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Intifada anniversary

Intifada anniversary

(9 Dicembre 2012) Enzo Apicella

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    (Imperialismo e guerra)

    Contributo per la discussione e per le iniziative della tre giorni di Napoli

    in preparazione del Forum Sociale di Barcellona del Marzo 2004

    (5 Luglio 2003)

    MEDITERRANEO: TRA SCIROCCO E VENTO DEL NORD.

    Una delle immagini che possono sorgere quando si evoca la situazione del Mediterraneo è quella del familiare crocicchio o della zona di convergenza tra i distinti assi geo-territoriali Est-Ovest e Nord-Sud.

    Molto spesso è tale la forza di queste espressioni che non riusciamo più a concepire diversamente l'area mediterranea. Sembra quasi che essa si riduca ad un punto di passaggio privo di ogni altra specificità che non sia quella conferitagli dalla sua natura di crocevia. Questo concetto, a dir poco etereo, è sostenuto anche da settori politici agenti nel movimento no-war o impegnati in attività di solidarietà e cooperazione. Questi raggruppamenti tendono ad accreditare una idea del Mediterraneo avulsa dalle dinamiche di dominio e comando e dove il manifestarsi di tensioni e conflitti sarebbero, unicamente, il frutto di ingiustizia o disparità emendabili con operazioni di restayling dell'ordine sociale esistente e/o con l'introduzione di dosi massicce di democrazia. Il Mediterraneo, invece, rappresenta, sempre più, una faglia tra un Nord ed un Sud del pianeta dove gli effetti di quello sviluppo, diseguale e combinato, proprio del pieno dispiegarsi dell'avvenuta globalizzazione capitalistica, si manifestano in forme e modalità differenziate tra loro sulle due rispettive sponde. Al diavolo, dunque, ogni interpretazione fasulla sforzandoci, invece, di rimettere al centro della discussione i problemi veri che potranno corroborare una ripresa dei movimenti di lotta. Se l'unità mediterranea (altra chimera che periodicamente ritorna in voga) è una nefasta utopia, diverso è il discorso dal punto di vista geo-strategico e delle sue linee di sviluppo.

    Il Mediterraneo si pone come un fattore importante nell'equilibrio globale su cui s'incardina l'ordine imperialista. Questo mare (meglio quest'area) è una via essenziale per la sicurezza dell'Occidente, ossia per la "tranquilla" riperpetuazione delle politiche di aggressione e di dominazione a larga scala. Flussi energetici, controllo e disciplinamento della forza-lavoro stanziale e migrante, occupazione militare di territori, imposizione di determinate filiere produttive funzionali ai terminali occidentali. Insomma è l'intero reticolo della produzione e della riproduzione sociale ad essere investito dalla nuova qualità della crescente manomissione diplomatica, finanziaria, economica e militare dell'imperialismo. Un lavorio su tutti i piani che non disdegna l'intreccio perverso con le forme statuali dei diversi regimi corrotti, dispotici, reazionari e totalmente asserviti ai diktat del FMI e della Banca Mondiale che in genere allignano sulla sponda opposta. D'altra parte con la recente aggressione all'Irak e con la stessa campagna Enduring Freedom, è cresciuto il ruolo del Mediterraneo come retrovia della regione che va dal Medioriente al Golfo Persico fino al subcontinente indiano per l'importanza delle basi aeree e navali nell'ambito dei piani d'azione dell'imperialismo. Un'importanza che sta diventando un elemento strutturale con cui bisognerà fare, opportunamente, i conti. Facciamo un esempio: in Afganistan accanto al governo fantoccio di un Karzai, gli USA impiantano delle mega basi con migliaia di propri uomini, in Irak stesso copione così come in Arabia Saudita, Kuwait, Oman. Un copione già visto in occasione della “liberazione” del Kosovo, con il supporto diretto allora anche delle socialdemocrazie euoropee di governo o di opposizione. E non è da escludere anche in Palestina, se dovesse affermarsi la Road Map di Powell, Sharon ed Abu Mazen e l'Intifada dovesse regredire a livelli di endemicità tollerabile per lo stato sionista d'Israele, un tentativo USA di installarsi, di nuovo, in Medio Oriente da dove furono costretti ad evacuare agli inizi degli anni '80 sotto i colpi della resistenza popolare libanese.

