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Fiat: lacrime e sangue

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(14 Agosto 2010) Enzo Apicella

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Aspettando l’autunno e la verifica del protocollo del 23 luglio ‘93

documento delle delegate e dei delegati che si riconoscono nel movimento, per un coordinamento nazionale delle Rsu

(3 Agosto 2003)

La verifica dell’accordo del 23 luglio 1993 sulla politica dei redditi e sulle relazioni sindacali è ormai all’ordine del giorno del prossimo autunno sindacale.

Confindustria e Governo hanno già disdettato da tempo quel protocollo, e, con la complicità di Cisl ed Uil ne hanno di fatto avviato lo smantellamento in senso neocorporativo.

Certo non si sprecano i giudizi positivi sull’utilità che il protocollo del 23 luglio ’93 ha avuto nel sostegno alla produttività e redditività di impresa. In fin dei conti quell’accordo, sancendo la definitiva scomparsa della scala mobile, ha di fatto regolato una costante riduzione dei salari e del loro potere d’acquisto, ha permesso una sostanziale subordinazione della contrattazione agli obiettivi di produttività dell’impresa, ha progressivamente ridotto il peso del contratto nazionale, ha svuotato di ruolo ed autonomia negoziale sia il sindacato che le rappresentanze di base dei lavoratori. Ed insieme a tutto ciò, il modello concertativo che di quell’accordo era l’impianto ideologico, ha permesso non poche concessioni all’impresa in materia di mercato del lavoro, di regolamentazione degli scioperi, di riduzione delle tutele e dei diritti.

L’ideologia di fondo sostenuta oggi da Governo e padroni è che quell’accordo ed il modello della “concertazione” non tengono più conto delle mutate condizioni di mercato e di redditività di impresa. L’obiettivo principale è quello di smantellare le residuali resistenze contrattuali che tutt’ora i lavoratori hanno a disposizione (soprattutto il contratto nazionale) e di subordinare ulteriormente la stessa azione sindacale, coinvolgendo sempre più organicamente il sindacato in un processo di trasformazione in senso neocorporativo.

Passi significativi sono già stati compiuti in questa direzione, con la firma del “patto per l’Italia” e con la legge delega in materia di lavoro (Legge 30/2003), approvata definitivamente dalle camere alla fine di luglio.

Quello che oggi le aziende pretendono è l’assoluta mano libera in materia di mercato del lavoro (in entrata ed in uscita) e di flessibilità della prestazione, e lo smantellamento della contrattazione collettiva per sviluppare invece la possibilità di definire individualmente le condizioni contrattuali con i singoli lavoratori.

Elementi contraddittori nei confronti di questo processo sono stati, oltre al sindacalismo di base, la resistenza della Cgil che con le grandi mobilitazioni di questi due anni in tema di difesa dei diritti si è opposta alla accelerazione neocorporativa contrapponendo a questa la bontà dei contenuti del protocollo del luglio ’93, la resistenza della Fiom in materia di difesa del contratto nazionale e di rilancio della democrazia sindacale a partire dai luoghi di lavoro, e lo stesso referendum sull’estensione dell’articolo 18.

Nessuna di queste azioni contraddittorie, messe in campo da importanti organizzazioni sindacali e movimenti ha fino ad ora bloccato concretamente i processi in atto.

L’asse neocorporativo realizzato da Governo e Confindustria, con l’adesione di Cisl e Uil rimane integro, aiutato in ciò anche dalle non coerenze e dalle disponibilità presenti in parti consistenti della stessa Cgil.

In questo senso va letta la debolezza messa in campo nei rinnovi contrattuali da parte di diverse categorie della Cgil che si sono spesso mosse in aperta contraddizione con le posizioni della Fiom e con quanto, ufficialmente, sosteneva la stessa Cgil.

Una situazione resa ancor più evidente e preoccupante in questa ultima fase, caratterizzata da una vera accelerazione sindacale (che coinvolge la stessa Cgil) che ha come obiettivo esplicito quello di chiudere la stagione contrattuale entro settembre.

