicare nel deserto contro di esse da ormai molte stagioni le ha certamente presenti-. Ora si tratta di agire per contrastare con forza quanto chi ci amministra ha varato, nel tentativo -oggi, a mio avviso, disperato, e nondimeno necessario- di cancellare le manovre di dissolvimento della scuola statale e laica.

Ma proprio qui mi pare che sia scarsa la coerenza e ancora minore la convinzione di chi finora si è espresso ed ha agito -con fermezza largamente insufficiente- contro il massacro del diritto allo studio, della qualità dell’insegnamento, dei posti di lavoro nella scuola in tutti i suoi ordini e gradi.

Il Coordinamento dei Precari della Scuola nazionale (CPS) in una lettera aperta ha denunciato per l’ennesima volta -a ragione- lo scempio che governo e ministero stanno portando a termine in questi mesi. Ma tra quelle affermazioni manca quel minimo di coraggio critico delle scelte economico-politiche che non questo governo ha compiuto -visto che quando s’è avviato il processo di autonomia delle scuole (ovvero di liquidazione della scuola statale laica) chi governava era l’orrendo Amato, allora dirigente del Partito Socialista-, bensì il sistema che ha prodotto non solo questo governo ma anche tutti quelli che si sono succeduti dai primi anni ’90 in poi. Certo, in quello scritto si denuncia il fatto che sono i redditi dei lavoratori meno abbienti, a partire dai pecari, e tra questi quelli sfruttatissimi della scuola, a riempire le casse vuote della previdenza di chi già oggi percepisce compensi astronomici affinché quando si godrà la pensione non veda troppo limitato il suo vizio al lusso e al superfluo. Ma, per la miseria, siamo proprio ciechi se pensiamo che il forsennato taglio a tutto quanto si possa ridurre nella scuola sia dovuto a questo, innegabilmente importante, ma sicuramente non vitale, problema per l’amministrazione dello stato. Tutto quanto viene tolto alla scuola -e quindi non agli stipendi di chi in essa è rimasto a lavorare- è destinato a ben altri fini: il sostegno alle banche -private- ed ai loro affari -oscuri e disonesti-; il finanziamento a fondo perduto -cioè regalando ingenti risorse- alle imprese -private, FIAT su tutte, al di là delle menzogne di Montezemolo- e alla loro pratica antica di socializzare i costi -e spesso le perdite- e capitalizzare -cioè privatizzare, ancora una volta- i profitti; le spese per opere pubbliche faraoniche -Treno ad Alta Velocità (TAV), ponte sullo stretto di Messina, politiche energetiche nucleari, barriere alle bocche di porto di Venezia (MoSE), e così via- che nell’immediato rendono enormi guadagni -privati- alle aziende che le allestiscono e che in futuro, se saranno funzionali -fatto di cui dubito fortemente-, lo saranno per favorire processi economici globalizzati finalizzati al massimo profitto -privato- di imprese e banche; le spese di guerra che il nostro paese sta sostenendo in Afghanistan, Iraq, Kosovo, Libano, ora anche ad Haiti -lì abbiamo mandato una portaerei, non medici, infermieri, esperti edili, ingegneri e quant’altri sarebbe stato veramente utile e necessario inviare in un disastro umanitario di quell’entittà-, spese militari che non fanno che arricchire gli imprenditori di armi qui da noi e i signori della guerra là dove il nostro esercito interviene. E tutto ad incentivo, sostegno e protezione di un sistema capitalistico che ha nel massimo tornaconto economico possibile per i possessori di risorse e patrimoni territoriali, industriali e finanziari l’immorale legge fondamentale dell’esistente, cosicché l’essere umano, la persona, la vita di chi deve quotidianamente acquietarne la fame materiale, il diritto a frequentare l’esistenza anche per il piacere di gustarsi natura ed affetti sono -per chi questo sistema tiene in vita- inutili banalità, lussi che a pochi sono destinati, aspetti della realtà che a chi non possiede nulla se non se stesso -dimodoché in quanto tale non può più nemmeno definirsi ‘proletario’, per cui sarà necessario individuare un altro termine da inserire nella critica dell’economia politica contemporanea e futura- non devono interessare né devono essere riconosciuti come diritti -così deturpando la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che afferma esattamente il contrario-.

