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La conflittualità sociale e sindacale paga

(2 Luglio 2003)

I salari crescono dopo periodi di scioperi e di forti mobilitazioni, stagnano invece quando non si sciopera e l’opposizione sociale non manifesta nelle piazze.

Dopo il biennio 1968\70 entrano in vigore i nuovi contratti collettivi, lo Statuto dei Lavoratori, si determinano maggiori diritti, garanzie per gli apprendisti, assemblee nell’orario di lavoro, licenziamento solo con la giusta causa nelle aziende con più di 15 addetti; contemporaneamente i salari nell’industria crescono del 20%.

La Banca d’Italia ricorda che tra il 1969 e il 1975 i salari crescono del 150% e acquistano notevole potere di acquisto, nello stesso periodo la quota di ricchezza assorbita dai profitti passa dal 34% al 24%, avviene un automatico adeguamento dei salari all’inflazione e le retribuzioni non alimentano al loro interno forti sperequazioni.

Questo periodo, che per la classe lavoratrice è stato carico di aspettative e di buoni risultati anche se la loro gestione è avvenuta ad opera di chi spesso e volentieri aveva avuto il ruolo di frenare e non alimentare il conflitto, viene maledetto perché , a detta degli economisti e dei politici avrebbe introdotto non solo la spirale incontrollata dell’inflazione, ma stipendi e pensioni troppo elevate, una spesa sociale pubblica insostenibile.

Di conseguenza la sola ricetta terapeutica da applicare era quella di arrestare l’inflazione, i salari, ridurre al minimo le ore di sciopero e una riforma previdenziale con il sistema contributivo, ma il punto di partenza non poteva che essere la soppressione della scala mobile e di ogni meccanismo di adeguamento di pensioni e salari al costo della vita.

Nello stesso tempo la competitività delle aziende italiane sul mercato europeo e mondiale perdeva colpi, sfruttando manodopera a basso livello (prima in Italia poi anche con aziende delocalizzate nell’Est Europeo, in Asia e sud America), le oscillazioni della lira previste dallo Sme e continui finanziamenti statali sotto forma di ammortizzatori sociali, cassa integrazione, sgravi fiscali.

Se il sindacato Confederale dal 1970 al 1980 ha vinto gran parte delle battaglie sostenute, la classe politica e i partiti al governo negli stessi anni hanno governato con un’allegra gestione della spesa pubblica ed una concezione degli investimenti statali funzionale a salvaguardare interessi di cordata e manovre speculative, ma costruendo attorno alle istituzioni un ampio consenso e non solo clientelare.

Del resto dalla Dc al Psi e al Pci, dall’Acli all’Arci fino a Cgil cisl uil chi potrebbe dire che queste organizzazioni non sono state capaci di mobilitare la stragrande maggioranza della popolazione italiana per riceverne una delega pressoché totale? Molti di noi credevano maturi i tempi per costruire forti movimenti di massa anticapitalisti, parlavamo di proletariato e di assalto al cielo ma con uno scarso senso della realtà; nelle fabbriche , nella seconda metà degli anni settanta, non solo con l’unità confederale contro il terrorismo, si cominciarono ad intravedere le sconfitte di una strategia politica che pensava di sorreggersi su consensi radicali e simpatie diffuse.

La svolta dell’Eur e il Compromesso Storico dettero l’illusione che un grande patto sociale permettesse, attraverso la democrazia parlamentare e accordi con il Padronato, di realizzare quei principi della Costituzione che parlavano di controllo e direzione a fini sociali dell’economia, ma nei fatti non stava affermandosi una ipotesi riformatrice bensì una strategia del blocco sociale e politico dominante con uso del terrorismo di stato per impaurire e bloccare ogni movimento di massa, un ricompattamento dei grandi produttori e degli alleati politici dietro alcune parole d’ordine come legalità. Democrazia.

Nei fatti si stavano definendo le politiche offensive degli anni ottanta e novanta, proprio nel momento in cui credevamo maturi i tempi per l’assalto al cielo.

