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Cossiga, quando la sovranità non appartiene al popolo

(19 Agosto 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.webalice.it/mario.gangarossa

In primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito... [...]. Lasciar fare gli universitari, ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.

(Suggerimenti di Francesco Cossiga a Maroni su come affrontare il movimento degli studenti, da un intervista a Il Giorno, 23 ottobre 2008)


È buffo che nei necrologi bipartisan dedicati a Cossiga si metta in evidenza soprattutto il suo senso dello Stato. Perché Cossiga, a differenza di tanti che oggi lo commemorano, non si è mai posto il problema di nascondere il suo disprezzo per lo Stato di diritto e ha sempre rivendicato apertamente il suo ruolo in quelle strategie occulte ed “eversive” (tecnicamente parlando) che dalla Liberazione in poi hanno costituito la vera struttura portante della Prima e della Seconda Repubblica.

Strategie con un obiettivo chiaro e semplice: quello di impedire che in Italia la volontà popolare potesse mettere in pericolo gli equilibri politici voluti dai veri padroni del Paese e detentori della sovranità reale.

A Cossiga va dunque riconosciuto almeno un merito: quello di aver mostrato con chiarezza che nelle cosiddette democrazie occidentali i diritti civili e politici sono solo un simulacro che copre i reali rapporti di forza: “la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi”, scriveva Michel Foucault capovolgendo il famoso motto di Clausewitz.

I fatti di cui Cossiga è stato protagonista sono notissimi e in questi giorni molti media li ricorderanno ancora una volta. In questo articolo più che raccontare questi avvenimenti si cercherà di mettere in evidenza il filo conduttore che li lega e proporre un criterio interpretativo.

È stato Cossiga a rendere di dominio pubblico che subito dopo la Liberazione, con l’inizio della Guerra Fredda, nei Paesi europei sotto l’influenza USA si era formata una rete terroristica occulta con il compito di impedire che la sinistra arrivasse al potere attraverso le elezioni. Della rete (nota come Gladio-Stay Behind) facevano parte militari, membri dei servizi segreti “atlantici”, neofascisti, esponenti politici (soprattutto democristiani) e massoni.

Va sottolineata la sostanziale continuità tra gli apparati burocratici e repressivi del ventennio fascista e del nascente regime democristiano, visto che molti sembrano rimpiangere quel periodo descrivendolo come una specie di Età dell’Oro.

È in quegli ambienti che si elaborano e si mettono in atto alcuni tentativi di colpo di Stato, (1) ma soprattutto quella strategia della tensione che ha insanguinato il nostro Paese a partire dagli anni ’60, in risposta alla progressiva crescita della sinistra e del movimento operaio e studentesco.

Negli anni in cui il movimento è più forte, Cossiga come ministro dell’Interno si incarica di reprimerlo, ancora una volta senza porsi problemi di “legalità”, militarizzando il Paese. Nelle grandi città universitarie sferragliano i carri armati, mentre la polizia e gli agenti provocatori travestiti da manifestanti sparano ad altezza d’uomo sui cortei.

L’11 marzo 1977 a Bologna viene ucciso il ventiseienne Francesco Lorusso, il 12 maggio a Roma muore una ragazza di 19 anni, Giorgiana Masi, colpita dagli agenti in borghese.

Il loro assassinio fu uno sfregio ad un’intera generazione, e colpì profondamente tutti “i ragazzi del ‘77”, anche coloro che non facevano parte del movimento ma che condividevano i suoi grandi ideali di cambiamento. Quegli spari uccisero non solo due giovani ma la speranza che qualcosa potesse cambiare, e che il regime democristiano, bigotto e corrotto, potesse essere sconfitto con la forza delle idee.

Ma la strategia repressiva di Cossiga non avrebbe avuto successo senza il supporto decisivo del Partito Comunista.

E forse non sono mai stati sufficientemente approfonditi i rapporti anche di natura familiare Cossiga-Segni-Berlinguer.

DC e PCI fin dall’inizio avevano considerato il movimento come un pericolo. Non ne comprendevano la cultura, il linguaggio, le modalità organizzative, gli obiettivi, ma una cosa gli era chiara: non era possibile alcuna mediazione, e in particolare era messo fortemente in discussione il ruolo di contenimento svolto dal PCI e della CGIL.

Il 17 febbraio del 1977 PCI e sindacato avevano tentato di assumersi direttamente il compito di fare piazza pulita, entrando nell’Università occupata e cercando di imporre il comizio di Lama con i bastoni del servizio d’ordine e il volume altissimo degli altoparlanti.

La cacciata di Lama segna una rottura definitiva, traumatica, nella sinistra, e porta alla decisione, condivisa a quel punto dall’intero “arco costituzionale” di annientare quel movimento ad ogni costo e con qualsiasi mezzo.

Quello che non gli si perdonava era soprattutto la sua radicalità e la sua lungimiranza politica, che l’aveva portato a capire che i tempi della grande fabbrica e dell’operaio massa erano finiti e che si apriva una nuova epoca.

In questo passaggio il PCI avrebbe perso la sua stessa identità politica, ormai connessa inestricabilmente al “compromesso fordista”, ma schiacciare il movimento non è servito a esorcizzare il futuro. Questo scenario si è concretizzato, e in più il PCI si porterà dietro per sempre l’infame responsabilità storica e politica di aver messo i padri contro i figli, gli operai contro gli studenti, poveri contro poveri.

