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Alfano non molla

(7 Agosto 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.operaicontro.it

-Angelo Alfano è stato uno dei pochi, insieme a Gianni Letta, a sostenere sino in fondo la linea della trattativa con Fini. Ma ora per il ministro della Giustizia si è giunti a un punto di svolta.
Che cosa accadrà adesso?
«La via maestra è una sola: portare in Parlamento tre o quattro punti che possano segnare i tre restanti anni della legislatura, senza inciucetti, accordi sotto banco e traccheggi, e vedere chi ci sta. Questo è l'unico modo trasparente per riannodare il filo che lega i deputati e i senatori eletti nel Pdl».

Ci sono molte chances?
«Ci sono delle chances e comunque abbiamo il dovere di provarci poiché se da un lato aborriamo il ribaltone e i giochini di palazzo, dall'altro abbiamo il dovere prima di andare alle urne di riprovare a mettere insieme coloro i quali sono stati eletti dentro una casa comune e con un programma comune. Bisognerà provare a vedere se su alcune questioni di fondo ci sarà intesa».

Ma quali sarebbero questi punti?
«Ci sono alcuni pilastri che sono imprescindibili: giustizia, fisco, federalismo e Sud mi sembrano quattro pilastri su cui un governo si regge».

Una delle questioni è la giustizia.

«In materia di giustizia il programma è stato già scritto. È stato uno dei punti di conflitto e proprio per questo credo che il percorso parlamentare servirà a far vedere chi vuol far finire la legislatura e chi invece vuol portare avanti il programma di governo. Per il resto, abbiamo agosto per riflettere e per non disperdere ciò che abbiamo costruito insieme. Agosto è il mese dei piromani e dei pompieri...».

Difficile un accordo sul federalismo e sul processo breve.
«Appunto, questa sarà la prova del fuoco. Proprio perché sulla giustizia e sul federalismo c'è stato più di un problema già dentro il Pdl. Se ci sarà intesa su questi argomenti si potrà andare avanti, viceversa se non ci sarà l'intesa, o se essa, pur siglata in Parlamento, non dovesse funzionare, si tornerà al popolo».

Intanto è nato un nuovo gruppo.
«Si è costruito un nuovo gruppo parlamentare che è fatto di eletti nel Pdl, e sotto quel simbolo c'è scritto "Berlusconi presidente". Quello è un vincolo, non c'era scritto "Pdl, sorteggeremo il presidente". Peraltro è la legge: noi avevamo scritto Berlusconi presidente, loro Veltroni; il primo ha vinto, il secondo ha perso. Ecco perché ritengo inconcepibile che nel 2010 si possa pensare che chi ha vinto le elezioni diventi opposizione e chi ha perso possa governare. Così come è evidente segno di una grave patologia della sinistra il fatto che di fronte a una difficoltà della maggioranza, invece di chiedere subito il giudizio del popolo, una oligarchia di ex ds si metta a tavolino a studiare come rovesciare il voto. D'altronde non è un caso che, anche nell'opposizione, chi ha avuto a che fare con un'elezione diretta, come Vendola e Chiamparino, sia contrario a questi giochi di palazzo».

Ce l'avete sempre con la sinistra.
«Purtroppo la sinistra italiana vive un inesausto contenzioso, un irrisolto conflitto, con la sovranità popolare. Vi è una difficoltà culturale ad accettare che il vincitore delle elezioni possa governare e che l'opposizione debba costruire il suo ritorno al governo solo attraverso il voto degli elettori. Per noi è inconcepibile l'idea che la democrazia sia come un videogame, in cui con il joystick sposti a piacimento i protagonisti da una parte o dall'altra dello schermo. La democrazia si regge sul pilastro portante della sovranità popolare, chi piccona quel pilastro piccona la democrazia. Ma non possono immaginare di sottrarsi alla sovranità popolare. Il governo del '95 è stato la pagina più ingloriosa del curriculum di Scalfaro, e D'Alema, dopo 12 anni, è ancora costretto a giustificarsi per il governo del '98, nonostante fosse nato nella stessa coalizione che aveva eletto Prodi».