Sia lungi da noi semplificare la storia italiana di un buon trentennio , ma nelle ricostruzioni del periodo vince quasi sempre una ricostruzione agiografica tesa ad esaltare i movimenti senza cogliere l’aspetto economico e il ruolo delle classi dominanti e dei loro apparati finanziari e politici. Quando alla fine degli anni settanta il sindacato confederale ha scelto la compatibilità con gli interessi del capitale, la compartecipazione alle sorti dell’impresa bollando di massimalismo ogni critica, è iniziato un periodo, durato quasi 15 anni, in cui le conquiste raggiunte sono state distrutte attraverso accordi Governo sindacati e nei momenti salienti (1985 e l’ultimo biennio) e con la messa in crisi dell’unità confederale attraverso accordi separati con le sigle più subalterne al potere economico e politico dominante. Così è stato per la Scala mobile, per i codici di regolamentazione del diritto di sciopero preceduti da accordi di autoregolamentazione che miravano a liquidare ogni forma di resistenza sindacale.

Alla luce di queste scarne e affrettate riflessioni scaturiscono poche osservazioni sul presente:

- la presenza di forti movimenti, per esempio quello contro la guerra, danno l’illusione che sia forte e radicata l’opposizione antimperialista e anticapitalista, ma i rapporti di forza, sociali e di classe non sono minimamente scalfiti e permangono le condizioni di debolezza e di arretratezza. Meno che mai è ipotizzabile che atteggiamenti etici e morali si traducano in conflitti sociali. Se dovessimo organizzare una manifestazione contro la presenza degli Usa in Iraq oggi non raccoglieremmo che poche migliaia di militanti , questo è il segnale da raccogliere. Lo stesso movimento è immobile di fronte alle tragedie dei migranti delle ultime settimane, incapace anche di costruire momenti di solidarietà e di iniziativa politica sulla immigrazione, uno dei temi sui quali la destra ha costruito il proprio successo elettorale e culturale

- Senza una ripresa della conflittualità sociale non si raggiungono risultati accettabili e meno che mai si riconquista forza e consenso sociale. Per raggiungere questo scopo servono organizzazioni sindacali e movimenti sociali capaci di organizzare consenso e conflitto attorno ad alcuni nodi come quello della difesa del salario, delle pensioni e di scuola e sanità pubbliche. Allo stato attuale la Cgil è la sola organizzazione capace di mobilitare attorno ad obiettivi condivisibili, fermo restando che il suo unico obiettivo è la riconquista di un ruolo istituzionalizzato, concertativo e qualche regola (da rivendicare come proprio successo) per limitare (mai sulle questioni determinanti) la svolta neoliberista. Il sindacalismo autorganizzato insegue sempre più chimere e manie di grandezza che ci portano in vicoli bui.

- Manca un’organizzazione politica in grado di interpretare e guidare questi processi. Non stiamo a disquisire sulla necessità di un partito comunista (partiamo dalla constatazione che, allo stato attuale, almeno, RC sia un magma confuso che privilegia la propria sopravvivenza parlamentare e senza una strategia politica e culturale oscilla tra alleanze di centrosinistra e ipotesi di conflitto simulato e vetero municipalismo care alla disobbedienza), certo che una organizzazione sindacale e sociale non può avocare per sé un ruolo onnicomprensivo pena la perdita di attenzione verso i suoi compiti tradizionali che sono l’organizzazione nei luoghi del lavoro e del non lavoro.

- Guardiamo con preoccupazione alla criminalizzazione di settori politici e sociali protagonisti di battaglie e lotte negli ultimi anni. L’inchiesta poi a carico dei Carc , quando i sospetti sui legami tra questa organizzazione e le nuove BR sono decadute dopo due inchieste della Magistratura, è un segnale inquietante perché la messa fuori legge dei comunisti per la loro incompatibilità con il quadro democratico sono dietro l’angolo. Sarebbe opportuno che si tornasse a definirci semplicemente comunisti e non occultare dietro questa parola semplice e carica di significati storici e politici troppe sigle che sembrano risentire della campagna ideologica reazionaria orchestrata dai blocchi dominanti negli ultimi venti anni.

- E’ naturale che ci si debba adoperare per non attribuire al comunismo e all’antagonismo sociale e politico un ruolo ideologico, politico e sociale residuale, di mera testimonianza, con analisi e pratiche sclerotizzate.

Comitato Antimperialista Antifascista Pisano

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