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Bell'Italia amate sponde

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(16 Maggio 2009) Enzo Apicella
L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha reiterato al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, la richiesta di porre fine alla prassi del respingimento di migranti dalla Libia.

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(La tolleranza zero)

La persecuzione del popolo Rom

(18 Settembre 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.webalice.it/mario.gangarossa

in Francia ma non solo

Liberté, fraternité, egalité: sono questi i concetti formali fondanti della Repubblica francese uscita dalla Rivoluzione (borghese) del 1791, concetti traditi – oltre a tanti altri – dall’ultima trovata del presidente francese Sarkozy: la deportazione dei cittadini rom dalle città francesi, in spregio oltretutto all’Europa comunitaria che, almeno formalmente, prevede la libera circolazione dei suoi cittadini (tra cui i rumeni), oltre che dei capitali. Per questo centinaia di migliaia di cittadini hanno manifestato in 29 città della Francia contro questo barbaro provvedimento, di hitleriana memoria.

Naturalmente il leghista Maroni ha subito ripreso il progetto di Sarkozy, indurendolo e proponendo anzi la deportazione di tutti i cittadini europei che “delinquono” (perché, ce lo dicono da sempre, la Lega ce l’ha duro… il cervello), sostenuto da giornali come Panorama che intitolava un servizio sui Rom “Nati per delinquere”.

In Italia, da che io ricordi, abbiamo assistito a varie di queste campagne volte a criminalizzare altri popoli: contro gli stranieri in genere (tutti) che ci rubavano il lavoro (come le badanti filippine, slave o sudamericane cui è affidata la cura dei nostri vecchi); contro i senegalesi violentatori sulle spiagge della ridente Romagna; contro gli albanesi, che rapinavano gli industrialotti brianzoli nelle loro villette; contro gli slavi in genere, ladri di rame e lesti di coltello; contro i marocchini spacciatori di droga.

Ultimamente il bersaglio, anche in Italia, é diventato il popolo Rom. Come mai? Forse perché Confindustria ha suggerito all’orecchio (duro anche quello) della Lega e compagnia bella che gli stranieri sono essenziali alla produzione perché, minacciati e ricattati, servono a tenere il costo del lavoro sempre più basso e ad aumentare i profitti dei padroni e quindi che si cercasse un gruppo etnico non coinvolto massicciamente nella produzione e da cui non c’era da estrarre plusvalore: il capro espiatorio perfetto, soprattutto in tempi di crisi economica come questi che viviamo.

Lasciamo al giornalista messicano José Steinleger, qui sotto, ricordarci alcuni fatti storici e sociali fondamentali sul popolo Rom.

Per quello che ci riguarda, possiamo far riferimento a qualcosa di altrettanto escludente e pericoloso già verificatosi nel nostro paese.

Legge 8 agosto n. 335 del 1995 (riforma Dini delle pensioni): cavallo di battaglia di tutti i partiti (e delle forze economiche da loro rappresentate) fu “l’egoismo e l’avidità dei padri nei confronti dei figli”. Come si è risolta questa battaglia è sotto gli occhi di tutti : pensioni miserabili che non permettono di sopravvivere e sempre più lontane e un esercito di giovani senza lavoro, senza prospettive, senza futuro. Altra battaglia: lo scontro tra l’egoismo dei “garantiti”, attaccati al loro privilegio di farsi sì sfruttare, ma con qualche regola, e la massa di “non garantiti”, che dal taglio di lacci e lacciuoli alle imprese avrebbero guadagnato un futuro luminoso. Risultato: idem come sopra.

Che legame c’è tra i fatti sopra ricordati e la persecuzione dei rom? Il legame è semplice.

Una volta instaurata l’idea che c’è un gruppo sociale su cui si possono scaricare le frustrazioni generate dalle difficoltà, dalla drammaticità della propria condizione, invece che ricercarne le cause nel modo di produzione capitalistico, tutti possono diventare “Rom”. Sono “Rom” oggi gli operai della Fiat che rifiutano di farsi ridurre in schiavitù da Marchionne e quindi sono responsabili della sua eventuale “fuga” dall’Italia, lo sono i lavoratori che non vogliono capire che la sicurezza sul lavoro è un lusso che non ci possiamo permettere e quindi vedano di morire in silenzio altrimenti le fabbriche chiudono, lo saranno domani l’esercito di disoccupati senza più risorse che assalteranno i supermercati per mangiare e occuperanno le case per non vivere sotto i ponti.

Perché mentre nessuno sa se, come e quando finirà la crisi economica, tutti sanno che la disoccupazione e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro continueranno inesorabilmente a crescere.

Daniela Trollio

16 settembre 2010



Sarkozy: arrestate Carmen e Esmeralda!

di José Steinleger


Per il governo della Francia (paese culla dei diritti dei cittadini e del razzismo scientifico), il girare per il mondo senza un lavoro e un domicilio fisso dei gitani (o popolo rom) equivale – una volta di più - a prendere la libertà troppo sul serio. Ma i gitani cominciarono a vagare (e non per propria volontà) quando la Francia non esisteva ancora come nazione.

Senza una cultura scritta che abbia chiarito con precisione le loro origini, sono mille anni che i popoli rom trasportano da una parte all’altra le loro masserizie, con ciò che più pesa loro: l’aura di paure e pregiudizi che tutte le società, religioni, culture e regimi politici hanno verso di loro.