Ora di fronte a tutto questo -che solo spiega la valanga di licenziamenti nell’ambito dell’istruzione, l’aumento degli alunni per classe, la costante e delinquenziale cancellazione delle risorse per stipendi e funzionamento delle scuole, la deriva delle strutture scolastiche, e così via- è sicuramente importante leggere nella stessa lettera aperta del CPS nazionale il ‘furore’ per il trattamento riservato ai precari di tutte le categorie e di ogni comparto di lavoro, nonché la rivendicazione di un futuro non solo di lavoro, ma, contemporaneamente, e non con minore importanza, di vita. Nondimeno, poiché il mostro economico-politico a cui vogliamo strappare il diritto ad un lavoro e ad un'esistenza che siano degni di questi nomi ha quella natura che descrivevo prima, l’azione di contrasto alla demolizione della scuola statale e laica non può essere che di pari entità delle pratiche antiscolastiche ed antisociali degli sciacalli che ci governano. E quindi, poiché credo questo, ritengo assolutamente insufficiente attendere con azioni diversive dall’efficacia tutta da dimostrare lo sciopero del 12 marzo e una fine d’anno scolastico che si vorrebbe non far terminare e che non terminasse mai.

Perciò prendo nuovamente spunto da quanto trovo scritto nei vari documenti che da giorni scorro. In essi scorgo parole che condivido pienamente, forti, combattive, apparentemente determinate. Precari e attivisti di base del mondo della scuola scrivono che ora basta, ora è giunto il momento di riprenderci quanto ci è stato tolto, che non si deve più aspettare e che si deve lottare ogni giorno perché si è ancora in tempo per bloccare la demolizione della scuola statale e laica. Di più: leggo, e condivido, che sta anche a noi, lavoratori della scuola, creare le basi per una società più giusta e che, quindi, bisogna andare alle radici di quanto sta avvenendo nell’ambito dell’istruzione nazionale -che, sottolineo, affondano e si nutrono nel sistema economico-politico, questo sistema economico-politico-, e che pertanto la si smetta di mugugnare -e di piegare il capo in tutte le occasioni, aggiungo io, come novelli servi della gleba di medioevale memoria- e si sviluppino punti di vista ed obbiettivi incompatibili con i disegni di annichilimento della scuola statale e laica portati avanti ormai da vent’anni da questo sistema per mezzo di tutti i governi che si sono succeduti. Leggo, ancora, in quei documenti, di un orizzonte tutto diverso da quello grigio e tetro che si sta delineando, un orizzonte costellato da mille fiammelle, fievoli fin che si vuole, ma luminescenti, fatto di tagli da non effettuare e, addirittura, da cancellare in modo da recuperare le risorse derubateci, di eliminazione del precariato, di parità di trattamento tra tutti i lavoratori della scuola, di eliminazione delle cause della precarietà, di abbattimento dei regolamenti delle superiori che le devastano e le dequalificano, di ristabilimento del modulo e del tempo pieno nella scuola primaria, di reale tutela degli alunni ‘speciali’ qualsiasi sia la natura della loro specialità, sia perché madre natura ha posto loro qualche ostacolo di troppo, sia perché il mondo degli uomini li ha resi migranti, sia per altri motivi ancora; e poi leggo, con pienissima adesione, di difesa dei diritti allo studio, al lavoro, allo sciopero.

Ma perché tutto questo si possa sperare che avvenga e perché la nostra azione di contrasto alla distruzione della scuola statale e laica divenga quotidiana e radicale non possiamo limitarci ad attendere uno sciopero generale da qua ad un mese di distanza e a preconizzare una fine d’anno scolastico travagliata che, stante la situazione reale all’interno delle scuole -tra i miei colleghi sta velocemente invalendo l’idea di attrezzarsi per le nuove fatiche che le pratiche economicistiche di Tremonti e Brunetta, a cui Gelmini fa da servetta scema, imporranno da settembre in poi (sempre che vedano riconfermato il piatto semivuoto di lenticchie che a qualcuno quest’anno è stato pietosamente concesso), non si può preannunciare una fine d’anno scolastico difficile che, stante l’atmosfera attuale, dicevo, non prenderà mai corpo. Perché gli obbiettivi importanti che richiamavo prima si possano concretizzare è necessario che la volontà di combattere e l’azione conseguente sia veramente efficace dobbiamo andare molto oltre quanto enunciato da precari e attivisti di base, e soprattutto dobbiamo varcare molto in profondità il confine dell’accettazione di leggi che, liberticide od inique, vanno travalicate sapendo che, per fare questo, bisogna essere disposti a pagare qualche prezzo, e niente affatto indolore, anzi.

