il pane e le rose

Font:

Posizione: Home > Archivio notizie > Imperialismo e guerra    (Visualizza la Mappa del sito )

63 anni di marionette

63 anni di marionette

(24 Maggio 2011) Enzo Apicella
Obama: "Israele deve tornare ai confini del '67, anzi... non intendevo dire questo!"

Tutte le vignette di Enzo Apicella

costruiamo un arete redazionale per il pane e le rose Libera TV

APPUNTAMENTI
(Imperialismo e guerra)

SITI WEB
(Imperialismo e guerra)

Roma, 4 ottobre 2003: dall'illusione europeista all'unita' degli sfruttati.

(5 Ottobre 2003)

L'Europa è un continente portatore di civiltà. Così si legge nel preambolo della sua Costituzione, in via di discussione, a partire da oggi, a Roma. E' un'affermazione che solo poco tempo fa avrebbe fatto affiorare nelle menti dei più immagini di distruzione.

Le efferatezze coloniali in Africa, la prima guerra mondiale, Auschwitz...quanti momenti di barbarie hanno segnato i trascorsi del continente!

Perché, allora, quella perentoria affermazione? Forse perché, negli ultimi anni, si è costruita una nuova immagine dell'Europa. I media, nel criticare blandamente le infamie commesse dagli USA in varie parti del mondo, hanno contrapposto ai loro "eccessi" la mitezza della "potenza dal volto umano", capace, anche se coinvolta in operazioni militari, di trovare il giusto dosaggio tra bombe e diplomazia. Non si è detto questo quando, nel 1999, essa, in combutta con gli States, ha raso al suolo Belgrado? Ora che gli USA fanno da soli, la propaganda ufficiale vede l'UE come la forza capace di arginarne la spinta ad appropriarsi delle risorse del pianeta e di operare perché nel mondo si affermino le regole decise nelle "sedi di tutti" come l'ONU. Ma c'è un'alternativa a questo discorso? Sembrerebbe di no: tra le forze della sinistra anche antagonista ha prevalso l'idea che un'altra Europa è possibile. Si è, cioè, creduto al discorso dei media, riprendendone le parole per spostarle a sinistra, aspettandosi dall'UE ogni meraviglia: dal modello sociale alternativo a quello americano al pacifismo che ripudia la guerra. Il tutto con l'idea di starvi dentro, condizionandone lo sviluppo. E continuando ad opporsi ai soli Stati Uniti, visti non come la più forte, bensì come l'unica potenza imperialista.

Ora, gli effetti di tale atteggiamento sono evidenti.

Chirac e gli altri hanno accettato il sostegno ricevuto senza appagare una sola delle aspettative citate. Così, davanti a noi emerge un'Europa che si considera portatrice di civiltà non meno degli States e che con essi condivide i dogmi liberisti, esibiti senza pudore nella sua Carta e vigorosamente applicati nei diversi paesi, con le politiche della precarietà del lavoro, i tagli alla spesa sociale e le riforme dei sistemi previdenziali. Non solo: questa Europa vuole contenere il potere militare yankee, ma solo perché le interessa competere sullo stesso terreno.

Non a caso si dota di un esercito: le prossime imprese belliche o le cogestirà con gli USA o, in caso di grave divaricazione di interessi, le porterà avanti da sola. Su questo piano, la Francia sta già facendo da battistrada, intervenendo sempre di più in Africa, all'insegna di un colonialismo che, pur meno sfrontato di quello americano in Iraq, si colloca in totale continuità con un passato inglorioso. Altro che Europa dei sogni qui si torna al peggio della propria storia! E in alcuni casi lo si supera. Si pensi al processo che ha portato alla Carta europea, così diverso da quello che ha generato le principali costituzioni nazionali. Le quali, essendo il risultato di rapporti di forza vigenti tra le classi sociali nel momento in cui furono scritte, la cristallizzazione di equilibri quasi sempre favorevoli a quelle detenenti il potere economico, hanno comunque tenuto conto, certo per imbrigliarle, anche di spinte provenienti dal basso.

La Carta europea, invece, ha considerato solo le posizioni dei singoli Stati e di istituzioni che, come la Commissione guidata da Prodi, non hanno rapporti con alcuna realtà sociale o settore della popolazione.

Ma il verticismo del processo costituente non deve sorprendere. L'Europa non può essere "democratica" perché non nasce per portare la pace o affratellare i popoli. E' vero, Francia e Germania non si scanneranno più tra loro, ma l'aggressività sarà riversata fuori.

I paesi europei si sono uniti perché da soli, in un momento nel quale gli Stati non controllano che in parte l'economia, non possono sostenere lo scontro in atto per la conquista di nuovi mercati e di aree dove investire e di cui controllare le risorse. Perciò si è formata l'UE, la quale, dovendo tenere testa alle altre potenze, necessita di processi decisionali rapidi, quindi accentrati. Nessuna possibilità di influenzarla dal basso, quindi. Però...però quanto sta accadendo ha anche un lato positivo. L'unificazione, a tutti i livelli, dell'Europa offre una possibilità storica. Coloro che subiscono gli attacchi ai diritti sociali voluti da Bruxelles, potranno finalmente, in prospettiva in 25 paesi, organizzarsi su basi comuni, perché avranno tutti la stessa controparte. Di più, opponendosi in modo così radicale all'UE da non poter essere percepiti come portatori di sinistra della sua civiltà, essi saranno in condizione di confrontarsi meglio con chi quotidianamente subisce le scelte dell'imperialismo. A partire dagli immigrati presenti nel continente, fuggiti dalla miseria creata dal nostro mondo ed ora spremuti senzà pietà dalle imprese nostrane, fino alle masse sfruttate d'ogni area del pianeta contesa dalle potenze. Sì, dalle ceneri dell'europeismo di sinistra può nascere qualcosa di nuovo, può sorgere un'utopia molto più concreta di qualsiasi velleitario proclama sull'Europa sociale e pacifista. L'utopia che vede nel consolidarsi di una forte opposizione all'interno dell'UE un passo decisivo verso il costituirsi di un unico, composito movimento planetario, tale da coagulare le lotte sociali e i moti contestativi per porre all'ordine del giorno il superamento dell'ordine stabilito, la fine degli imperialismi.

Corrispondenze metropolitane - collettivo di controinformazione e di inchiesta (Roma)

4853