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La guerra in somalia

(14 Settembre 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.operaicontro.it

Somalia, gli Shabaab fanno terra bruciata intorno al governo di transizione
Gli attentati in Uganda e Kenya sono un monito agli alleati del presidente Sheikh Sharif Ahmed L'undici luglio 2010 tre bombe scuotono Kampala. La prima esplode in un ristorante etiope del centro, la seconda e la terza in un bar dove decine di persone stanno guardando i mondiali di calcio. Al suolo rimangono 76 morti, uno di loro è un diciottenne statunitense. Il Paese è inorridito e disorientato. A tremila chilometri di distanza, a Mogadiscio, Sheikh Mohamed Mukhtar Abdirahman (Abu Zubeyr) si sfrega le mani. E' il primo grande colpo che i terroristi di Al-Shabaab ('gioventù' in arabo) mettono a segno al di fuori dei confini nazionali.

Dal febbraio 2009 i miliziani hanno il controllo del sud del Paese e di quasi la totalità di Mogadiscio. Il governo di transizione è arroccato in pochi quartieri, compreso il porto e l'aeroporto. I servizi di sicurezza del presidente somalo, Sheikh Sharif Ahmed, sono quasi inesistenti e le uniche vere forze in campo sono i militari dall'Amisom, il contingente dell'Unione Africana. Sono seimila soldati, in maggioranza ugandesi. L'unica forza che si pone tra Al-Shabaab e la conquista dell'intero Paese.

"Se il governo ugandese invierà altre truppe in Somalia, allora eseguiremo un nuovo attentato dopo quello di Kampala". Fuad Mohamed Khalaf, uno dei leader dei terroristi, con queste parole ha minacciato il presidente ugandese Yoweri Museveni.
Il motivo è la disponibilità, data da Kampala i primi di settembre, a mandare nuove truppe per rinforzare il contingente Amisom.

Museveni non ha aspirazioni da martire, piuttosto ha compreso quanto il dossier somalo sia delicato e quanto la creazione di uno stato islamico possa avere effetti devastanti nella regione. Le istituzioni del governo transitorio sono deboli, per non dire morenti. Si reggono sulla forza militare dell'Amisom, cioè dei militari ugandesi e burundesi. Il 27 luglio Guinea e Gibuti hanno fatto sapere che invieranno duemila soldati di rinforzo. "Amisom è cruciale per prevenire un ulteriore crollo della sicurezza della Somalia", ha detto Catherine Ashton, l'alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza comune, prima di incassare il via libera per un nuovo stanziamento di 47 milioni di euro.

Ai soldi dell'Ue si aggiungono quelli degli Stati Uniti, che il 27 luglio hanno promesso nuovi fondi a sostegno di Ahmed. Un governo debole e corrotto, bersaglio privilegiato di Al-Shabaab. Il 24 agosto alcuni kamikaze si fanno esplodere nella hall dell'Hotel Muna, nella 'sicura' Green Zone. Muoiono 30 civili e 6 parlamentari.
Il 9 settembre tre autobombe e diversi uomini armati tentano di sfondare il cordone di sicurezza intorno all'aeroporto. E' una carneficina, ma le truppe dell'Ua riescono a respingere l'attacco.

Il gruppo finanzia la propria guerra attraverso tasse imposte ai locali e contatti in Yemen. Ma la vera vacca da mungere è la pirateria. Mercantili sequestrati che fruttano riscatti milionari. Non a caso le grandi potenze mondiali hanno inviato navi da guerra per scortare i porta-container e le petroliere. Anche l'Italia fa la sua parte. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha promesso al presidente Museveni l'appoggio delle forze speciali dei carabinieri per addestrare i militari ugandesi dell'Amisom. Come contropartita Kampala ha concesso all'Eni diritti di sfruttamento di tre campi petroliferi sul lago Alberto.

La strategia di Abu Zubeyr è chiara: fare terra bruciata intorno al Governo di Transizione. Tenerlo sotto pressione con attentati e defezioni. Ma soprattutto spaventare gli alleati. Il governo ugandese in primis, ma anche quello di Nairobi.
“L'incapacità del Kenya di contrastare i militanti somali”, ha detto un alto militare keniota, “potrebbe essere una decisione strategica per evitare l'ingresso di Al-Shabaab nel Paese". Per il Kenya la minaccia è in casa. Nel campo profughi di Dadaab ci sono 280 mila profughi in cerca di riparo. Una moltitudine impossibile da controllare e nella quale si possono nascondere con facilità i terroristi di Al-Shabaab che hanno già portato diversi attacchi ai villaggi di confine. Attacchi che potrebbero ripetersi in Uganda e Burundi, se i due Stati continueranno a tenere in vita il 'Paese Fallito'.

Tommaso Cinquemani

www.operaicontro.it

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