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In quale buco nero si sta infilando la Federazione della Sinistra?

redazione di Contropiano

(10 Settembre 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.contropiano.org

"Ferrero e Diliberto in lista, l'ira di Veltroni scuote il Pd" titola oggi un lungo e velenoso articolo del Corriere della Sera firmato da Maria Teresa Meli. L 'articolo è evidentemente commissionato da chi vede con aperta ostilità l'ingresso di candidati della FdS dentro la coalizione dell'Ulivo nel caso di elezioni politiche anticipate. Il problema è che da questi fatti - rivelati e confermati anche da un articolo comparso su La Stampa di martedi 7 settembre - la prospetti va, l'identità e la credibilità della Federazione della Sinistra esce tutt'altro che rafforzata, al contrario rafforza l'idea che l'obiettivo della FdS è solo quella della sopravvivenza parlamentare piuttosto che quello di riavviare e rifondare un senso comune, un progetto politico, una priorità del conflitto sociale nel dna della sinistra alternativa in Italia. E' una idea di profonda subalternità della FdS al PD quella che emerge da queste notizie. Noi abbiamo in mente un progetto radicalmente diverso da quello che leggiamo in questi articoli . Nei giorni scorsi abbiamo reso pubblico un documento che ne spiega motivazioni e indicazioni per i prossimi mesi (vedi in fondo).

Vediano cosa scrive oggi il Corriere della Sera in alcuni passaggi significativi

"Il fatto è questo: Pier Luigi Bersani ha incaricato Maurizio Migliavacca di tessere i rapporti con i cespugli (Verdi, Socialisti, Prc e Comunisti Italiani) in vista delle prossime elezioni politiche, con lo scopo non di stringere un'alleanza elettorale, bensì di presentare direttamente nelle liste del Pd un gruppo di esponenti di queste forze politiche. Ad allarmare una fetta del partito è l'indiscrezione secondo cui questo patto è stato già siglato con Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero. E un patto di questo tipo, secondo i veltroniani, snaturerebbe il Pd. Si parla di un accordo che prevede una decina di parlamentari del Prc e del Pdci eletti nelle liste del Partito democratico. Soprattutto deputati, perché i vertici di via del Nazareno ritengono che il Senato, dopo il voto, potrebbe diventare determinante: lì non è affatto scontato che Silvio Berlusconi ottenga la maggioranza. E allora mandare a Palazzo Madama esponenti di due partiti che hanno già annunciato la loro decisione di non entrare in nessun governo sarebbe controproducente: complicherebbe la partita del Pd al tavolo di un eventuale esecutivo «altro» con Pier Ferdinando Casini. Già, perché l'intesa prevede anche questo: che la sinistra possa non entrare in un futuribile governo. E la cosa rende ancora più inquieti i veltroniani che vedono svanire definitivamente il progetto originario del Pd. In cambio, Paolo Ferrero e Oliviero Diliberto voteranno alle primarie per il candidato del Partito democratico, cioè, per il segretario Pier
Luigi Bersani. Il che, sia detto per inciso, non costa molto né al leader del Prc né a quello del Pdci, visto che l'altro candidato sarà quel Nichi Vendola con cui sono entrambi in pessimi rapporti. Veltroni, per opporsi a questa operazione , ha mandato avanti Minniti, Verini e Tonini a chiedere «che si riuniscano al più presto gli organismi collegiali di partito, a partire dalla Direzione Nazionale», perché «bisogna definire tutti insieme quale linea politica, ed eventualmente elettorale, tenere». Quel che più allarma l'ex leader del Pd è che non vi sia stata neanche la solita smentita di rito: segno che si è veramente molto avanti nel progetto del Nuovo Ulivo, che altro non sarebbe se non un Partito democratico allargato ai cespugli.

Con Vendola invece una simile operazione è più difficile. Basta sentire quel che dice il governatore della Puglia: «Ferrero, Diliberto e Nencini hanno bisogno dell'ombrello protettivo del Pd, noi no».


Tre giorni fa un articolo su La Stampa firmato da Fabio Martini riportava testualmente:

"Una stretta di mano tra compagni vale più di un accordo sottoscritto davanti al notaio.