Detto tutto questo, pertanto, credo che vada rilanciata l’idea e, soprattutto, la prassi di ‘disobbedire, disapplicare, bloccare, sostituire’, che non vedo realizzata nelle proposte di precari e attivisti di base della scuola. Nei loro documenti, infatti, si indica, quale forma di opposizione alle politiche antiscolastiche del governo, di far svolgere i recuperi imposti dalla O.M. 92 a chi già quest’anno è rimasto senza lavoro. Ma, obbietto io, dopo tanto parlare di radicalità questo è un ben misero modo di praticarla; anzi, in questa maniera non la si attua affatto, dato che così si applica pedissequamente una delle imposizioni a studenti, insegnanti e personale amministrativo più nefaste degli ultimi due anni. Rispetto all'O.M. 92, che tutti hanno sottovalutato nella sua natura lesiva proprio dei diritti allo studio ed al lavoro, l’unica azione veramente radicale è quella di disobbedirvi e di disapplicarla, bloccando completamente gli strumenti inventati dal ministero al fine di realizzare una finta risoluzione delle difficoltà di apprendimento laddove, invece, per dare una risposta seria e vera alle problematiche dello studio degli allievi era necessario investire una notevole quantità di risorse in attività di ampio respiro, fortemente sostenute da strumenti, tempi e luoghi atti ad impegni necessitanti percorsi distesi e lenti. L’O.M. 92 oltre ai mille aspetti negativi che mostrava -e mostra tuttora, visto che questo governo l’ha ereditata di buon grado da quello precedente sedicente alternativo- ha questo di negativo: è una non soluzione a costi sostanzialmente limitati -anche perché fatti pesare sempre come una spada di Damocle sulla testa delle scuole e dei loro bilanci- e, perciò, dequalificante tanto dello studio quanto dell’insegnamento. Vogliamo dare un esempio di come vorremmo la scuola statale e laica? Bene, allora blocchiamo la 92 disobbedendo alla legge e discutiamome con studenti e famiglie, sostituendo le lezioni disciplinari con confronti sociali -anche qui infrangendo le norme- su quello che è veramente necessario per una scuola di qualità non selettiva e su quanto sia necessario investirvi perché possa produrre risultati accettabili.

Ancora: si legge nelle proposte di contrasto alle scelte ministeriali e governative quella di attuare dei blocchi ai cancelli delle scuole per tempi limitati -la prima ora del mattino- durante i quali, credo d’aver capito, cercare di sensibilizzare il maggior numero possibile di lavoratori e studenti, e forse anche di genitori, sullo sfascio della scuola statale e laica. Ma anche tale proposta manca veramente di radicalità -benché non sia facile da mettere in atto, e dunque, laddove praticata, comunque lodevole-; infatti, se lo scopo è quello di bloccare ‘la produzione’ che nella scuola si va compiendo, farlo per un’ora sola e magari a giorni alterni lascia lo stato di cose presente così com’è -si lavora per quasi tutto il tempo scuola e si osserva avanzare inesorabile il suo degrado- e consuma ancor di più le energie di chi da tanto si prodiga per risvegliare le coscienze di colleghi, allievi e genitori. L’obbiettivo, io penso, deve essere quello di bloccare effettivamente la ‘produzione’ scolastica, mentre tenere fuori dai cancelli allievi ed insegnanti per porzioni di tempo molto limitato, in questo momento, nelle situazione di rapido avanzamento delle scelte di governo contro la scuola, non sortisce l’effetto dirompente necessario ad invertire rapporti di forza e tendenza culturale e politica nel vasto mondo dell’istruzione, della sua attuazione e della sua amministrazione.

Una delle idee avanzate nei documenti che sono andato via via scorrendo è invece forte ed impegnativa sul piano civile e della protesta, ma solo simbolica su quello della pratica di opposizione, contrasto e rovesciamento delle politiche scolastiche degli sfruttatori che ci governano. Si tratta dello sciopero della fame, che, però, per essere praticato senza gravi conseguenze su chi lo effettua deve essere pensato come un’azione compiuta a rotazione localmente e nazionalmente. Forse potrebbe risvegliare un po’ d’attenzione in alcune coscienze tra le persone anche al di fuori del mondo della scuola, ma, di nuovo, non avrebbe la benché minima capacità di inceppare il funzionamento delle istituzioni scolastiche, unico fatto che metterebbe in crisi ministero e governo. Non riceveremmo certamente ascolto dagli avvoltoi che hanno avuto e avranno il coraggio di togliere lavoro e sostentamento a migliaia di colleghi. Anzi, forse sorriderebbero, vili, pensando alla nostra azione come ad un esercizio di adattamento ai tempi di stenti a cui saranno costretti coloro che di qui a poco da loro verranno licenziati per sempre dopo anni ed anni di fatica. Se poi qualcuno volesse fare lo sciopero della fame ad oltranza, beh allora si faccia avanti e provi a convincermi ad attuarlo argomentando sul come e sul perché sarebbe utile condurlo anche se si fosse in pochissimi a farlo in tutta Italia. Forse, alla fine, potremmo essere in due a cimentarci in una simile durissima e pericolosissima protesta.