    Ci troviamo, dunque, in presenza di una vera e propria manovra a tenaglia finalizzata non solo alla garanzia perpetua di forniture di energia a prezzi stracciati, ma anche alla determinazione di un arma di ricatto verso gli "alleati" europei. Assistiamo, infatti, da un lato alla messa sotto mirino di Siria ed Iran, già catalogati come "stati canaglia" dalla dottrina della guerra infinita, e, dall'altro, ad una ripresa di attivismo diplomatico ed economico da parte dell'Unione Europea preoccupata di essere troppo marginalizzata dalla potenza americana.

    L'area del Mediterraneo sta diventando un luogo dove l'intreccio fra l'accresciuta concorrenza tra i diversi poli imperialistici e l'incrudimento delle politiche di sfruttamento e di nuova aggressione politico-militare disegna gli scenari e le condizioni per nuovi e più estesi conflitti. In questo contesto, non omologabile ad un non più rieditabile schema di conflitto Est-Ovest, superato dopo l'implosione dell'URSS ed il pieno dispiegarsi della globalizzazione, va misurata la capacità di far interagire le diverse esperienze di lotta che si producono nei vari ridotti nazionali e continentali, offrendo una trama comune di ragionamento e d'interpretazione contro tutte le esemplificazioni dell'offensiva capitalistica. Se l'area del Mediterraneo si configura come un enorme catino in cui precipitano aggressioni imperialistiche ed irrisolte questioni sociali, con le loro indubbie riverberazioni oltre i confini nazionali, il quadro che abbiamo di fronte è tutt'altro che pacificato o normalizzato. Anzi. Da qualunque angolazione si voglia inquadrarlo, il Mediterraneo rappresenta, anche, un proscenio dove nascono e si sviluppano interessanti movimenti di lotta ed esperienze di autorganiz-zazione proletaria e popolare. La stessa spinta sociale verso l'incontro napoletano e verso la data di Barcellona, sono il prodotto di una rinnovata attivizzazione che ha attraversato durante gli ultimi anni sia i paesi rivieraschi della sponda europea , sia quelli del Magreb e del Medio Oriente.

    Una attivizzazione multiforme sviluppatasi non solo nelle mobilitazioni contro la guerra all'Irak ma anche durante tutta la ricca stagione di lotte sociali in Italia, Spagna, Grecia e che, con modalità specifiche alla peculiare formazione economico-sociale ed alle proprie sedimentazioni societarie, ha investito anche i paesi della sponda araba.

    Questa spinta sociale va raccolta ed innervata nei processi di lotta e di organizzazione contro il capitale globalizzato e l'insieme dei suoi effetti in tutti gli ambiti societari. La necessità dell'altro mondo possibile, l'allusione al movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti, non sono un orpello ideologico con cui bardare la nostra pratica una tantum ma sono una necessità dell'oggi resa matura e possibile dal corso stesso della crisi capitalistica e dalle sue antisociali ricadute.

    EUROPA E DINTORNI... UNA FANTASIOSA QUANTO PERICOLOSA ILLUSIONE

    La recente guerra contro l'Irak ha alimentato in numerosi circuiti di movimento, ma anche in non marginali settori di quella opinione pubblica che pure ha espresso la sua ostilità all'aggressione di Bush-Blair, la convinzione che, a fronte della crescente arroganza della politica USA, un diverso ruolo dell'Unione Europea potrebbe arginare ed, eventualmente, condizionare i falchi di Washington e del Pentagono.

    Alcuni, addirittura, suggestionati da qualche sbornia geo-politica, auspicano un ritorno ad una sorta di multipolarismo (tra potenze) per bilanciare l'invadenza smodata dell'unipolarismo USA. Queste posizioni (non nuove, per la verità, sul piano della storia e con tragici effetti sul proletariato) sostengono la tesi che per fermare Bush occorre una grande forza e questa può essere solo la "civile" Europa, che avrà pure i suoi interessi specifici ma, al momento, è meno guerrafondaia degli USA.

