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(13 Settembre 2010) Enzo Apicella
La scuola dopo la controriforma Gelmini

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(La controriforma dell'istruzione pubblica)

Università. Una riforma da incubo

(24 Luglio 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.webalice.it/mario.gangarossa


E' un'afosa serata di fine luglio, sono passate da poco le ore 20. Mentre scoliamo la pasta, in sottofondo è sintonizzato il telegiornale "progressista" de La7. Certo, non che si parli dei milioni di licenziamenti in corso, né tantomeno - ci mancherebbe! - delle lotte degli operai o dei precari della scuola: ma almeno qualche cosa sugli scandali della P3 la dicono. Meglio di niente, meglio di Minzolini: giusto per scolare la pasta.
Dallo schermo ronzano le solite noiose notizie, che stancamente si mischiano alla canicola estiva: ministri e sottosegretari coinvolti in logge massoniche o associazioni a delinquere di stampo mafioso, festini a luci rosse per i parlamentari del centrodestra e del centrosinistra, preti e prelati pedofili difesi a spada tratta da papa Benedetto XVI. La solita tiritera, nessuno ci fa più caso: anche il cane sbadiglia.
Ma c'è una parola che suscita terrore, più di tutte, soprattutto se la si sente pronunciare nel cuore dell'estate: è la parola "riforma". Il cane, che sonnecchiava, ha uno sconquasso e drizza le orecchie quando sente che, "finalmente", è arrivata in Senato "la tanto attesa riforma dell'università". Se si parla di riforme -soprattutto, se si parla di riforme di mezza estate- un cataclisma, di sicuro, è in arrivo. "Una riforma di alto profilo", rincara la dose il relatore del provvedimento, Giuseppe Valditara del PdL: la pasta si raffredda, il cane mugugna.

Tremonti e Gelmini: un cocktail micidiale
Le notizie che giungono, a ministri e sottosegretari, dalle tradizionali località turistiche estere degli italiani non sono per loro rassicuranti (sarà per questo che il presidente del Consiglio si cimenta in prima persona negli spot per incentivare le vacanze in Italia?). In Grecia, la rivolta è all'ordine del giorno e non risparmia nessuno, nemmeno i turisti: i porti sono rimasti bloccati per una serie di scioperi che hanno paralizzato il trasporto marittimo. In Spagna, lo sciopero dei trasporti organizzato dal sindacalismo conflittuale ha paralizzato il Paese: e nuove proteste si annunciano, anche in piena estate. Per fortuna dei ministri e dei sottosegretari di casa nostra, la Francia non è una meta molto ambita d'estate: altrimenti ai turisti italiani toccherebbe di sentire delle decine di fabbriche occupate e presidiate dagli operai in via di licenziamento. Meglio che l'Italiano che può permettersi una vacanza resti in Italia, dove, grazie al prezioso (per i padroni) lavoro di pompieraggio del conflitto orchestrato dalle direzioni dei sindacati concertativi (dall'Ugl alla Cgil) -e grazie anche al settarismo e all'autoreferenzialità di una gran parte delle attuali direzioni del sindacalismo di base, più pronti a ritagliarsi spazi di sopravvivenza nella barca che affonda che a organizzare le lotte- la protesta di massa non è ancora arrivata.
Ma, a nostro avviso, manca poco: il massacro in corso non risparmia nessuno. Il settore privato oggi appare come un malato terminale, che è tenuto in vita solo dagli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, contratti di solidarietà, ecc). Il pubblico subisce la più grossa batosta dal dopoguerra: agli 8 miliardi di tagli previsti dalla Legge 133 dell'estate 2008 vanno ad aggiungersi altri pesantissimi tagli con la manovra Tremonti. E' prevista per il prossimo anno, sulla pelle dei lavoratori dell'università e degli studenti, una cura dimagrante pari a 1,3 miliardi di euro al fondo di funzionamento degli atenei, senza contare gli altri tagli che riguardano il mondo della cultura e dell'istruzione.
La "riforma" Gelmini dell'università, come già quella della scuola primaria e secondaria, serve a dare un vestito alla realtà nuda e cruda dei tagli miliardari. Se nel nostro Paese l'aria che tira è ancora fiacca, è lecito supporre che si tratti della calma prima della tempesta: nessun governo è così sciocco da pensare che si possano far digerire milioni di licenziamenti senza aspettarsi qualche fuoco di protesta, tanto più se finiscono le briciole da distribuire. E a fronteggiare quel fuoco il governo si è già preparato, inasprendo le cosiddette leggi sulla sicurezza. Dall'altra parte della barricata, ci dovremo preparare a organizzare le lotte affinché siano vincenti.