Una accelerazione che porta con se pesanti e preoccupanti cedimenti sul merito degli stessi accordi. Basti pensare ai contratti appena rinnovati nel comparto delle Poste e del Turismo (firmati e difesi dalla stessa Cgil) nei quali lo stesso protocollo del 23 luglio è messo in discussione (con l’allungamento a 3 anni del biennio economico nelle Poste e con l’abolizione del secondo biennio economico nel Turismo). Accordi che inoltre assumono nelle norme contrattuali le recenti leggi in materia di orario di lavoro e di mercato del lavoro su cui la Cgil mantiene (almeno formalmente) la propria opposizione tanto che a settembre sono state indette due ore di sciopero.

Cosa sta succedendo in Cgil?

L’adesione al processo di accelerazione contrattuale (chiudere i contratti entro settembre), le concessioni che la Cgil (attraverso le sue categorie) sta concordando nei Ccnl (in materia di salario, orario, mercato del lavoro) entrano in palese contraddizione con quanto la Cgil ha sostenuto in questi ultimi periodi, a partire dal sostegno alla vertenza Fiom, fino alla non firma del Patto per l’Italia e l’opposizione alle nuove leggi in materia di lavoro.

Sembra, senza che nessuno ne abbia discusso, che la Cgil abbia deciso di accettare il confronto con Confindustria, tornando a Canossa rispetto alle sue stesse posizioni congressuali (incremento del salario, contrasto alla flessibilità ed alla precarizzazione del lavoro), ed abbandonando di fatto a se stessa la lotta della Fiom. In questo modo si spiegherebbero il riavvicinamento a Cisl ed Uil in materia di contrattazione (mai per altro venuto a meno a livello confederale locale ed in diverse categorie nazionali) e la disponibilità della Cgil a firmare negli ultimi rinnovi contrattuali cedimenti importanti su salario, orario e mercato del lavoro.

Un cambiamento di linea, vistoso e significativo, che entra immediatamente in contraddizione con il permanere, da parte della Cgil, di una forte iniziativa di opposizione al Governo proprio sugli stessi contenuti che sono oggi, invece, riconosciuti a Confindustria.

Tutto lascia pensare che si voglia riallacciare in qualche modo, e velocemente, il dialogo unitario con Cisl e Uil (solo nei metalmeccanici si ripropone invece la divisione, come successo con l’accordo sul piano di ristrutturazione della Fiat) ed il confronto con Confindustria (anche sulla base di una presunta e tutta da verificare possibilità di ricambio nei vertici della stessa), mantenendo invece tutta in piedi l’opposizione alle politiche del Governo.

Tutto ciò fa però a pugni col merito delle questioni in campo che è lo stesso sia sul fronte del confronto con i padroni che su quello col Governo.

Che senso ha concedere ai padroni le stesse cose (legge sugli orari e sul mercato del lavoro, relazioni sindacali impostate sulla logica dei tavoli bilaterali, ecc) sulle quali invece si tiene aperta una forte opposizione nei confronti del Governo ?.

Una spiegazione potrebbe essere legata al fatto che anche la Cgil (come l’Ulivo) presume come probabili le elezioni anticipate nel 2004, subendo così pressioni non piccole da parte delle forze di centrosinistra perché si riallacci (in chiave antiberlusconiana), e velocemente, un qualche rapporto col fronte imprenditoriale che potrebbe essere così in parte staccato dall’alleanza col centrodestra nella convinzione che l’ulivo, ed una ritrovata unità sindacale, possano garantire adeguatamente e con meno conflittualità la soddisfazione delle necessità delle imprese.

E’ questa una lettura possibile delle dinamiche in corso in questi giorni che potrebbe avere il suo punto di forza proprio nell’ormai probabile tavolo di verifica del protocollo del 23 luglio ’93 che ha come presupposto, appunto, una veloe conclusione dei rinnovi contrattuali aperti.

D’altronde, proprio le recenti conclusioni contrattuali sembrano orientate a mettere le mani avanti in questo senso aprendo in modo considerevole sul punto di vista delle aziende, rendendo negoziabili col padronato le leggi sull’orario e sul mercato del lavoro, sulle quali invece rimane alto lo scontro col Governo, aprendo sulla stessa struttura contrattuale compromettendo di fatto l’esistenza e la già debole efficacia del biennio economico e dello stesso Ccnl.

Lo stesso Epifani, in una intervista a Rassegna Sindacale, apre in qualche modo sulla verifica del protocollo, dichiarandosi disponibile ad eventuali aggiustamenti sempre che questi non ne compromettano l’impianto concertativo, ma accettando l’idea (di Confindustria) che occorra dare maggiore peso ed importanza al livello decentrato della contrattazione sindacale, di fatto (anche se non lo si ammette) riducendo il peso del contratto nazionale.