    A parte il fatto che l'Europa non è esente da quelle pratiche colonialistiche che oggi gli USA vogliono dirigere e condurre in ogni angolo del pianeta. Sia sul piano storico che su quello dell'attualità, l'Europa è totalmente invischiata nella molteplice attività di spoliazione e di schiavizzazione del Sud del mondo. Certo questa sua azione entra, a volte, in rotta di collisione con gli interessi o anche solo con le modalità con cui si dispiega l'operato statunitense. Questo è un dato innegabile che può finanche provocare, come è già accaduto, episodi e fasi di tensione ed attrito tra i due poli, ma questo fatto non dimostra assolutamente una presunta diversità qualitativa del capitalismo europeo o una sua funzione progressiva. Del resto proprio la vicenda palestinese si dimostra essere la cartina di tornasole di questa questione. Facendo venir meno tutte le chiacchiere su una simpatia dell'Europa nei confronti della lotta di liberazione palestinese, la recente Road Map è co-proposta anche dall'Unione Europea con buona pace, quindi, di tutte le promesse di Chirac e della socialdemocrazia continentale sull'appoggio vero ad un processo di definizione e costruzione di uno stato palestinese con capitale Gerusalemme.

    I popoli del Mediterraneo, quelli dell'Africa, del Vicino e del Medio Oriente, hanno già avuto modo di conoscere le conseguenze politiche e materiali di cosa potrebbe significare una Europa unita e/o autonoma dagli States. Durante il '900 il fascismo, il nazismo, per ragioni di contrapposizione all'allora asse franco-britannico, non esitarono a coniugare il loro militarismo ed il loro espansionismo con le aspirazioni di libertà che provenivano dai popoli arabi e musulmani. Il buon Benito si autodefinì la "spada dell'Islam" al fine di catalizzare l'odio crescente contro l'Inghilterra attorno alle sue velleità di ergersi ad antemurale al vecchio colonialismo della perfida Albione.


    All'oggi l'unica Europa che inizia a configurarsi è quella dell'Euro, delle banche, della fortezza anti-immigrati e del prossimo esercito continentale. Un'Europa incardinata, sempre più, attorno ad interessi e priorità utili al grande capitalismo che necessita dei suoi spazi vitali e del suo posto al sole per concorrere adeguatamente con gli USA.

    La stessa proposta di Costituzione Europea, presentata nelle ultime settimane, è la sanzionatura formale sul piano normativo e del diritto comunitario di questa linea di condotta. Cadono miseramente le illusioni di coloro che sognavano, e purtroppo sognano ancora oggi, la possibilità di tinteggiare di sociale gli aspetti più marcatamente iper-liberisti dell'assetto economico dell'Unione Europea. Nonostante tutti gli orpelli propagandistici, l'essenza del capitalismo europeo, quello inglese, quello franco-renano, quello mediterraneo di Aznar o Berlusconi, non ha nessuna diversità da Wall Street su cui far leva.

    Neanche gli arditi richiami che Bertinotti fa sulla matrice illuministica della cultura europea possono scalfire questa pesante verità; né lo possono le vocazioni di un Negri che, riesumando il fantasma politico di Altiero Spinelli, vorrebbe risollevare dal fango la bandiera del federalismo. Tutti i coefficienti politici all'opera, con una tempistica non prevedibile aprioristicamente, lavorano alacremente all'agglutinamento di un forte polo europeo destinato alla competizione globale. Tutte le tendenze finanziarie ed economiche, molto più veloci e determinate degli asfittici circuiti della politica ufficiale, da Francoforte a Parigi, da Londra a Berlino, da Roma a Madrid, sono tese alla centralizzazione ed al rafforzamento di quel sistema nervoso del capitale necessario alla costituzione ed al compattamento di un nuovo soggetto imperialistico attrezzato ai caratteri della attuale forma della globalizzazione.

    Adombrare, sia pure lontanamente, un ruolo “specifico” dell’Europa, sia essa dei governi o dei popoli, come potenziale elemento di alternativa al polo statunitense e come possibile “interlocutore delle istanze di liberazione e di lotta delle masse diseredate del mediterraneo, significa nei fatti assecondare le mire espansionistiche di un polo imperialista, troncando sul nascere qualsiasi possibilità di intesa e di unità con chi subisce quotidianamente le conseguenze della politica dei governi e delle istituzioni finanziarie occidentali.

    Senza contare quella nota di inconsapevole razzismo nascosta dietro la pretesa di “integrare” i popoli del sud del mediterraneo all’Europa… che da per acquisita e scontata una “superiorità” di quest’ultima verso gli “incivili e arretrati” popoli del Sud.

    IMMIGRAZIONE: il mondo è qui!!

