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La rivoluzione dei Cedri: cinque anni dopo

(17 Marzo 2010)

Il libano si prepara a celebrare il suo quinto anniversario della “rivoluzione dei cedri” che portò ad una serie di manifestazioni a favore e contro la presenza siriana nel paese dei cedri tra la coalizione del 14 Marzo, attuale maggioranza, che raggruppa i partiti cristiano-maroniti di Gemayel (Falangi) e Samir Geagea (Forze Libanesi), i musulmani sunniti di Saad Hariri , attuale primo ministro in carica, e i drusi di Walid Jumblat e lo schieramento dell’opposizione, l’8 Marzo, con gli sciiti dello Hizbollah e Amal, il cristiano maronita Michel Aoun e la sua “Corrente Patriottica Libera”.

A cinque anni di distanza diverse cose sono cambiate sia nello scenario politico interno che negli equilibri internazionali della regione e si può dire che l’unico effetto che ottenne la rivoluzione fu la partenza del contingente siriano dal Libano nell’aprile 2005.

Per quanto riguarda lo scenario medio orientale e internazionale due sono stati i cambiamenti fondamentali per gli equilibri della regione. Il primo è stato la progressiva riconciliazione tra l’Arabia Saudita, principale alleato americano della regione, e la Siria, alleato strategico dell’Iran, che ha portato ad una ripresa dei colloqui e delle relazioni tra queste due nazioni. Il secondo cambiamento è dato da un clima di maggiore dialogo tra l’amministrazione americana di Obama e quella francese di Sarkozy riguardo al ruolo della Siria nel vicino oriente in confronto alle precedenti amministrazioni di Bush e Chirac che avevano isolato il paese di Bashar Al Asad ottenendo sterili risultati.

Questo clima di distensione nella regione ha, però, portato ad un inasprimento dei toni da parte del governo israeliano di Netanyahou nei confronti del paese dei cedri. Da diversi giorni, infatti, Israele non perde occasione di estendere i suoi proclami nei confronti dello Hizbollah e del governo di unità nazionale libanese, visto che il “Partito di Dio” ne fa parte a pieno titolo. Sono abbastanza esplicite le dichiarazioni del ministro della difesa israeliano Barak che ha evocato “una guerra totale” al partito libanese ed alla Siria, principale canale di approvvigionamento di armi per il movimento sciita. Altrettanto minacciose sono state le dichiarazioni dell’ultranazionalista Avigdor Lieberman, ministro degli esteri, che ha minacciato, in caso di conflitto con lo Hizbollah, il presidente Bashar “di fargli perdere il potere” in Siria.

Era diverso tempo, dal conflitto di Luglio 2006 e dalla successiva missione Unifil, che l’eventualità di un nuovo conflitto alla frontiera settentrionale di Israele non veniva evocato in maniera così diretta. Questa serie di minacce appaiono frutto di una strategia israeliana, poiché lo Hizbollah rappresenta una minaccia diretta al territorio israeliano ed alle sue città nella parte settentrionale. Questo gioco di forza israeliano rientra anche in un contesto regionale più ampliato visto che lo Hizbollah viene considerato il “braccio armato” dell’Iran nel vicino oriente e Damasco resta un alleato strategico di Teheran. Nell’attuale impossibilità di un attacco preventivo alla nazione iraniana al fine di ridimensionare le proprie ambizioni nucleari, in base ai dettami dell’amministrazione americana che tende a privilegiare la diplomazia, Israele punta ad alzare i toni proprio per far comprende al suo alleato americano l’”urgenza” di intervenire per arginare la minaccia iraniana. Il messaggio, quindi, è destinato sia all’amministrazione americana sia ai governi di Beirut e di Damasco.

Anche la situazione politica interna è totalmente cambiata. Dalla condizione di impasse e scontro istituzionale tra i due schieramenti, che ha portato ai combattimenti armati del maggio 2008, si è giunti agli accordi di Doha, con l’elezioni del presidente della repubblica Michel Suleiman, figura di garanzia per entrambe le fazioni. Le elezioni del 2009 hanno visto vincitore, di stretta misura, lo schieramento del 14 Marzo e la nomina a primo ministro di Saad Hariri, figlio del celebre Rafiq amico di sauditi e francesi. Proprio l’atteggiamento del delfino Hariri è totalmente cambiato. Dopo un primo tentativo di creare una milizia formata da gruppuscoli legati al network di Al Qaeda ( si vedano i fatti di Fatah al Islam ndr), che, dal 2006, Saad Hariri stava armando e foraggiando con l’intento di contrastare il predominio militare del Partito di Dio e che hanno portato agli scontri del maggio 2008, si è giunti ad una visione più conciliante e ad un’apertura politica nei confronti di tutte le confessioni e partiti politici dello scenario libanese. Questa visione più diplomatica ha portato, infatti, alla creazione di un governo di unità nazionale che si fonda principalmente su due punti cardine. Il primo è stato un’apertura del governo libanese nei confronti di quello di Damasco e l’instaurazione di relazioni diplomatiche tra i due paesi, cosa mai avvenuta prima, sancito dalla visita ufficiale di Saad Hariri in Siria. C’è, infatti, da ricordare che proprio il governo di Bashar era stato inizialmente accusato dell’assassinio del padre di Saad, Rafiq Hariri assassinato il 14 febbraio 2005, e che, nonostante il tribunale speciale per il Libano (TSL) non sia ancora giunto a delle prove sui reali mandanti dell’assassinio, la maggior parte degli imputati del deuxieme bureau siriano sono stati scagionati. Questa visione più conciliante nei confronti del governo siriano è, di sicuro, una conseguenza del riavvicinamento tra il governo siriano e quello saudita.

Il secondo punto cardine della politica di riconciliazione nazionale libanese è il ribadire il “diritto alla resistenza” da parte del governo del paese dei cedri e di voler preservare la milizia dello Hizbollah come una vera e propria risorsa difensiva nazionale. Emblematiche sono le parole dello stesso Saad Hariri al riguardo “la contraddizione principale non è il Libano, con i suoi limiti e le sue particolarità, ma Israele che afferma di volere la pace ed invece occupa il nostro territorio e vuole la guerra…Il vero problema della regione viene da Israele che persiste a non fare niente per la pace con i palestinesi, i siriani e continua a violare quotidianamente la sovranità libanese”.

Stefano Mauro

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