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(11 Novembre 2011) Enzo Apicella

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I referendum sul lavoro ci hanno consegnato sonore sconfitte

valutazione del Coordinamento Lavoratrici e Lavoratori Roma Ovest

(19 Giugno 2003)

"Nel corso degli ultimi 20 anni i referendum sul lavoro ci hanno consegnato sonore sconfitte che hanno pesato in modo decisivo sullo sviluppo del movimento dei lavoratori, quello sulla Scala Mobile è un esempio per tutti... Per questo non c'impegneremo in nessun banchetto, ci sembra più costruttivo partire dal basso sia nel confronto teorico sia nello sviluppo delle lotte e del conflitto, soprattutto ci sembra urgente una riflessione anche sulle conseguenze delle nostre azioni, perdere i referendum o non raggiungere il quorum può avere conseguenze più gravi rispetto ai benefici portati da una vittoria che ancora una volta è più simbolica che reale."

Questo scrivevamo in un comunicato fatto insieme al Centro Sociale Occupato Ricomincio dal Faro e al Centro Sociale I Po' (Marino) il 26/6/2002 quando si avviava la raccolta di firme per il referendum.

Il referendum non era la proposta dei movimenti - portata in palmo di mano dalle mobilitazioni, dagli scioperi, dai picchetti ecc. - ma una proposta politica di alcune dirigenze slegate dalla realtà dei rapporti di forza. E’ chiaro che – una volta messi di fronte al fatto compiuto, anche noi, come lavoratori del Coordinamento - volenti o nolenti - ci siamo dovuti mettere a fare "campagna elettorale" a favore del SI, trovandoci nella paradossale situazione di dover spiegare nei posti di lavoro una proposta che non era il frutto – come poi i risultati hanno dimostrato – di un percorso reale che partiva dai lavoratori.

Proviamo a vedere il ruolo dei principali protagonisti di questa vicenda, a parte la naturale posizione di padroni e governo:

L’Ulivo e Cofferati: ligi al loro ruolo di "forze di governo" - già praticato con le varie leggi Treu, LSU, accordi sulla politica dei redditi ecc. – mantengono da subito la loro ostilità ai contenuti del referendum. Del resto D’Alema aveva - già nel 2000 – dichiarato pubblicamente che "il posto fisso non deve più esistere". Mentre la raccolta firme lanciata dalla CGIL di Cofferati (i famosi 5 milioni) per le proposte di legge sul lavoro prevede l’indennizzo e non il reintegro per chi è licenziato. A questo si aggiungono le considerazioni politiche di impedire a rifondazione di acquisire una posizione negoziale, nei rapporti con l’ulivo, troppo vantaggiosa. E così pure il prode Cofferati, presentato da molti – anche all’"estrema sinistra" come un nuovo punto di riferimento per una opposizione radicale di sinistra, si allea con la Confindustria;

La CGIL: dopo, come già detto, aver promosso una raccolta di firme che va in tutt’altra direzione rispetto l’estensione dell’art. 18; dopo aver favorito in questi anni tutti i processi di precarizzazione del lavoro. Improvvisamente a poche settimane dal referendum decide di votare Si. E’ naturalmente un Si strumentale dovuto al tentativo disperato, ma le posizioni contrattuali rimangono quelle dell’iniziativa legislativa, di uscire dall’isolamento in cui è stata ridotta dal governo, dalla confindustria e da CISL e UIL. Ancora una volta cioè sono l’opportunismo dell’organizzazione a prevalere su qualunque ipotesi di revisione delle proprie posizioni;

Cento, Salvi e la sinistra DS: Salvi, il ministro del lavoro dei governi di centrosinistra, - ed esponente di primo piano della corrente DS di Socialismo 2000 - con la quale da tempo peraltro "flirta" Rifondazione - si presenta oggi sotto l’improbabile veste di difensore delle lavoratrici e dei lavoratori (perfino come proponente una legge sul reddito minimo garantito e stessa cosa fa Cento). Spiazzato come tutta la sinistra DS dalle scelte di Cofferati gioca la carta del massimalismo per continuare la battaglia congressuale, iniziata a novembre 2001, all’interno dei DS;

La FIOM: vale un po’ il discorso fatto per la sinistra DS, si tratta di cercare di spingere "a sinistra" gli assetti della CGIL. Del resto l’isolamento in cui si trova ormai dal luglio del 2001 (accordo separato sul biennio economico del CCNL metalmeccanici) se la spinge a un "certo massimalismo" nelle posizioni (apparentemente radicali a parole, decisamente moderate nei fatti), non gli ha di certo impedito di firmare accordi a come quello alla Fiat di Pomigliano che prelude alla chiusura di Arese e di buona parte di Mirafiori, spezzettando la già debole lotta degli operai Fiat; e soprattutto non gli ha impedito di continuare – nei posti di lavoro - nella pratica quotidiana di sindacato neocorporativo (interclassista) e concertativi;