Non c'è mai fine al peggio
L'Università italiana godeva di pessima salute, su questo non c'è dubbio. Decenni di riforme bipartisan -da De Mauro e Berlinguer per il centrosinistra, fino alla Moratti per il centrodestra- l'hanno trasformata in un contenitore vuoto, sempre meno alla portata dei figli dei lavoratori (per il vertiginoso aumento delle tasse e per lo smantellamento dei servizi), sempre più scadente dal punto di vista della formazione. Gran parte della didattica degli atenei, fino a oggi, si è basata sul volontariato di borsisti e ricercatori sottopagati, disposti ad accettare condizioni salariali infime e degradanti (i borsisti non hanno nemmeno un contratto di lavoro!) pur di svolgere attività di ricerca. Il baronato è una realtà palpabile negli atenei italiani: chi, fino ad oggi, aspirava a un posto di lavoro, doveva farsi decenni di gavetta non pagata, per sperare che il buon animo di un professore ordinario lo aiutasse a organizzare un concorso ad hoc come premio a tanta prostazione. Si poteva così diventare ricercatori a poco più di mille euro al mese, ma finalmente a tempo indeterminato.
Ora, grazie alla Gelmini, tutto questo squallore baronale scomparirà: come scompare il male a un piede dopo che la gamba è stata amputata. Il paragone è macabro, ma rende bene l'idea di quello che sta per accadere all'università italiana e, in particolare, ai tanti precari della ricerca: l'università statale verrà privata delle risorse minime utili a sopravvivere, i precari potranno sperare solo nella disoccupazione. Il Ddl, infatti, prevede, oltre al taglio delle risorse, la scomparsa del contratto a tempo indeterminato per i ricercatori: verranno assunti per tre anni, rinnovabili di altri tre. E poi? "Al termine dei sei anni (3+3) se il ricercatore sarà ritenuto valido dall'ateneo sarà confermato a tempo indeterminato come associato", recita un opuscolo informativo diffuso dall'ufficio stampa del ministero. Peccato che quel "se" sia grosso come una montagna: il blocco del turn over farà sì che per ogni cinque docenti che vanno in pensione se ne assumerà, se va bene, solo uno. Sempre che nel frattempo l'ateneo abbia raggiunto gli standard richiesti dal Ministero -ricevendo quindi i finanziamenti dal governo- e non sia andato in bancarotta. Per la stragrande maggioranza di coloro che riusciranno ad ottenere un contratto da ricercatore la probabilità di restare disoccupato dopo il secondo rinnovo (a sua volta incerto) è altissima.
A questo vanno aggiunti: la riduzione di un terzo dei fondi per le borse di studio, la riduzione del 20% delle risorse per mostre e convegni, la riduzione del 50% dei fondi per i viaggi d'istruzione all'estero (Erasmus), la dilatazione del pagamento del Tfr, il congelamento degli effetti economici delle conferme in ruolo per un triennio (ricostruzioni di carriera). Per i ricercatori già assunti, la musica non cambia: si propone il blocco degli scatti di anzianità per ricercatori e docenti fino al 2013, l'eventuale recupero potrebbe dipendere dall'aumento delle tasse sul consumo di tabacchi. E' proprio il caso di dire che l'università sta andando in fumo...

La complicità del Pd, la necessità di una risposta di classe
La riforma dell'università, a differenza di quella della scuola primaria e secondaria, è un argomento che interessa molto la borghesia italiana: non è un caso che il quotidiano che sta dedicando più spazio al decreto legge è il Sole24ore. Lo sfascio dell'università statale apre, per banche e imprese, l'occasione di investire nella formazione privata: il loro auspicio è che si possa arrivare presto a università appendici di banche e imprese, con rette stratosferiche. La stessa riforma Gelmini apre le porte a quel modello, imponendo ad ogni ateneo un consiglio di amministrazione costituito per il 40% da esterni (cioè manager privati, incluso il presidente) che dovrà gestire le università come fossero aziende: la didattica diventa un optional, la cultura pure.
In vari atenei hanno preso il via le prime proteste: dopo lo sciopero del personale universitario del 1 luglio (con occupazioni simboliche in tutte le università), i ricercatori, i borsisti ma anche alcuni docenti stanno organizzando azioni di protesta che potranno paralizzare l'avvio dell'anno accademico.

Proprio perché la riforma dell'università è cara a Confindustria, il Pd -a differenza che per la riforma delle scuole primarie e superiori, dove si concede di emettere qualche gemito di rimostranza (per bocca di quelli che hanno contribuito ai tagli, come Fioroni e la Bastico)- collabora attivamente. L'onorevole Treu del Partito Democratico si è pubblicamente compiaciuto del "clima di dialogo costruttivo" che c'è stato in Commissione Cultura, sottolineando come le "idee di fondo si sono rivelate comuni". Quando si tratta degli interessi fondamentali della borghesia, i due schieramenti padronali, Pd e Pdl, marciano compatti.
L'unica strada che occorre percorrere per respingere i tagli all'istruzione è quella della lotta: occorre unificare le vertenze e creare un fronte unico della classe lavoratrice che respinga la manovra finanziaria e i licenziamenti nel pubblico e nel privato, rispedendoli al mittente.

Fabiana Stefanoni

24 luglio 2010

www.webalice.it/mario.gangarossa

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