Tutto quindi sembra muoversi perché si vada velocemente ad una sessione di verifica del protocollo del 23 luglio ’93. Il tentativo è quello di raggiungere una mediazione accettabile per i padroni e sostenibile dalla Cgil, sulla quale inoltre ricostruire in qualche modo anche l’unità di azione sindacale.

Dal sindacato concertativo al sindacato neocorporativo?

Nessuno si illuda. Una eventuale verifica dell’accordo del 23 luglio ’93, tutto sarà meno che una semplice manutenzione di quell’accordo. Sia perché Cisl e Uil hanno ormai decisamente compromesso, con gli accordi separati firmati in questi ultimi periodi, il modello concertativo in senso neocorporativo, sia perché gli stessi accordi firmati anche dalla Cgil sono ormai chiaramente orientati in questo senso. Basti pensare non solo agli accordi contrattuali ma anche a quelli territoriali (esempio il patto per lo sviluppo firmato in Lombardia) per verificare l’insorgere sempre più massiccio dei tavoli bilaterali su ogni argomento possibile ed immaginabile, e conclusioni di merito che di fatto tolgono diverse voci della contrattazione alla contrattazione stessa (in fabbrica e nel territorio) ed all’iniziativa delle Rsu, per demandarle, appunto, ai tavoli bilaterali.

La Cgil inoltre non dispone (nonostante le iniziative di contrasto messe in campo fino ad ora) di una sua piattaforma generale a cui riferirsi e su cui valutarne l’effettiva strategia. Nella migliore delle ipotesi si ripropone il modello concertativo, per poi mediarlo con le derive neocorporative negli accordi che si firmano. Il documento congressuale unitario della Cgil è praticamente disatteso, sia sul piano dell’iniziativa contrattuale e salariale (difesa dei Ccnl ed incremento del potere d’acquisto dei salari), sia dal lato delle politiche di contrasto alla precarietà del lavoro che alla flessibilità della prestazione.

In questo scenario, senza una vera svolta della Cgil, senza un allargamento della lotta e delle coerenze congressuali in tutte le categorie, la Cgil è destinata ad una brutta mediazione proprio in senso neocorporativo, in cambio di un recupero dei rapporti unitari e con Confindustria, ed a farne le spese sarà sopratutto la Fiom che già ora, a parte le belle parole, nessuno sostiene più in Cgil. A farne le spese saranno le residue possibilità di un sindacato rivendicativo, contrattuale, democratico e partecipativo.

Dov’è la sinistra sindacale Cgil ??

La sinistra sindacale in Cgil dovrebbe essere oggi lo strumento attraverso il quale le delegate ed i delegati possono incidere per una vera svolta della Cgil, così come era negli obiettivi della battaglia congressuale. E’ fuor di dubbio che in questa situazione, un ritorno a Canossa della Cgil comprometterebbe e liquiderebbe per molto tempo la possibilità di contrapporre all’offensiva liberista in atto l’iniziativa di un sindacato contrattuale e rivendicativo che è, e dovrebbe rimanere, l’obiettivo fondante del percorso che ha portato molti compagni in Cgil a lottare per la costruzione di una forte sinistra sindacale.

In realtà la sinistra sindacale in Cgil sembra essere scomparsa. O per lo meno sopravvive solamente come apparato e come struttura burocratica, incapace di iniziative in grado di tenere alto il dibattito e la lotta in Cgil sui temi attuali dello scontro sindacale e di liberare, organizzare e mettere in campo la massa delle delegate e dei delegati che in una lotta per una svolta della Cgil hanno creduto in occasione dellultimo congresso.

Nelle categorie la sinistra sindacale firma, assieme alla maggioranza, accordi che nulla hanno a che vedere con i contenuti della recente battaglia congressuale. L’apparato di sinistra sindacale riconosce ormai solo se stesso. Rari e puramente formali sono i momenti in cui i delegati sono chiamati alla discussione quando si tratta di definire gli orientamenti ed i comportamenti dell’area programmatica.

