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Atene. Ordine pubblico

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(4 Maggio 2010) Enzo Apicella
Grecia. Il Fondo Monetario Internazionale si scontra con la resistenza popolare

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La sconfitta referendaria figlia della debacle trentennale

Un programma minimo che rimetta al centro della teoria e della prassi politica sindacale e sociale la centralità della contraddizione capitale lavoro.

(1 Luglio 2003)

Non raccontiamoci delle storie, la battaglia referendaria è stata persa e non sono gli undici milioni di sì a rendere meno amara una sconfitta politica, strategica e culturale. Noi tutti sapevamo quanto arduo fosse il raggiungimento del quorum di fronte ad un silenzio mass mediatico e ad una dichiarata opposizione al referendum che accomunava il Polo, gran parte dell’Ulivo, la piccola e media impresa, Governo , Confindustria e buona parte del terzo settore, ma nella peggiore delle ipotesi eravamo certi di portare alle urne quasi il 40% degli aventi diritto. Dati alla mano non avevamo capito nulla, confusi dalle manifestazioni oceaniche contro la guerra, ci eravamo illusi di avere raggiunto una egemonia culturale e politica nel corpo sociale con alcune significative ripercussioni sociali e perché no, elettorali ed istituzionali. Neppure la morte delle centinaia di migranti a bordo delle carrette dei mari provoca uno sdegno politico e morale in una sinistra sempre più istituzionale e subalterna ai poteri forti (è solo una pia illusione credere che Fassino, Rutelli e D’Alema rispondano alla base).

Ritirate strategiche, strategie della lumaca, esaltazione del movimento, municipalismo sono alcune delle ipotesi strategiche tracciate in queste settimane, alcune condivisibili, altre da rigettare in toto, tutte comunque funzionali alla salvaguardia dell’attuale classe dirigente e al mantenimento di opzioni perdenti.

Avevamo dimenticato che le adesioni etiche e morali alle manifestazioni contro la guerra, per quanto giuste e utili siano, alla fine non producono alcun risultato sociale e politico, le forme di lotta più dure rimangono allo stato simbolico e lungi da conquistare una radicalità di massa sono funzionali alla pubblicità di qualche area politica (i Disobeddienti e i Giovani Comunisti). Le stesse Amministrazioni locali di centro sinistra, dopo anni di subalternità alle basi Americane, se manifestano qualche perplessità non vanno oltre dichiarazioni sulla stampa contingentemente a qualche iniziativa di piazza (per non perdere faccia ed elettori) e, nei mesi successivi, non c’è traccia del Movimento che dovrebbe invece incalzarle inserendo il rifiuto della guerra e la smilitarizzazione dei territori all’agenda politica d’ogni giorno (anche questo è antimperialismo) .

Alcuni leaders sindacali e politici spiegano la sconfitta referendaria con gli ultimi 25 anni di idolatria del mercato, della flessibilità e della subalternità al padronato; la santa alleanza Lega Coop- (favorevole al Patto per l’Italia e contro la estensione dell’art 18 alle cooperative non dimentichiamolo) terzo settore e piccola impresa ha potuto ben più dei richiami giusti ma deboli alla estensione dei diritti. Niente di più vero e di più scontato, ma invece di scoprire l’acqua calda ci dicano quale progetto hanno per ricomporre una classe frammentata , divisa tra lo sfruttamento dei lavori di basso profilo, la giungla dell’atipico, lo sfruttamento in cooperativa e nelle piccole e medie aziende. La ricomposizione di questi soggetti non può avvenire sulla base della moltitudine disobbediente (che allo stato attuale maschera da soggetti ribelli ceti politici di Rifondazione, e alcuni centri sociali quasi del tutto avulsi dalle dinamiche lavorative e dalle lotte al loro interno), ma neppure con il protagonismo nei forum sociali oggi in palese riflusso e comunque in gran parte estranei alla contraddizione capitale lavoro.

Il sindacalismo di base sembra combattuto tra una logica di autorappresentanza e una scelta movimentista sempre più confusa, a discapito della costruzione di percorsi sociali, ben più faticosi e lunghi ma alla fine i soli a produrre risultati e cambiamenti nei rapporti di forza, per riprendere percorsi di lotta nei luoghi della produzione e della circolazione delle merci.

La Cgil se conduce una giusta e condivisibile battaglia tra i metalmeccanici, nel Commercio, nella Pubblica Amministrazione conclude accordi senza democrazia sindacale, con aumenti al di sotto della inflazione reale, barattando esternalizzazioni\privatizzazioni di servizi con una richiesta di contratti di area, invocando previdenza integrativa (i crac finanziari usa degli ultimi anni non insegnano niente?) e patto di stabilità (lo stesso che ci ha fatto perdere negli ultimi anni quasi il 10% del potere di acquisto). Per quali obiettivi allora scendono in piazza, giustamente, tanti lavoratori e tante lavoratrici? Se esistesse il Movimento da molti invocato, esso non dovrebbe dettare le linee di una radicalità sindacale e sociale alternativa alla perdente concertazione degli anni novanta? E’ possibile che non si vedano invece le spinte corporative anche in settori nei quali le lotte sindacali sono state forti, radicali e in parte vittoriose come i Trasporti, dove è nato un sindacato di base categoriale che vanifica gli sforzi verso uno strumento di classe capace di unificare più settori?