    Tra le tematiche che saranno al centro della tre giorni napoletana – e non poteva essere diversamente – la questione immigrazione/migranti sta assumendo, almeno dal punto di vista delle iniziative del movimento (…e non solo, basti pensare all’attivismo dell’area cattolica, dei comboniani di Zanotelli..) il rilievo che gli spetta.

    Crediamo sia utile sottolineare, preliminarmente, un dato, spesso oscurato o mistificato anche nelle discussioni tra compagni, il quale balza subito agli occhi dimostrando la profonda antistoricità ed antisocialità della mondializzazione capitalistica.

    Mentre tutti i cantori di questo sistema sociale si stracciano le vesti per affermare il diritto di merci e capitali di spostarsi liberamente per ogni angolo del pianeta…e non esitano a sostenere questo diritto a suon di bombardamenti, nel contempo, questi apologeti, negano, alla merce per eccellenza, di poter circolare ed attraversare i territori del mondo. Basterebbe solo ciò ad evidenziare come dietro il liberismo, coniugato in tutte le salse, si nasconde solo la difesa incondizionata delle esigenze di profitto del capitale occidentale che è liberista solo per consentire che si imponga “liberamente” la legge del più forte, di chi detiene tutto il potere economico, ma non esita a ricorrere alla difesa del braccio politico economico e militare dello stato quando tale leggi entrano in contrasto con i propri specifici interessi.

    Costoro pretendono, sempre più, l’impretendibile!!

    Attraverso le leggi, le mura, il filo spinato, i lager, gli omicidi di stato pretendono di poter arginare la marea dei migranti che il loro stesso continuo saccheggio determina, quotizzando, contingentando e parcellizzando i flussi umani agli indici delle borse, alle flessibili e mutevoli esigenze della produzione o ai livelli di sopportazione ed integrazione espressi, di volta in volta, dalla civiltà occidentale.

    Oramai siamo al paradosso per cui, non potendo nascondere la realtà, si dice esplicitamente che una parte di immigrati possono e debbono venire in Europa, ma solo a condizione che servano alle esigenze di sfruttamento dei padroni locali, che accettino di essere trattati da sub-umani senza nessun diritto, per poi essere rispediti al mittente se e quando non servono più.

    E questa sarebbe la “civile” Europa da proporre come interlocutore per i popoli del sud del mediterraneo?

    un fatto dirompente…

    Le cronache di questi giorni, ciò che si consuma nel canale di Sicilia al centro del Mediterraneo, quello che continua nell’infame calvario fatto di segregazione nei Centri di Detenzione, di botte e vessazioni da parte delle polizie e di espulsioni a raffica, registrano l’indecente dibattito, tra le varie articolazioni del ceto politico borghese, in cui Polo ed Ulivo si rinfacciano il non saper gestire, adeguatamente, l’emergenza immigrati.

    Se la Lega, coerente con la sua matrice reazionaria, tira la volata alle soluzioni più belluine la “sinistra” non è da meno quando ricorda, con vanto, il suo operato di governo in materia ed i risultati prodotti (…gli affondamenti delle navi carretta nell’Adriatico, i soldati italiani in Albania a fare da muro, l’istituzione dei primi Centri di Detenzione, il varo della Legge Turco-Napolitano…)

    Un intero arco di soluzioni le quali, pur configurandosi, apparentemente, antitetiche tra loro hanno un filo comune rappresentato dal razzismo, più o meno dichiarato, come motore ed ideologia dello sfruttamento. Un razzismo strutturale alla moderna forma del capitale, alle sue accresciute capacità di pervasività totale e specchio lampante della sua, profonda, incapacità di produrre rapporti sociali armoniosi ed umani.

    Non c’è, quindi, nessuna possibilità di integrazione all’ordine del giorno. Non c’è stata negli USA, così come non c’è stata in Francia e non ci sarà in Italia!!

    Ci saranno, probabilmente, mediazioni e sperimentazioni tese al governo della fenomenologia ma non ci sarà integrazione ed armonizzazione possibile. Anche il ricorso alla politica delle quote, con il crescente interesse alla mano d’opera a basso e bassissimo costo, sarà insufficiente al contenimento della spinta migratoria e provocherà, non solo, nuova repressione e nuovo dispotismo ma, anche, un rinnovato e più sofisticato business dell’intero circuito dell’immigrazione.

