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Intervista a Hasan Yousefi Eshkevari, dissidente iraniano

(5 Luglio 2010)

Eshkevari

Hasan Yousefi Eshkevari (Ramsar, 1949) è un ex religioso iraniano (hojat-ol-Islam), ricercatore e giornalista. E’ stato direttore del Centro Ricerche Ali Shariati e redattore della rivista socio-politica Iran-e Farda. Fu arrestato nell’ottobre 2000 di ritorno da un ciclo di conferenze, l’ultima tenutasi presso l’Istituto Herich Böll di Berlino dove aveva discusso sul tema: l’Iran dopo le elezioni. Venne condannato dal Tribunale speciale per il clero a quattro anni di reclusione per “apostasia e insulti all’Islam”. E’ uno dei dissidenti per i quali il progetto Icorn (International Cities of Refuge Network) garantisce un rifugio all’estero. Chiusi, assieme a Grosseto e Potenza è una delle trenta città al mondo a far parte dell’inizitiva e la Toscana è l’unica regione italiana aderente.

Signor Eshkevari, lei vestiva paramenti religiosi ora ha abiti laici, quanta spiritualità continua a portare con sé?
Non vesto più abiti talari sia perché il processo che ho subìto me lo impedisce sia per una scelta personale. Però nella mia vita non è avvenuto un cambio sostanziale, lo sciismo non è come una Chiesa dove chi decade da un ruolo non può proseguire le attività precedenti. Nel quotidiano faccio quel che facevo prima.

Lo sciismo continua a perseguire un fine di giustizia sociale conservando il volto antimperialista degli ultimi decenni?
In questa fase la giustizia sociale è importante quanto lo era agli inizi del Novecento, con la differenza che mentre un tempo essa era orientata contro l’imperialismo che condizionava la vita iraniana, con la Rivoluzione Islamica e con quel che è avvenuto successivamente è una profonda esigenza della popolazione. E’ un’esplicita richiesta che la gente fa agli organi della propria Repubblica.

In un’intervista lei indicava l’Iran come unica democrazia mediorientale impregnata di partecipazione popolare e di consolidato confronto elettorale, l’esatto contrario di come la dipingono certi detrattori occidentali
Se osserviamo alcuni Paesi islamici mediorientali, l’Arabia Saudita ma anche Siria ed Egitto, constatiamo che l’Iran è più aperto sia sotto il profilo sociale sia nella sfera elettorale. Quest’ultimo aspetto ha criteri vicini al sistema della democrazia rappresentativa occidentale. Dal paragone escludo la Turchia per gli aperti rapporti con l’Ovest e l’Iraq tuttora scosso dagli eventi politico-militari vissuti dai tempi di Saddam. In Iran Parlamento e Costituzione hanno 104 anni, il Paese ha una familiarità coi princìpi rappresentativi. Tutto ciò comunque non dà un automatico marchio di democrazia, come centinaia di giornalisti di tutto il mondo hanno constatato visitando la nazione.

Da dove scaturisce il black-out contestatario dell’anno scorso?
Dalla Rivoluzione costituzionale dei primi del Novecento a oggi l’Iran ha contato 34 Parlamenti, l’istituzione non ha mai visto interruzioni dei propri lavori anche in momenti tragici come il colpo di Stato ordito contro Mossadeq. Dopo la Rivoluzione Islamica abbiamo avuto otto elezioni parlamentari e dieci presidenziali. Questo non significa che le elezioni siano state realizzate in modo totalmente libero. L’anno passato il governo di Ahmadinejad si è imposto, molti dicono nuovamente, attraverso brogli elettorali. E’ normale che una parte del popolo, già stanco dei precedenti comportamenti, chiedesse un significativo cambiamento al vertice.

Ma è davvero all’Occidente e ai suoi valori che guardano i giovani iraniani oppure essi diventano strumento d’una propaganda di contrapposizione non all’attuale governo e neppure al sistema del velayat-e faqih, ma all’Iran della Rivoluzione Islamica?
La popolazione iraniana è in gran parte giovane, forse oltre il 60% è sotto i trent’anni. Personalmente non mi sento di dire che sia uno strumento in mano all’Occidente per bastonare il regime perché i giovani non sono un gruppo omogeneo. Essi hanno vari orientamenti, alcuni guardano certamente ai miti occidentali, altri sono rispettosi delle tradizioni religiose, taluni s’oppongono al velayat-e faqih, molti vogliono un cambiamento all’interno della Repubblica Islamica. Quelli che fra loro hanno dato vita al movimento verde vogliono un cambiamento nel tempo, senza innescare una contrapposizione radicale. Comunque tutti vogliono la democrazia, il rispetto di libertà e diritti umani. Vogliono una vita sicura che non è detto sia la vita occidentale. Vogliono semplicemente vivere.

Il concetto di non arrendersi all’Occidente che professava Shariati può essere compreso dai giovani d’oggi?
Sì, i concetti di Shariati erano giusti. Anche i giovani iraniani non desiderano arrendersi e inseguono la libertà, lo sviluppo sociale, l’affermazione della scienza. In questi anni, tramite tecnologie come il web, chi fra loro s’è avvicinato anche solo virtualmente all’Occidente ha intuito che lì si vive meglio. Tutto ciò non significa arrendersi. Nel secolo scorso sia gli iraniani sia gli altri popoli del Medio Oriente sono entrati in contatto coi valori e i diritti che s’affermavano a Ovest, vi hanno aspirato e continuano a inseguire questa strada.

Il riformismo di Khatami, che indicava la via dell’Islam reale contro le posizioni regressiva e stemperata, può avere nuove chances?
Le parole di Khatami erano e sono ancora più giuste da un anno a questa parte perché esprimono una contrapposizione all’integralismo. Il suo Islam reale è antitetico a quello fondamentalista, è un Islam che difende diritti umani e libertà d’espressione contro chi favorisce chiusure e oligarchie reprimendo la popolazione.

L’Occidente punisce il programma nucleare iraniano con sanzioni economiche, potrebbe attuare anche un attacco militare?
Non possiamo saperlo. Certo il contrasto fra alcuni Paesi occidentali e l’Iran potrebbe arrivare a uno scontro aperto. Un attacco militare è stato minacciato seppure non mi pare che attualmente Usa ed Europa pensino a questa soluzione. Se accadesse sarebbe un’ulteriore esplosione nel cuore di una regione già disgregata dai conflitti.

Nella politica iraniana del futuro quanto risulteranno centrali i concetti di nazione e di libertà?
E’ oltre un secolo che gli iraniani inseguono la libertà dall’arretratezza politica, cercando una libertà economica e culturale. Da tempo siamo consapevoli d’essere uno Stato moderno. Il futuro ribadirà il concetto del bisogno di libertà dell’intera nazione, cioè di tutte le etnie che vivono sull’altopiano iraniano.

Che peso hanno e avranno le donne nell’Iran che punta a diventare potenza regionale? Gli individui nascono liberi e uguali, non c’è superiorità di generi. Tuttavia anche se questi princìpi sono da tempo sanciti dalla Costituzione e propugnati nella Rivoluzione del 1979 le donne non hanno potuto raggiungere a pieno il rispetto dei diritti. Eppure hanno partecipato attivamente ad ogni fase progressiva della nazione. I governi di Ahmadinejad rilanciando la repressione hanno fatto regredire anche i passi in avanti che c’erano stati nell’ultimo quindicennio. Nel movimento verde le donne ricoprono un ruolo determinante, sono studentesse, acculturate, come la Neda elevata a simbolo di quel bisogno di cambiamento che bussa alle porte.

Enrico Campofreda

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