Dovrebbero indurre a riflessione le sconfitte elettorali di RC e la perdita di voti ogni volta che si presenta separata dall’Ulivo, come se nel popolo di sinistra prevalesse una spinta unitaria non sui contenuti e sui programmi ma semplicemente sui numeri, a discapito di ogni ipotesi riformatrice, di una semplice coerenza tra il dire e il fare (avete visto "l’amato" Ciampi sottoscrivere la Legge salva Berlusconi dai processi?).

Rc dalle pagine di Liberazione alterna esaltazioni del movimento con qualche segnale poco incoraggiante verso una alleanza programmatica con il centrosinistra (che dopo il 16 Giugno parte da posizioni ancora più forti per imporre la sua "flessibilità controllata") il tutto con tatticismi esasperati e una strategia politica schizofrenica sospesa tra la subalternità alla Cgil e l’esaltazione della disobbedienza, senza una linea sindacale e un’ipotesi di rilancio del lavoro di base\massa (sostituito dalle comparse televisive telegeniche del segretario e dei suoi cloni più o meno giovani).

Le migliaia di bandiere della pace hanno occultato un'altra verità, la strumentale adesione al pacifismo del centrosinistra che dopo l’11 Settembre ha compreso come il ricorso Usa alla guerra permanente abbia come obiettivo anche l’indebolimento del polo imperialista europeo e il rafforzamento dell’egemonia nei settori nevralgici della tecnologia industriale e militare.

Quindi ripartiamo da capo, senza abiure ma rivedendo in toto la strategia "movimentista" degli ultimi anni, e a tal riguardo suggeriamo alcune ipotesi

1."Politici e manager senza visione del futuro hanno trasformato l’Italia in una colonia industriale"(1)

Le privatizzazioni degli anni novanta hanno distrutto la competitività italiana in numerosi settori industriali nell’illusione che la old economy e la centralità della manifatture fossero al tramonto (oggi per grandezza di fatturato si trovano ai primi posti proprio le multinazionali della vecchia economia con il forte ridimensionamento delle new entry di 4,5 anni fa). Niente di più miope, con i soldi pubblici sono stati risanate industrie poi spezzettate e rivendute spesso a costi irrisori e con il beneplacito del centro sinistra che appoggiava i "Governi tecnici". Una subalternità politica e culturale, quella della sinistra italiana, al liberismo e alle privatizzazioni che ricordiamo nel nostro paese si concretizzano prevalentemente nella dismissione della industria pubblica. La stessa Fiat beneficiando di sgravi e aiuti di ogni genere ha avviato con la gestione Romiti(2) una politica di mera speculazione finanziaria di impoverimento della produzione e della ricerca .

Se oggi la sinistra vuole avere qualche voce in capitolo deve ricostruire un progetto credibile
- Per il rilancio della ricerca a fini del puro sapere e della produzione
- Boicottare non solo la riforma Moratti e il ritorno al modello fascista di istruzione (Gentile e company), ma costruire un’opposizione di lungo corso sui temi della educazione , della scuola e della ricerca (la firma della Cgil per il contratto scuola è un esempio eclatante di politiche concertative da abiurare e criticare senza opportunismi), contro la cultura aziendalizzatrice e le false autonomie scolastiche.
- Una battaglia culturale che non ammetta sconti ad una controparte che ricorre perfino ai temi di maturità per riproporre ed imporre una lettura della storia novecentesca funzionale alla riabilitazione del fascismo secondo canoni reazionari e di un anticomunismo becero di cui larghi settori popolari sono imbevuti, grazie alle abiure e agli opportunismi della sinistra e dei loro intellettuali pronti a liquidare i Centri Gramsci per sedere alla Direzione di Spa per la gestione dei servizi un tempo pubblici.

2."Tutto ebbe inizio con la legge 863, promulgata il 19 Dicembre di quell’anno(1983), il primo di una serie di regali di Natale. Esito del cosiddetto Protocollo Scotti sul costo del lavoro (1983) il prototipo della futura e nefasta concertazione sindacale"(3)

Tanti galli a canta non fanno mai giorno, un detto popolare romanesco di origini illustri ma utile a rendere l’immagine di una concezione lavorativa e sociale, quella della flessibilità, da più parti denunciata e mai seriamente combattuta. Abbiamo prima citato a tal riguardo l’opinione dei ds, del resto una ipotesi di legge di qualche anno fa era disposta a barattare qualche diritto in più per gli atipici con minori tutele per i\le lavoratori\trici a tempo indeterminato.