Se non si ricordassero questi passaggi sarebbe più difficile capire la trasformazione da PCI a PD e la rapida “americanizzazione” dell’intero ceto burocratico di questo partito.

I carri armati di Cossiga furono il corrispettivo italiano dei colpi di Stato in America Latina. Mentre Giorgiana e Francesco cadevano, a Buenos Aires o a Santiago migliaia di altri giovani venivano sequestrati, torturati e uccisi da altri “difensori dello Stato” ispirati dai “consulenti” piduisti.

Il ruolo della P2 nella vicenda politica italiana diventa ancora più evidente l’anno successivo, in occasione del rapimento di Aldo Moro, un altro momento decisivo della strategia della tensione: il comitato di crisi creato da Cossiga è pieno di piduisti, Licio Gelli compreso. Vogliono la morte di Moro per mettere il Paese sotto assedio e attuare quei cambiamenti istituzionali delineati con lucidità nel loro piano di rinascita democratica.

Anche qui il supporto del PCI alla linea della fermezza è decisivo. Nelle intenzioni dei dirigenti la politica dell’emergenza doveva dare al partito la legittimità per proporsi come forza di governo, non capendo che l’obiettivo finale di quella strategia era annientare tutta la sinistra e non solo il movimento.

Analogamente in campo sindacale la CGIL sostenne a spada tratta l’ideologia dei “sacrifici” per superare la “crisi”, coprendo con una cortina fumogena la ristrutturazione in atto, che prevedeva lo smantellamento della grande fabbrica e la fine del movimento operaio organizzato.

Di quelle scelte paghiamo ancora oggi le conseguenze, con la desertificazione del tessuto sociale e politico, la quotidianità miserabile che viviamo e la corruzione dilagante.

Ritornando a Cossiga, durante la sua presidenza del consiglio (agosto '79-ottobre '80) la P2 intensifica la propria attività, come emergerà dall'inchiesta parlamentare. Il 1980 nella carriera politica di Cossiga è uno degli anni più oscuri. È l'anno della strage di Ustica (27 giugno), seguita dal relativo depistaggio, e di quella di Bologna del 2 agosto (anche qui P2 coinvolta, come risulta dagli atti del processo). Negli ultimi trent'anni Cossiga non ha mai detto una parola chiara su queste vicende, salvo la bufala della stazione di Bologna esplosa per un incidente provocato dai palestinesi.

Gelli viene inquisito solo un anno dopo che Cossiga ha lasciato la presidenza del consiglio.

Nel 1985 Cossiga viene eletto presidente della Repubblica. Con la caduta del Muro finisce l'epoca della Guerra Fredda e si impongono nuovi equilibri politici. Cossiga, in veste di “picconatore”, dà l’avvio alla liquidazione della Prima Repubblica.

Tangentopoli spazza via il vecchio ceto politico, soprattutto democristiano e socialista, che allignava nelle partecipazioni statali, nascono nuove forze politiche e il sistema bipolare, assetto più rispondente ai dettami del pensiero unico neoliberista che cominciava ad affermarsi anche in Italia. E anche in questo passaggio c'è una forte componente terroristica, ancora in buona parte oscura. (2)

Cossiga da un lato promuove lo sdoganamento del MSI (fu allora che questo orrendo termine entrò a far parte del linguaggio giornalistico), dall'altro favorisce, formando un gruppo parlamentare autonomo, il primo governo guidato da un ex-pcista (ottobre 1998), che dimostrerà la sua affidabilità bombardando la Jugoslavia (30mila vittime civili).

Nei necrologi bipartisan, da cui era partito questo articolo, si deve dunque leggere la fedeltà “atlantica” dell’intero quadro politico e il riconoscimento da parte degli attuali schieramenti della loro matrice comune: la strategia della tensione e le trame occulte di cui Cossiga è stato protagonista. (3)

E soprattutto, vi si deve leggere la conferma che per l'attuale classe politica "la sovranità non appartiene al popolo". Nello Gradirà

18 agosto 2010

Note

(1) Come quello di De Lorenzo nel 1964. All'epoca il presidente della Repubblica è Antonio Segni, e Cossiga fa da tramite tra De Lorenzo e Segni (http://www.arcipelago.org/storie italiane/ragnatela2.htm)

(2) Cossiga si dimette da presidente della Repubblica il 28 aprile 1992. Il 23 maggio viene ucciso il giudice Falcone e il 24 luglio il giudice Paolo Borsellino. L'anno successivo, tra maggio e luglio, vi sono gli attentati ai Parioli, in Via dei Georgofili a Firenze (5 morti), a Milano (5 morti) e a Roma.

(3) Tra gli "estimatori" di Cossiga va citato anche Fausto Bertinotti. Ne parla lo stesso Cossiga in un'intervista al Corriere della Sera del 25 gennaio 2007. Il giornalista gli chiede: "Cosa risponde a chi le rimprovera di aver soffiato sul fuoco del ’77?"E Cossiga: "La migliore risposta la potrebbe dare Fausto Bertinotti. Quell’anno lo incontrai a Torino. Parlammo a lungo. Tornato a casa, disse alla moglie: questo è il ministro dell’Interno più democratico che potessimo avere».

www.webalice.it/mario.gangarossa

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