In queste condizioni, con una sinistra sindacale che si è dimostrata assolutamente assente sul merito della battaglia contrattuale (nelle categorie e nei territori) arrivando al massimo ad emendare le scelte della maggioranza e nella peggiore delle ipotesi a sostenerle, non possiamo sperare di incidere adeguatamente anche sulle scelte di carattere generale che impegneranno la Cgil nei prossimi mesi, a partire dall’ormai prossima e probabile verifica del protocollo del 23 luglio.

La sinistra sindacale in Cgil, presa com’è dai grandi giochi tattici che hanno investito la Cgil con la recente e non proprio riuscita discesa in politica di Cofferati, ed ora dalle vicende che la interesseranno direttamente con i prossimi cambi di vertice dell’area programmatica, presa com’è a tessere alleanze con singole componenti della maggioranza Cgil sulla base di una illusione riformista che dovrebbe garantirne un rafforzamento anche dal lato degli apparati, sembra non accorgersi dei caratteri dello scontro attuale, ossia dal fatto che la Cgil si trova in realtà ad un bivio tra la riproposizione di una concertazione pasticciata e perdente ed una adesione di fatto alla deriva neocorporativa.

In questo scontro la sinistra sindacale è assolutamente assente e, come succede per chi non ha più una chiara linea di riferimento (al di la di enunciarla a parole) scivola nel “dirigismo degli apparati” e nel “realismo sindacale” del fare ciò che succede.

Emblematica è infatti la confusione (o non linea) sulla recente stagione contrattuale.

Mentre il coordinatore nazionale dell’area dichiarava in un attivo a Milano che mai si sarebbe firmato un contratto che facesse riferimento alla legge 30 ed alla nuova legge sugli orari, solo poche settimane dopo il coordinatore nazionale dell’area programmatica nella SLC Cgil firma e difende a spada tratta il contratto delle Poste, avendo contro gran parte dei delegati dell’area e due documenti votati dagli attivi regionali di area (Lombardia e Toscana), senza che ciò produca la minima disponibilità ad una verifica interna dell’area su come è stata condotta la trattativa.

Dopo la firma del Ccnl Turismo (che di fatto deroga dall’impegno a rinnovare il prossimo biennio salariale) nessuna iniziativa di rilievo è partita dalla sinistra sindacale di categoria. Intanto il Coordinatore nazionale dell’area in Filcea difende una piattaforma per il rinnovo del Ccnl Gomma plastica a dir poco scialba sul salario e compromessa per i cedimenti che già contiene in merito alla flessibilità ed al mercato del lavoro e si mostra scettico sulla necessità di organizzare in categoria una battaglia per modificare e migliorare la piattaforma, battaglia giudicata controproducente perché aprirebbe contraddizioni nel fronte unitario con Cisl e Uil.

Questi sono solo alcuni esempi di come l’area programmatica “Lavoro e Società – cambiare rotta” sia oggi assolutamente assente rispetto al compito ed al mandato che aveva assunto in fase congressuale.

Si pongono così, oggi più di ieri, problemi di non poco conto che possono essere affrontati solo modificando sostanzialmente l’operare ed il modo di organizzarsi della sinistra sindacale Cgil, ridando ruolo e protagonismo alle delegate ed ai delegati che rappresentano la base dell’area programmatica, riproponendo la validità e la centralità dei contenuti del documento congressuale dell’area programmatica.

Già in molti, ed in diverse occasioni, hanno chiesto la convocazione di una assemblea nazionale dell’area programmatica per il prossimo settembre. Ora questa convocazione è quanto mai necessaria ed urgente perché non può più essere rinviata una spregiudicata verifica ed una decisa messa a fuoco dei compiti e delle iniziative della sinistra sindacale in Cgil e ciò deve essere fatto facendo parlare le delegate ed i delegati dell’area e non solo i funzionari, rompendo così quella gabbia burocratica che ha fino ad ora operato come “cappa” allo sviluppo di una vera discussione e di una vera gestione democratica dell’area stessa.

Anche la sinistra sindacale, come l’insieme della Cgil, è oggi ad un bivio. O rilanciare una battaglia per l’affermazione di un sindacato rivendicativo, contrattuale e democratico, fortemente ancorato ai bisogni che il mondo del lavoro esprime, o venire risucchiati nella deriva neocorporativa che tale rimane anche se alcuni (anche in sinistra sindacale) la mimetizzano dietro atteggiamenti e puerili considerazioni da “realismo sindacale”.