Ed allora, come si fa a ‘bloccare concretamente qualcosa’ -riporto da uno scritto dei precari- e a ‘travalicare la legge liberticida antisciopero con la disobbedienza civile di massa’ -anche queste sono parole tratte da un documento dei precari-? La risposta che ci dà chi queste frasi ha enunciato, permettendomi di intravedere qualcuno finalmente -almeno dal punto i vista ideale- entro l’orizzonte in cui da diversi anni mi muovo, è quella di non far terminare la scuola in modo indolore, ovvero di bloccare scrutini ed esami in tutte le scuole di ogni ordine e grado. In sé la proposta è corretta, radicale, efficace probabilmente, se … ecco se! Intanto se da qui alla conclusione della scuola non mancassero ancora quattro mesi e l’azione di governo fosse molto più arretrata di quanto non sia -nelle stanze del ministero si sta già lavorando alacremente da un pezzo per far sì che, non appena approvata la devastazione della scuola statale e laica da parte del governo (passo ormai compiuto), si marci a tappe forzate per la sua applicazione stendendo note e circolari per dirigenti e scuole affinché agevolino con impegno e spirito di sacrificio il nuovo che avanza-. E poi se ci fosse in piedi già da tempo un presidio permanente a difesa della scuola statale e laica capace di cominciare già domani mattina a bloccare la ‘produzione scolastica’ in modo diffuso, generalizzato e ad oltranza. Allora, e solo allora, potremmo pensare, passando attraverso lo sciopero generale, di giungere agli ultimi giorni di scuola con una capacità di contrasto tale da poter travalicare la legge liberticida che da decenni ci impedisce di ostacolare la chiusura d’anno scolastico. Diversamente, lasciar trascorrere un’intera stagione avendo dato corpo solo ad uno sciopero -che peraltro dista ancora un mese- importante fin che si vuole, ma di per sé insufficiente per costruire la necessaria capacità di resistenza alle scelte di governo che vedrebbe nel blocco di scrutini ed esami uno dei momenti più importanti di questo scontro -ma non necessariamente l’ultimo ed il solo- significa autodistruggersi. Il sostanziale silenzio di quattro mesi, infatti, a parte l’acuto dello sciopero del 12 marzo prossimo, provocherebbe nel mondo della scuola ancor maggiore assuefazione ed autocommiserazione, che, come ben sappiamo, non sono condizioni psicologiche che spingono le persone a combattere per l’affermazione dei diritti di tutti e quindi anche dei propri.