    Da questo punto di vista l’articolo di S. Palidda (il Manifesto, 28/6/03) è illuminante nella descrizione di come i fruitori di questo vero e proprio affaire non siano solo gli scafisti o i piccoli criminali, su cui è facile scaricare la cinica ed ipocrita esecrazione quando si registrano morti e tragedie, ma anche i settori imprenditoriali (pure leghisti..) e pezzi del comparto poliziesco e militare.

    E che questa situazione non sia una anomalia dell’Italietta di Berlusconi e Bossi – magari da democratizzare attraverso un Ulivo rigenerato – ma un tratto distintivo del capitalismo stramaturo è dimostrato dal fatto che l’apice di questa vicenda, comune a molti paesi occidentali, si esprime lungo la frontiera (insanguinata) tra Messico e Stati Uniti.

    incazzati neri…

    La manifestazione che concluderà la tra giorni di Napoli ha, tra i suoi obiettivi, il rilancio della battaglia in difesa dei migranti e l’opposizione alla Legge Bossi-Fini ed ai suoi micidiali effetti.

    Nei giorni scorsi la CGIL ha fatto fallire un appuntamento nazionale di lotta degli immigrati, che doveva svolgersi prima a Roma e poi a Bologna, preoccupata delle conseguenze politiche che potevano compromettere il lavorio di riavvicinamento con CISL e UIL. Inoltre, siamo convinti, che un processo di autorganizzazione collettivo dei migranti non sarebbe ben visto da quel tessuto di piccola e media imprenditorialità che, a vario modo, si rapporta/confronta con la CGIL e che vede nella risorsa-immigrati (concepita a modo loro…) un potente additivo per la loro sete di profitti e per le loro accresciute difficoltà nell’ambito della competizione internazionale.

    L’incontro napoletano può costituire, anche per alcune delle presenze che ci saranno, un altro contributo per la rimessa al centro dell’attenzione del movimento di lotta la questione-immigrati.

    Non necessariamente, però, i rappresentanti dei paesi che parteciperanno al Meeting napoletano sono gli interpreti tout-court delle esigenze e delle aspirazioni dei popoli rivieraschi. Anzi potremmo trovarci di fronte espressioni di governi o di forze politiche non in sintonia con gli aneliti di libertà e di emancipazione sociale che provengono dal Sud del mondo.

    I nostri referenti, nonostante tutto, continuano ad essere le masse diseredate ed il nuovo proletariato in formazione che, spinto dalla crisi, si mette in movimento e bussa alle porte della fortezza occidentale. Verso di loro và lanciato un appello alla fraternizzazione e per una comune lotta.

    Se integrazione deve esserci questa deve avvenire nelle battaglie e nell’organizzazione unitaria nei posti di lavoro, nelle città ed in tutta la società.

    Alcune delle iniziative di questi giorni, in giro per le piazze d’Italia, il prossimo campo in Puglia – No Border – i tanti appuntamenti che associazioni e circoli vari sviluppano in solidarietà con i migranti sono un buon viatico verso questo auspicabile processo di lotta unitaria ancora tutto da sviluppare e generalizzare. Una lotta la quale assume, da subito, una dimensione internazionale ed internazionalista anche a fronte del tentativo del governo Berlusconi di utilizzare l’allarme sociale di queste settimane per rilanciare la sua politica di riarmo ed interventismo imperialista nell’area del Mediterraneo. Il progetto di impiantare in Libia truppe italiane (una modellistica già sperimentata con l’Albania e continuata poi con l’Operazione Pellicano) per aiutare la polizia locale nella caccia ai migranti rappresenta la palese volontà di allargare manu militare la propria sfera d’influenza, il proprio spazio vitale ed è tra le prime esemplificazioni del progetto EuroMed di normalizzare e funzionalizzare l’intera area mediterranea alle necessità ed urgenze dei capitali.

    ALCUNE CONSIDERAZIONI A MARGINE... MA NON TROPPO!!

    Probabilmente il sol fatto di aver vinto la scommessa di riuscire ad organizzare, a Napoli, una tre giorni di incontri e discussioni tra le reti di movimento, in preparazione del prossimo Forum Sociale del Mediterraneo di Barcellona-2004, può essere un buon motivo di soddisfazione per i compagni che hanno lavorato… e sudato per la concretizzazione di tale obiettivo.