L’iniziativa di autunno

In questa fase di “confusione sindacale”, caratterizzata da una assoluta subordinazione del merito all’interesse tutto tattico di mettere in campo una urgente ricomposizione del fronte unitario e di riallacciare in qualche modo un rapporto con le categorie imprenditoriali, si sta preparando il terreno per un nuovo “Patto per il lavoro” che rimettendo assieme i cocci rotti con l’accordo separato sul “Patto per l’Italia”, rimetta mano unitariamente al protocollo del 23 luglio ’93.

Una operazione giocata sul filo del rasoio perché fortemente caratterizzata da valutazioni di tipo tattico. Bisognerà infatti realizzare e dimostrare la possibilità di un nuovo “patto tra produttori” mettendo in crisi l’attuale dirigenza di Confindustria (D’Amato) e tagliando fuori il Governo di centrodestra (verso i quali rimarrà attiva una forte opposizione sociale, a partire dallo sciopero di due ore di settembre contro la legge 30, alle pensioni, alla finanziaria) . L’obiettivo è dimostrare che lo scontro frontale (sostenuto appunto dalla linea D’Amato e Berlusconi) non paga e che è possibile ottenere gli stessi risultati ad un tavolo dove ai sindacati venga riconosciuto ruolo e dignità.

Ovviamente, in questo scenario, gioca non poco l’aspettativa di una caduta del Governo di centrodestra e delle elezioni anticipate nel 2004, e le pressioni che l’Ulivo esercita in questo senso sulla Cgil sono notevoli.

Non è peregrina quindi la preoccupazione che in nome di una apertura tutta tattica nei confronti di Cisl e Uil e nei confronti della parte considerata più disponibile di Confindustria, vengano sacrificati sia il merito che la stessa residuale democrazia sindacale, mettendo definitivamente fine a quell’azione contradditoria aperta dalla Cgil dopo la sconfitta dell’Ulivo alle ultime elezioni politiche e con la discesa in politica di Cofferati.

Esiste una sola possibilità di contrastare in qualche modo i processi in atto, e ciò dipenderà in larga parte da tre elementi:

- Un rilancio dell’iniziativa della sinistra sindacale Cgil che, riproponendo i contenuti del suo documento congressuale rilanci in Cgil una battaglia contro la deriva neocorporativa e contro le illusioni concertative, rimettendo in campo (sia concettualmente che nella pratica) la necessità di una vera svolta della Cgil verso un sindacato rivendicativo e contrattuale fortemente ancorato al quadro dei bisogni che i lavoratori e le loro famiglie esprimono, di un sindacato democratico e partecipativo nel quale ai lavoratori spetti il diritto di esprimersi n modo vincolante sulle piattaforme e sugli accordi.

- Una efficace unità di azione di tutto il sindacalismo di classe (sia in Cgil che nei sindacati di base) sul piano della lotta contrattuale e dell’opposizione ad una verifica del protocollo del 23 luglio ’93 che non vada nel senso di liberare la contrattazione dai vincoli a cui è oggi subordinata, per contrastare una ricomposizione sindacale ed un patto con le imprese in senso neocorporativo.

- Una discesa in campo di un forte movimento delle delegate e dei delegati Rsu che ponga con forza, oltre alle questioni di merito, l’urgenza e la necessità di fare della democrazia sindacale, del diritto dei lavoratori ad esprimere un loro giudizio vincolante sulle piattaforme e sugli accordi, l’elemento discriminante di questa fase sindacale.

Tutto ciò si tiene ovviamente assieme con una piattaforma generale di lotta, capace di rappresentare adeguatamente l’attuale quadro dei bisogni che il mondo del lavoro esprime, ma anche di contrastare una trasformazione in senso neocorporativo del sindacato, già pesantemente compromesso con le recenti scelte di Cisl e Uil e con gli ultimi rinnovi contrattuali che vedono anche la firma della Cgil.

Tappa fondamentale di questo processo e dell’azione di contrasto che dovrà essere messa in campo è il probabile avvio della verifica del protocollo del 23 luglio ’93.

Su tutto questo torneremo a fare il punto a settembre

Buone ferie a tutti

milano – 31 luglio 2003

le delegate e dei delegati che si riconoscono
nel movimento per un coordinamento nazionale delle Rsu

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