Io credo che il percorso di contrasto a governo e ministero vada avviato subito praticando immediatamente la disobbedienza non solo civile, ma anche professionale, e non necessariamente di massa -certo, se si riesce ad essere tanti a disobbedire è meglio-, ma anche a partire da piccoli numeri, e, in condizioni estreme, anche da soli. Il primo passo credo che sia la convocazione di assemblee in orario di lavoro al di là e al di fuori di quello che impongono le leggi. La prima prerogativa di cui dobbiamo riappropriarci, infatti -a proposito di riprenderci quel che c’han tolto, come scrivono precari ed attivisti di base-, è il diritto di autorappresentarci. E questo ritorno all’autorappresentazione va agito in pieno orario scolastico, perché essa deve essere visibile non agli organi di informazione, ma ai colleghi, agli allievi, alle famiglie, perché attraverso costoro poi possa diffondersi nel tessuto sociale di chi nella scuola non vive né opera. Per farlo vanno infrante delle leggi, come giustamente suggeriscono di fare precari ed attivisti di base, e va bloccata la ‘produzione scolastica’ a cui va sostituita la discussione sociale sullo stato di cose presente nella scuola, sul degrado a cui essa è giunta, sulla necessità di rovesciare la tendenza, sull’obbligo di riconquistare alla scuola risorse e condizioni di studio e di lavoro di qualità e di quantità adeguate allo sviluppo civile delle persone, in contrasto con la mercificazione a cui tutto -istruzione e sanità in testa- negli ultimi venti anni è stato piegato. Scopo di queste assemblee, da reiterare e da sviluppare in modo sempre più esteso e frequente, è la costituzione di comitati e presidi antigovernativi interni alle scuole che avviino non tanto la non collaborazione nell’ambito della vita degli istituti -che pure va agita-, quanto la vera e propria disobbedienza civile e professionale verso ogni legge, ordinanza, circolare o quant’altro i governi da anni hanno via via messo in esecuzione. Uno dei compiti di queste strutture, che dovranno aprirsi illegalmente -benché legittimamente- uno spazio negli istituti dove riusciranno a formarsi -cioè fissare una sede, occupando una stanza o una parte dell’aula insegnanti o di un atrio, ben identificata e visibile, attrezzata ad ambito autogestito di agitazione e propaganda- sarà quello di organizzare lo sciopero generale della scuola del prossimo 12 marzo, affinché a Roma non vi giunga soltanto una parte degli aderenti ai COBAS, ma il maggior numero di persone possibile, e non necessariamente appartenenti solo al mondo della scuola. All’appuntamento nazionale sarà necessario avvicinarsi indicendo in modo non predefinito e prevedibile giornate di astensione dal lavoro autoproclamato -travalicando così con la disobbedienza le leggi antisciopero esistenti e bloccando, seppur momentaneamente, la ‘produzione scolastica’- per trasformarle in momenti di confronto con colleghi e studenti dentro gli istituti sul ripristino di quanto di valido è stato gettato negli anni e sulla creazione di ciò che può migliorare l’istruzione all’interno dei vari ordini scolastici. Lo sciopero generale, tuttavia, non dovrà essere organizzato e propagandato come atto finale del percorso di contrasto alle scelleratezze di ministero e governo, ma dovrà essere presentato come il momento di avvio del blocco vero e proprio della ‘produzione scolastica’, ovvero come l’inizio delle occupazioni fisiche -dove possibile anche notturne- degli istituti. L’azione migliore in assoluto diverrà, laddove sarà praticabile, la contemporaneità dell’adesione allo sciopero, dello svolgimento della manifestazione nazionale di Roma e dell’occupazione durante la stessa azione di sciopero delle sedi scolastiche.

Per radicalità dell’azione di contrasto e di rovesciamento delle politiche scolastiche in atto oggi non si può intendere che questo. All’interno ed intorno a ciò, poi, tutto quanto potrà essere agito a suo rafforzamento e sostegno è giusto che venga praticato. Ma se non si avrà la capacità e la tenacia di seguire questa via, allora tutto il resto sarà perfettamente inutile anche solo menzionarlo come possibile atto di protesta, compreso lo sciopero generale del 12 marzo, con buona pace dei precari e degli attivisti di base che, spesso in solitudine, fin qui non hanno lasciato che si spegnesse la fiammella che potrebbe attizzare l’incendio della rivolta nella scuola. E non è opportuno, ora, star qua a ragionare di numeri o di possibilità. Il destino della scuola in questo momento è segnato: se non combattiamo con convinzione, per quanto pochi si possa rischiare di essere, saremo anche noi responsabili del suo totale annichilimento. Se mai riusciremo a riconquistare la dignità dei lavoratori della scuola e della scuola statale e laica sarà solo così che riusciremo a farlo, consapevoli che dovremo pagare un prezzo alto a chi ci fronteggia in posizione di forza apparentemente imbattibile. Ma la storia ha visto, in alcune circostanze, piccoli uomini unirsi assieme e sconfiggere nemici spietati e potenti. Tuttavia, se quei piccoli uomini hanno potuto rovesciare una storia apparentemente inarrestabile ciò è avvento perché erano armati di ragione ed idee, di spirito critico e di realismo sognante, di mente e passione, di coraggio e tenacia e perché si sono dati come termine ultimo dello scontro non un tempo determinato a priori, con tutta la congerie di piccole meschinità che accompagna questo modo di agire, ma la conquista certa di diritti e dignità.

Se siamo disposti a tutto questo, possiamo ancora dire, come hanno scritto i precari della scuola, che ‘siamo ancora in tempo’ per ricostruire la scuola. Diversamente smettiamola di fare proclami, o di indignarci allargando le braccia, o, peggio, di lamentarci e piangerci addosso: salviamo quel pochissimo di amor proprio che ognuno di noi è riuscito fin qui a preservare e assumiamoci la nostra parte di responsabilità per il destino che è stato riservato alla scuola da coloro ai quali non avremo saputo opporre la più combattiva e necessaria resistenza.

Brunello Fogagnoli

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