La flessibilità non va accettata ma combattuta e sarebbe necessario che la stessa prassi sindacale della Cgil sposasse una linea non di compromesso con una teoria che si poggia esclusivamente sullo sfruttamento intensivo della forza lavoro e sulla eliminazione dei mansionari e dei profili professionali.

Non è possibile dimenticare la lunga marcia ventennale verso la flessibilità costruita dentro la Pubblica Amministrazione e nei settori pubblici, resa possibile dalle politiche concertative della triplice. Si ricordi sempre la tendenza intrinseca alla media e piccola azienda italiana, a partire dalla adesione allo SME del 1979 ad utilizzare il massimo sfruttamento della forza lavoro e le oscillazioni monetarie per accrescere la propria competitività. La sconfitta referendaria ha quindi origini lontane, venticinque anni di politiche sindacali, sociali e culturali subalterne al Capitale e ai suoi interessi stratificano opinioni, consensi e luoghi comuni difficili da confutare. L’errore peggiore sarebbe quello di non comprendere come la accettazione della subalternità, la mancata opposizione si traducano non solo nella perdita di diritti ma in sconfitte politiche; il perseverare della Cgil, quindi, in una politica subalterna non fa che indebolire ogni ipotesi conflittuale ed antagonista, così come nuoce la incapacità di costruire percorsi credibili sulle tematiche lavorative e precarie(4), da parte delle aree autorganizzate, del sindacalismo di base e dei "Movimenti" così lontani dalla centralità della contraddizione capitale lavoro e dai suoi molteplici risvolti in pratiche sociali e politiche conseguenti

3.Le pensioni e i salari.
Da almeno un quindicennio, l’imperativo categorico dei governi è la limitazione della spesa pubblica che tradotto in linguaggio comprensivo vuol dire contrarre i costi sociali, perdita del potere di acquisto di salari e pensioni, a vantaggio dei profitti e delle speculazioni finanziarie .

L’attacco alle pensioni è imminente e lo comprendiamo dalle manifestazioni in Francia che hanno paralizzato per settimane il paese con organizzazioni sindacali riformiste ma determinate a impedire, anche violando ogni forma di regolamentazione dello sciopero, lo scippo della previdenza. La stessa Cgil ritiene la previdenza integrativa una conquista nonostante che la Riforma Dini le incentivazioni al prolungamento del lavoro, le ultime Finanziarie che riducono versamenti contributivi a carico delle imprese, abbiano determinato una perdita del potere di acquisto e il prolungamento degli anni lavorativi (lavorare di più e guadagnare meno questo è il risultato degli accordi conclusi negli anni novanta) . Non solo c’è bisogno di conoscere il rapporto tra lavoro e pensione(5) e di una strategia mirante a combattere i fondi integrativi, ma bisogna attrezzarci a sostenere sulle pensioni una battaglia sindacale e politica con ampi risvolti sociali (perché il rapporto tra Pensioni, Sanità e Welfare non si riduca alla pura sussidiarietà), senza arretrare di un centimetro nella iniziativa contro le nuove leggi sul mercato del lavoro, nella difesa dei salari e del loro potere di acquisto che dati alla mano(6) sono in piena fase regressiva. Se non riusciremo a incamminarci su questa strada, organizzando le lavoratrici e i lavoratori attorno alla difesa di interessi materiali, sconfitte ancora più amare di quella referendaria si intravedono al nostro orizzonte.

Note:


1) Luciano Gallino- La scomparsa dell’Italia industriale Einaudi 2003
2) Massimo Mucchetti: Licenziare i padroni? Feltrinelli 2003
3) AA VV L’Italia Flessibile economia, costi sociali, diritti di cittadinanza Il manifesto libri 2003
4) A meno che non si voglia barattare come intervento sociale e politico nel precariato le street parade e le feste in qualche luogo occupato, Recenti inchieste ed analisi statistiche evidenziano come il precariato sia un universo complesso, frammentato e non riconducibile ad un'unica realtà, per la molteplicità di figure, per le differenze sociali, salariali e contrattuali . Pensare, come fa la Cgil di regolare il precariato vuol dire non comprendere la natura offensiva dei processi in atto miranti a ridurre potere di acquisto contraendo diritti e spazi di agibilità sindacale e sociale.
5) Salvatore Rossi La politica economica italiana 1968\2003 Laterza 2003"
L’autore responsabile del centro Studi Banca d’Italia riassume in poche battute il pensiero diffuso e trasversale negli schieramenti politici, insomma il punto di vista del grande capitale economico e finanziario pag 57 op.cit "I guasti perpetrati dal meccanismo di scala mobile architettato nel 1975 sono…ormai evidenti a tutti:si distorce l’allocazione nel sistema economico del fattore di lavoro causando perdite globali di produttività; si innescano rincorse salari-salari volte a contrastare l’appiattimento dei differenziali retributivi…"
6) F. Carrera M.L Mirabile Lavoro e Pensione Ires Cgil Ediesse 2003
7) Italia Oggi 24\5\2003

Comitato Antimperialista Antifascista Pisano

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