    Lungi da noi, quindi, ogni tentazione di voler sminuire o ignorare il lavoro di tessitura logistica ed organizzativa, che dalla riunione di Rabat, del maggio scorso, in poi è stato messo in moto per allestire l’appuntamento napoletano e per garantire il massimo di partecipazione possibile specie dai paesi della sponda meridionale del Mediterraneo.

    Dobbiamo, però, svolgere una riflessione, tutt’insieme, attorno a quelle modalità politiche le quali, indipendentemente dalla nostra volontà, ci fanno correre il concreto rischio di rimanere invischiati nella palude del politicantismo e della subordinazione con le istituzioni, costituendo un pericolo mortale per l’autonomia e le ragioni sociali del movimento di lotta alla globalizzazione capitalistica.

    Ci riferiamo, in particolare, a quella che, comunemente, abbiamo definito, durante tutti questi anni, la logica da Social Forum e che abbiamo contestato, anche rumorosamente, a Genova, a Firenze, a Porto Allegre ed in tutti quei luoghi in cui è stata riproposta.

    Una logica che, spesso, ha voluto coniugare ed assimilare aspetti incompatibili tra loro e che ha aperto il varco ad opzioni teoriche e politiche moderate o, addirittura, apertamente apologetiche di alcuni aspetti del dominio capitalistico.

    Una impossibile quanto innaturale unità-a-tutti-i-costi la quale, in numerose occasioni, ha tarpato le ali alle potenzialità qualitativamente espansive dei movimenti o li ha esposti al rischio di una loro utilizzazione/sussunzione dentro i sofisticati e perversi meccanismi di gestione, governo e comando della società.

    Tante sono state le manovre tese a dividere e frantumare il movimento, diverse sono state le vere e proprie esche avvelenate sparse con il dichiarato scopo di far abdicare questo moto sociale dai suoi compiti ascrivendolo, magari, al ruolo di mera appendice giovanilistica/folkoristica di una…grande sinistra alla perenne (ed infruttuosa) ricerca di funamboliche…Nuove Frontiere!!

    Del resto basta osservare i commenti di alcuni specialisti dell’anti-global nei confronti dei comportamenti di piazza assolutamente non pacificati manifestati da migliaia e migliaia di giovani ad Evian come a Salonicco. Volendo riferirci solo agli ultimi appuntamenti internazionali.

    Ancora una volta abbiamo udito gli ipocriti e squallidi distinguo…su questa o quella vetrina rotta, oppure, di nuovo, l’invocazione alla creazione di servizi d’ordine con compiti d’impiego tra le fila del movimento.

    Evidentemente il retaggio della Realpolitik è duro a morire e, soprattutto, si ostina a non fare i conti con un corso ed una fase del capitalismo, a scala globale, tendenzialmente sempre meno capace di offrire margini di sovrapprofitti da elargire e redistribuire.

    Ritornando nel ridotto napoletano ed all’appuntamento del 4/5/6 luglio, il nostro auspicio è che questo meeting stimoli, ulteriormente, la ricerca di unità e di nuovi percorsi di lotta comune tra le due sponde del Mediterraneo.

    Il progetto EuroMed rappresenta un altro tassello di quella strategia del capitale tesa alla riperpetuazione dell’insieme dei meccanismi di rapina e supersfruttamento che dal vecchio continente si innervano verso Sud come una enorme piovra.

    Lo stesso passaggio istituzionale della presidenza italiana, per il semestre in corso, dell’Unione Europea accelererà le procedure ed i passi concreti verso l’attuazione di quanto previsto e, certamente, nulla di buono verrà per le popolazioni del Mediterraneo e per le loro condizioni di vita e di lavoro.

    La globalizzazione delle lotte, l’internazionalizzazione dei conflitti rimangono gli antidoti possibili e necessari per una efficace strategia di movimento.

    Questa tre giorni napoletana potrebbe essere un primo momento in cui iniziare ha sperimentare forme di raccordo, di socializzazione e di collegamento tra esperienze di lotta, organismi di base e le diverse forme dell’autorganizzazione proletaria e popolare.

    Speriamo di non trovarci – come stupidamente desidererebbe qualcuno – in questo percorso cattivi compagni di merenda alla stregua di un Bassolino, di un Prodi o di un Fassino…e ci limitiamo ai nomi del Belpaese!

    Redlink - Napoli

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