Gli storici “consacrati” appena ne hanno accennato. Nel minuzioso studio del mondo mediterraneo dell’epoca di Filippo II (1.800 pagine), Fernand Braudel dedica loro, a piè di pagina, solo una riga che parla: “… del trattamento fatto ai gitani spagnoli mandati sulle galere, non a causa di delitti ma per la necessità di rematori”.

Secondo i pregiudizi dell’epoca, Cervantes ha narrato la storia d’amore tra Preziosa e un giovane nobile che decide di comprare la bimba, rapita e allevata da “una vecchia gitana piena di malizia”. E Shakespeare, più indulgente, fa comparire i gitani in cinque delle sue opere: La tempesta, Come vi pare, Romeo e Giulietta, Antonio e Cleopatra e Otello.

All’inizio del secolo XIX, quando nel Sacromonte di Granada cominciò a diffondersi l’arte flamenca o gitana-andalusa che si stava perfezionando dal secolo XV, ci fu uno scossone. Fusione di voce, chitarra e corpo che, anni dopo, avrebbero consacrato le due donne più conosciute della cultura gitana: Esmeralda e Carmen.

Esmeralda (Victor Hugo, Nostra Signora di Parigi, 1831) e Carmen (Prosper Mérimée, 1845) furono un’esplosione: la rivelazione di ciò che le donne anelavano per se stesse, scintillanti di intelligenza, sempre ridendosi degli uomini e della vita e che, soprattutto, amano la libertà.

Un anelo di libertà - che José Martì percepì così: “Rimangono nella memoria i gitani, i colori di un sogno brillante … Come se il gitano senza coscienza perseguisse un ideale che non troverà mai” (Tra flamenchi, 1883) - e sensualità nascosta che Suor Giovanna (*) intuì nel suo preferito e strano poema “Primo sogno”. Ma la grammatica maschile della Reale Accademia (**) castigò il popolo rom con la definizione di “gitanada” o “gitanear”: inganni con cui ci si assicura ciò che si vuole.

Nell’ Amore stregone (balletto, 1925) e in Nozze di sangue (teatro, 1933), gli andalusi Manuel de Falla e Federico Garcìa Lorca sublimarono la tragedia dei gitani. Zia Anica la Pinaraca, famosa cantautrice andalusa, diceva della sua arte: “Quando canto come si deve, la mia bocca ha sapore di sangue”.

Temuti, espulsi, sfruttati, schiavizzati, emarginati, dispersi per il mondo, i popoli rom seppero conservare la loro cultura e una ferrea tradizione di usi e costumi che, per sopravvivere, non potevano essere che molto conservatori.

Nonostante le durissime condizioni di vita, i gitani dettero al mondo personaggi famosi: attori (Charlie Chaplin, Yul Brinner, Michael Caine); chitarristi jazz, rock e flamenco (Django Reinhardt, Ron Wood, Camaròn de la Isla, Tomatito), ballerini di flamenco (Carmen Amaya); cantori di ballate (Sandro, Diego la Cicala), Augusto Krogh (premio Nobel per la Medicina, 1920). Persino Bill Clinton si fregia di essere il terzo pro-pronipote di Charles Blythe, re dei gitani di Scozia (1847!)

Alcuni studiosi associano il popolo gitano agli ebrei.

Tuttavia i gitani non sono guidati da libri sacri, non reclamano territori, non predicano il nazionalismo e neppure hanno costituito grandi gruppi finanziari.

I gitani rappresentano una delle comunità più inoffensive e pacifiche del mondo, e i loro ideali figurano sulla bandiera che hanno adottato nel 1971: azzurra sopra (il cielo del paese che dà loro rifugio), verde sotto (il territorio su cui camminano) e una ruota nel mezzo che simbolizza il nome del loro inno: “Guedem, guedem” (camminai, camminai).

Per la loro fragilità materiale e politica, i popoli rom sono stati il capro espiatorio perfetto del razzismo e del neofascismo, oggi incarnati dai governanti dell’Unione Europea come Silvio Berlusconi e Nicolàs Sarkozy.

O di personaggi come l’inglese Viviane Reding, che presiede la “Commissione per la Giustizia e per i Diritti Fondamentali dei Cittadini Europei” (sic). Nell’aprile scorso la signora Reding qualificò come “inaccettabili le discriminazioni patite da questa minoranza etnica” (che non si è degnata di nominare). Poi (molto “british”), si corresse dicendo che “non era né a favore né contro le proposte francesi”. Cioè le espulsioni dei gitani dal paese della “tolleranza”.

Niente di nuovo. I re Luigi XII (1504), Francesco I (1538) e Carlo IX (1560) scacciarono i gitani di Francia e, all’inizio della II Guerra Mondiale, il regime di Vichy continuò la tradizione. Mise in campi di concentramento 30.000 gitani e ne consegnò ai nazisti 15.000, che finirono nei forni crematori.

La Jornada, 25 agosto 2010

(*) Suor Giovanna Ines della Croce, grande poetessa e drammaturga messicana del Siglo de Oro, nata nel 1651.

(**) Reale Accademia Spagnola, ente di riferimento della lingua spagnola.

www.webalice.it/mario.gangarossa

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