Bertinotti e Rifondazione Comunista: è stato il vero protagonista dei referendum, con la scelta operata da tempo di giocare i suoi rapporti con l’ulivo ponendosi come catalizzatore dei movimenti, tutti dai no global ai pacifisti dalle ong ai precari, si è trovato messo all’angolo dalle iniziative di Cofferati nel 2002 e dai girotondini a questo punto o si rassegnava ad una posizione marginale o tentava la forzatura essere riferimento anche del movimento contro l’attacco all’art. 18. Ha scelto questa seconda strada confidando in un risultato, sempre perdente ma oltre il 30%, che gli consentisse di trattare l’accordo con l’ulivo da posizioni di forza. Non è andata così ed oggi il suo accordo con l’ulivo, peraltro confermato dalla direzione di partito del 17/6, lo vede in posizione di debolezza. Ma che fosse interessato alle condizioni di lavoratrici e lavoratori è ridicolo solo pensarlo, basti ricordare che nel ’90 fù protagonista, come segretario confederale della CGIL, della trattativa che portò alla legge 108. La legge, che prevede alcune mensilità di indennizzo per i dipendenti delle imprese sotto i 16 dipendenti, approvata per evitare un referendum sull’estensione dell’art. 18 promosso allora da DP.

Quindi chi ha affiancato queste forze, nel promuovere i referendum, è assurdo che non un attimo si sia fermato a riflettere su queste manovrette politiche dimostrando, nella migliore delle ipotesi, una assoluta inadeguatezza a gestire gli scenari della politica.

Un referendum è strumento dei grandi numeri, sia per costituzione che per logica: un quorum è giusto, serve anche a noi quando ci dovessimo difendere da altri attacchi (è successo sull’art.18 il 21/5/2000). Ma soprattutto è affare di masse silenziose che si esprimono (Sì, No, astensione) passivamente. Le mobilitazioni di massa, per quanto grandi, per quanto arrivino a "3 milioni" sono sempre una minoranza rispetto ai numeri che richiede un referendum. Oggi si dice che 11 milioni di Sì sono tanti, è vero ma non sono buoni per tutte le stagioni. Infatti sono pochi per lo scopo che ci si era prefisso, la partecipazione delle persone si misurano in base all’obiettivo. Ma soprattutto ci si è lasciati illudere dalle dimensioni dei cortei anziché riflettere sul reale radicamento di questi movimenti nella quotidianità.

In sostanza chi ha ritenuto di dare corso a questo referendum o ha sopravvalutato gli attuali rapporti di forza fra le classi, traducendo le percentuali dalle piazze alle urne in modo inesatto, o ha giocato una carta degli sconfitti che si appellano all'ordalia (il giudizio di dio), invocando la giustezza "super partes" del diritto in gioco e quindi rimettendosi alla maggioranza silenziosa. In ogni caso ha misurato la propria distanza dalla realtà ed oggi non è accettabile nascondersi dietro frasi tipo "la direzione del cammino è quella giusta, anche se la strada percorsa si è rivelata ancora non sufficiente per raggiungere subito quella che sarebbe stata una vittoria storica." (Comunicato a firma Piero Bernocchi portavoce nazionale dei Cobas della scuola) o "la campagna referendaria ha visto scendere in campo migliaia e migliaia di lavoratori, di delegati, di militanti sindacali, che con grande generosità si sono impegnati in uno sforzo di partecipazione che non si vedeva da anni." (Comunicato RDB). Non c’è un barlume di autocritica di fronte al disastro a cui siamo stati condotti e che, possiamo esserne certi porterà in tempi più o meno brevi alla cancellazione dell’art. 18 e con esso alla sostituzione dello Statuto dei Lavoratori con lo Statuto dei Lavori a cui alacremente lavorano dal centrosinistra al centrodestra.

Ora, qualcuno cercherà di capitalizzare questi 11 milioni: forse la CGIL. Altri, governo e padroni, dichiarano già che il fallimento del referendum gli apre la strada all'abolizione di ogni tutela per i lavoratori. Rifondazione, con il documento approvato dalla sua direzione il 17/6/2003, tratta su come rimontare sul carrozzone dell'Ulivo, "ignorando" che questi sono fra i principali responsabili della disfatta.

E i movimenti di base e di massa? I sindacati "autorganizzati"? I coordinamenti e i comitati? Dovremo tutti fare i conti con l’ulteriore arroganza dei nemici di tutti i giorni. Dovremo contare sulle forze di chi lotta e non su quelle di chi vota, non per una preconcetta posizione "antielettorale" (comunque acquisita dalla storia dei movimenti in Italia), ma per una analisi dei rapporti di forze e della coscienza di classe. Dobbiamo, dunque, saper dire di no agli "avventurismi elettoralistici", agli appelli alle "maggioranze silenziose", al buon senso. Pensiamo che le posizioni che ci hanno condotto a questa situazione vadano sottoposte a una seria critica.

La lotta di classe, oggi, non è più così evidente agli sfruttati, ma lo è in modo netto per i padroni, che infatti usano ogni strumento, la coercizione come la blandizia, per ottenere i loro fini. Ma la lotta di classe esiste, vive negli interessi contrapposti di proletari e capitalisti, dei popoli oppressi e dei loro oppressori. Dovremo essere capaci di tenerlo ben presente nell'articolazione delle lotte e degli obiettivi.

Roma, 18/6/2003

Coordinamento Lavoratrici e Lavoratori Roma Ovest

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