Ma la maggioranza è in difficoltà, questo è innegabile.
«Tutto ciò purtroppo nasce da un grave paradosso determinato dai finiani all'indomani delle regionali. Mentre milioni di cittadini festeggiavano nelle loro regioni il successo dei candidati del centrodestra, Berlusconi, che quelle elezioni aveva vinto, fu sottoposto a uno stillicidio quotidiano. È la dimostrazione che dentro il Pdl qualcuno aveva scritto un copione di accuse da utilizzare in caso di sconfitta e che è stato recitato nonostante la vittoria».

Berlusconi sta anche pensando di cambiare il partito.
«Il Pdl si sta avviando a una grande fase riorganizzativa, partendo da una capillare mobilitazione dei propri militanti con l'idea di fondo di Berlusconi di ristrutturare una organizzazione fondata sulle 60 mila sezioni elettorali. Il presidente ha personalmente lanciato una campagna di raccolta di idee dal basso tra centinaia di migliaia di militanti».

E il rinnovamento del Pdl?
«Berlusconi ha già compiuto un salto generazionale nel governo e ci sono tanti coordinatori regionali di nuova generazione. Ciò nonostante Berlusconi ha già detto più volte che intende rinnovare ancora anche in ambito regionale».

Tornando a Fini, se insiste sulla giustizia ci sarà un motivo.
«In questi due anni gli scartamenti di Fini sono stati numerosi: ha cominciato dai temi del diritto al voto e della cittadinanza a tempi record per gli immigrati, è passato alla bioetica ed è finito non sul tema della giustizia ma sul tema della legalità. Io sono un sostenitore dell'idea che non ci sia una gara tra legalità e garantismo poiché legalità non significa affermare che ogni atto del pubblico ministero coincide con la verità (che va accertata in un giusto processo) e che garantismo non vuol dire impunità. Del resto, noi siamo il governo che più ha fatto contro la criminalità organizzata. Comunque diciamoci la verità: il tema della legalità è stato l'approdo ultimo di chi ha ritenuto che tatticamente fosse più utile riposizionarsi a destra piuttosto che inseguire temi di sinistra che ingeneravano le coccole delle élites ma non determinavano consenso. Peraltro sul tema della legalità si rischia, se si esagera in retorica, di diventare dipietristi di risulta o giustizialisti di ritorno. È una materia da maneggiare con cura, anche perché chi si autoproclama un puro corre il pericolo di trovare uno più puro di lui che lo epura».

Temete il terzo polo?
«Figuriamoci. Un sogno o più modestamente un programma di governo, o, ancor più concretamente, un partito non sono mai nati da un'astensione. Nascono sempre da una scelta. E ciò è ancor più vero in questo caso, visto che l'astensione non è stata su una legge ma su un principio. Da un lato ci sono il Pd e di Pietro che sostengono che il primo passo del pm, e cioè l'iscrizione al registro degli indagati, è un atto di verità rivelata. Dall'altro c'è il principio della presunzione d'innocenza di chi ritiene che bisogna considerare innocenti tutti i cittadini italiani fino a condanna definitiva. Tra questi due principi, il principio giustizialista della verità rivelata dell'atto del pm e la presunzione d'innocenza, devi scegliere, non puoi astenerti. E credo che questo atteggiamento parlamentare non sia stato compreso».

Qui si parla di politici coinvolti in inchieste, non di cittadini "normali".
«Ai politici non si può dare impunità, e, caso per caso, occorre valutare il comportamento più corretto».

Morale della favola?
«Il centrodestra deve trovare le ragioni e il modo per continuare l'esperienza del governo oppure andare davanti agli elettori, spiegare quello che è successo e farsi rinnovare il mandato sul leader e sul programma... come si suol dire, è la democrazia, bellezza».

Maria Teresa Meli 07 agosto 2010

www.operaicontro.it

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