Venerdì 27 agosto poche ore dopo aver lanciato la proposta del "Nuovo
Ulivo", il leader del Pd Pier Luigi Bersani ha avuto due colloqui. Con Paolo Ferrero, leader della Rifondazione comunista e con Oliviero Diliberto, segretario del Pdci e ad entrambi ha spiegato come ha in mente di rimetterli in gioco: nel caso molto probabile in cui la legge elettorale non dovesse cambiare, il Pd è pronto a stringere una alleanza elettorale con i due partiti comunisti, che a loro volta però dichiareranno di non voler partecipare ad un (eventuale) governo di centrosinistra.


Una proposta che Ferrero e Diliberto hanno sottoscritto immediatamente: per il loro elettorato tornare al governo è vissuto come uno spauracchio, ma rientrare i
l prima possibile in Parlamento è invece una sorta di panacea per due partiti che finanziariamente sono sull'orlo del collasso. Quasi tutti i funzionari sono stati messi in cassa integrazione, il quotidiano «Liberazione» è a rischio di chiusura a breve, Paolo Ferrero si è autosospeso il contributo-stipendio e si è rimesso a lavorare alla Regione Piemonte. E che i due partiti comunisti gradiscano assai il patto proposto loro dal Pd lo dimostra il fatto che, senza fare accenno al patto con Bersani, Paolo Ferrero abbia subito diffuso una dichiarazione favorevole: «Condividiamo la proposta di dar vita ad un'Alleanza democratica per sconfiggere Berlusconi».


Un'intesa che non è stata formalizzata e non lo sarà fino a quando non si entrerà nella stagione elettorale. Soltanto allora si entrerà nei dettagli e si studieranno gli escamotages, a cominciare dal più serio: i comunisti, ammesso e non concesso che la sinistra vinca le prossime elezioni, pur stando fuori, appoggeranno l'eventuale governo? Per ora una ideale stretta di mano è sufficiente, ma l'effetto di questo patto informale equivale ad una piccola rivoluzione copernicana: rimette in gioco due partiti con i quali il Pd aveva deciso di non allearsi più in nome della opzione riformista e dell'abbandono di ogni tentazione massimalista.

Una scelta assunta prima delle Politiche del 2008 e dopo la quale i partiti comunisti hanno subito tre batoste elettorali consecutive. Ma Bersani, letti e riletti i dati elettorali, si è deciso a fare la prima mossa. In base ad un calcolo pragmatico. Certo, Prc e Pdci (ora riuniti nella Federazione della Sinistra) negli ultimi 4 anni hanno drasticamente ridotto il proprio peso elettorale. Nel 2006 , anno della vittoria dell'Unione di Prodi, il Prc era stato votato da 2 milioni e 300mila elettori (pari al 5,8%), mentre al Pdci erano andati 884mila suffragi , il 2,3%. Totale l'8,1%.

Ma nel 2008, dopo una partecipazione al governo vissuta con senso di colpa e senza mai rivendicare i risultati ottenuti (ritiro delle truppe dall'Iraq, abolizione dello «scalone»), si era determinato un tracollo elettorale e il cartello della Sinistra Arcobaleno (Verdi compresi) aveva ottenuto 1 milione e 124 voti, tutti assieme precipitando al 3,1%. Subito dopo, Nichi Vendola aveva lasciato Rifondazione, fondando la Sel, mentre i comunisti più radicali avevano proseguito la discesa elettorale, ottenendo il 3,4% alle Europee 2009 e il 2,7% alle Regionali 2010. Ma al Pd hanno fatto i conti: la somma dei voti dei comunisti «buoni» e di quelli «cattivi» supera il 6% e persino nel terribile 2008, soltanto con metà di quella percentuale, il centrosinistra avrebbe conquistato diverse regioni andate al centrodestra, compreso il Lazio, col suo ricco «premio»."

Una domanda viene spontanea: ma in quale buco nero si sta infilando nuovamente la Federazione della Sinistra?

Guarda il documento:
http://www.contropiano.org/Documenti/2010/Settembre10/08-09-10CrisiLorSignori.htm

www.contropiano.org

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