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Addio compagne

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(23 Febbraio 2010) Enzo Apicella
Il logo della campagna di tesseramento del prc 2010 è una scarpa col tacco a spillo

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Democrazia e partecipazione nel PRC

Una riflessione a partire dall'Intervento di Andrea Vigni. Di Meri Rampazzo, segretaria del Circolo K.Marx, Padova

(15 Dicembre 2000)

Se osi dire che all'interno del partito la democrazia e la partecipazione sono altamente virtuali susciti a seconda dei casi e dell'umore del momento 1) risatina di sufficienza 2) bonaria reprimenda 3) accusa di frazionismo 4) scandalo. Oltre ogni analisi già questo la dice lunga sulle istruzioni ricevute dai segretari di federazione. Pratica quotidiana è il muro di gomma contro qualsiasi provocazione: domande, critiche, proposte non rientranti nei progetti della segreteria. Il militante deve essere pronto a sacrificare il suo tempo per le operazioni di routine e deve limitarsi a esprimere le sue opinioni all'interno delle istanze preposte a tal scopo. E se le istanze del partito (circoli, collegi di garanzia, cpf) sono solo nomi e numeri sulla carta questo non ha alcuna rilevanza. Ciò che conta è ciò che si vede, non ciò che è. Se organizzi un dibattito in città e la sala resta mezza vuota mentre il mezzo pieno è formato dai soliti compagni è comunque un successo, l'importante è che sia uscito un articolo sul quotidiano locale e che la lista delle iniziative della federazione si sia arricchita di una voce in più. Se devi intervenire su una tematica del partito è sufficiente stampare un quintale di volantini, disperderne un decimo per le strade della città e accatastare il rimanente in sede. Se cerchi di pianificare un programma culturale di lungo respiro c'è sempre un'emergenza da affrontare prima e le emergenze non finiscono mai.
Questo stato di cose a livello di segreteria, non migliora se guardiamo il comportamento di tanti militanti. Uno fra tutti: se cominci a lavorare nel territorio aprendoti alla realtà viva dei cittadini facendo qualcosa di pratico, non si sa come, né si capisce perché, i militanti si tirano indietro e non hanno più tempo. Così c'è chi lavora più di quanto potrebbe e chi amenamente si trastulla in riunioni senza costrutto o limita il suo lavoro pratico all'attacchinaggio. Certamente questo tipo di partecipazione è meno impegnativo sul piano personale e quindi più comodo. Un altro spaccato di questa situazione è visibile molto bene seguendo la pagina delle lettere su Liberazione (tagli - censure - titoletto specifico "polemiche"): il giornale spaccia come "polemica" qualsiasi intervento che non sia autogratificante agli occhi dei compagni e dei lettori o non sia in linea con le decisioni assunte dalla direzione nazionale.
Questa in sintesi è la mia piccola esperienza di iscritta e segretaria di circolo.

Il fatto che alcuni compagni insistano sul tema della democrazia interna al partito non è una questione di sterili polemiche - io condivido pienamente Andrea Vigni quando afferma: "Del resto sono anche convinto che lotta politica rivoluzionaria nella società (e nelle istituzioni che ne sono la sovrastruttura), e lotta contro ogni involuzione burocratica e autoritaria del partito vanno di pari passo".
Ritengo infatti ridicolo prospettare ai nostri elettori programmi per la trasformazione della società quando all'interno del partito non si sperimentano e non si attuano scambi fecondi tra le parti. Ogni innovazione passa necessariamente attraverso il confronto e lo scambio anche di posizioni antitetiche. Nessun bambino nuovo senza contatto, ma solo conventi e monasteri di vecchi in religiosa preghiera.

Un punto importante da discutere nella lettera di Andrea Vigni mi sembra la ricerca di un nuovo
metodo:

1 - Le mozioni omnicomprensive e precostituite sono sostituite da documenti monotematici (contributi teorici, strategici, politici, organizzativi, di genere, lavoro, ambiente, etc.) presentati alla valutazione delle assemblee congressuali, nelle quali riceveranno un certo numero di adesioni.

2 - La formazione dei direttivi e dei comitati politici viene fatta proporzionalmente al numero di adesioni ricevute dai singoli documenti (cui sono evidentemente collegati i compagni promotori), rapportato all'intero ammontare dei voti espressi, data la facoltà di aderire ad un numero illimitato di documenti. Il voto contrario si identifica a questo punto con il non voto e viceversa.

Questo sistema mi sembra estremamente interessante poiché con esso i compagni potrebbero presentarsi alle varie candidature secondo le proprie competenze effettive e i delegati potrebbero decidere le loro preferenze in base a indicazioni precise di percorsi pratici ed effettuabili, con la conseguenza naturale che i comitati politici federali si comporrebbero sulla base di competenze reali da mettere subito in campo nelle commissioni di lavoro, nelle candidature per le istanze del partito e per le elezioni.
Insomma come dire che con il metodo attuale abbiamo tra i responsabili compagni factotum che alla fine non fanno un facniente - mentre si potrebbero avere squadre composite di compagni facqualcosa che insieme factotum.

Altro interessante appunto di Vigni riguarda la pratica delle mozioni di maggioranza e minoranza. Questa pratica è apparsa in tutta la sua vuota funzionalità proprio durante il convegno dedicato alle donne comuniste. L'impressione che se ne è ricavata è disarmante: il documento della minoranza sembrava stato scritto giusto per dovere di prassi che per effettiva espressione di una linea diversa e concorrente. Insomma un rituale senza spessore e rilevanza politica, celebrato all'ultimo momento. Vigni si domanda "quante donne hanno partecipato alla stesura dei documenti?", io mi domando invece con preoccupazione: "quanto hanno inciso nella vita politica del partito le pur rilevanti considerazioni emerse durante il convegno? (es: paradigma di genere nella valutazione dei grandi temi, qualità delle relazioni all'interno del partito)". Stessa domanda si potrebbe fare intorno al precedente convegno sulle questioni organizzative, in cui finalmente si era respirata una esigenza di rinnovamento delle regole e degli entusiasmi. Sembra quasi che esista una profonda frattura tra le locuzioni teoriche del partito quando interroga se stesso e la realtà dei fatti, una incapacità (o non volontà) endemica nel trasferire l'analisi (e le sue conseguenze) dal piano teorico alla prassi locale.
In base a questa considerazione e pensando al "come fare" per rompere quel muro di gomma che tanto ci impedisce di crescere (uscire dal tono della polemica che ci viene affibbiato e conquistare l'ascolto) ritengo che sarebbe opportuno andare a rivedere alcuni passaggi dei documenti emersi nei due convegni citati, per verificare se esistono proposte e elementi positivi che possano avvalorare e rafforzare una diffusa azione politica per la democrazia e la partecipazione, sia tra i militanti del partito, sia tra i compagni della base che oggi non hanno alcuno strumento per intervenire.

Meri Rampazzo

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