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Il Collegato lavoro di nuovo in Aula ma nulla è cambiato

(25 Settembre 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.dirittidistorti.it

Scritto da DirittiDistorti
Sabato 25 Settembre 2010 06:14
Di Stefano Giusti - A volte ritornano e non certo migliorati. Viene da pensarlo considerando che in questi giorni è di nuovo all’esame del Senato il Collegato Lavoro, quello che nel marzo scorso il Presidente della Repubblica ebbe la bontà di respingere e far tornare all’esame delle Camere in quanto conteneva evidenti principi di incostituzionalità. Forte della maggioranza parlamentare, il governo ha pensato bene di ripresentarlo con minime modifiche, lasciando inalterati quelli che erano i punti forti, una serie di attacchi sistematici ai diritti dei lavoratori. Se fosse nuovamente approvato da Camera e Senato, stavolta il Presidente dovrebbe obbligatoriamente firmarlo, facendo quindi passare una serie di norme che sviliscono e indeboliscono la posizione del lavoratore. Nel “nuovo” testo è infatti ancora presente la norma che introduce nelle cause di lavoro la rinuncia al ricorso al giudice, lasciando la risoluzione a un lodo arbitrale privato non obbligatoriamente tenuto al rispetto dei contratti e delle leggi. Per chi non accettasse questa norma capestro, sarebbero comunque limitate le possibilità di rivolgersi al giudice del lavoro. Abbiamo già spiegato in un altro articolo di come l’introduzione dell’arbitrato miri solo a privare i lavoratori di alcune garanzie e a frammentare e precarizzare ulteriormente il mondo del lavoro. Altro punto inserito è la riduzione dei termini per l’impugnazione dei licenziamenti, anche questa una norma che mira a indebolire la possibilità di far valere i propri diritti soprattutto ai precari, già sottoposti a contratti al limite della decenza.
Il tutto sta passando abbastanza sotto silenzio, proprio mentre in questi giorni i periodici dati Istat continuano a sottolineare l’avanzare della disoccupazione, che aumenta dell’1,1% rispetto al primo trimestre di quest’anno e ben del 13,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, portando a 2.136.000 unità il numero delle persone in cerca di lavoro. Aumentano anche gli inattivi, coloro cioè che il lavoro hanno smesso di cercarlo perché scoraggiati e disillusi da un mercato che emargina chi non ha conoscenze o raccomandazioni. A tutto questo si accompagna un altro dato, che dimostra come i disoccupati italiani siano tra i meno aiutati d'Europa. Il dato, non certo sorprendente per chi ha avuto la disgrazia di perdere il lavoro, viene certificato dall'Ufficio studi della Cgia di Mestre, che ha messo a confronto la spesa sostenuta per i disoccupati nei principali paesi dell’Unione Europea. Come al solito l’Italia esce a pezzi dal confronto: nel 2008 (ultimo dato disponibile) le risorse messe a disposizione dei disoccupati italiani sono state lo 0,5% del Pil, mentre per le spese militari si arriva al 2%. Visto che i nostri ministri sostengono che qui la crisi è stata affrontata meglio che in altre nazioni, ci chiediamo a quali paesi si riferiscano, visto che per aiutare le fasce più deboli la Germania ha stanziato il 2,2% del Pil, la Spagna il 2,1% e la Francia l'1,6%. Per misure di sostegno si intendono l'erogazione di sussidi per fronteggiare l'inattività lavorativa, le prestazioni offerte dai servizi pubblici per l'impiego o la partecipazione ad attività formative e all'inserimento lavorativo vero e proprio grazie all'introduzione di incentivi e sgravi fiscali. Di fronte a questi numeri qualsiasi commento è superfluo e ridondante, così come lo sono le dichiarazioni che il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia ha rilasciato a commento dei dati sulla disoccupazione, chiedendo che “da qui a dicembre il governo metta in piedi un progetto per le riforme, per la competitività, con provvedimenti e stanziamenti a favore della ricerca e dell'innovazione, ma anche dell'internazionalizzazione utilizzando la leva fiscale per favorire la capitalizzazione e l'aumento dimensionale delle imprese”.
Alla signora che, a differenza di altri manager che non si fanno scrupoli semantici quando si tratta di chiedere aiuti di Stato, usa frasi fumose per mascherare la nota formula del “a noi i vantaggi, a voi i sacrifici”, consigliamo di riflettere su una notizia arrivata in questi giorni dalla Germania, notizia che dovrebbe stimolare il dibattito politico. La Siemens, nota multinazionale tedesca con circa 128 mila dipendenti solo nei suoi stabilimenti tedeschi, ha firmato con l’ IG Metall, il maggior sindacato di categoria del paese, un accordo che oltre che storico, è anche in assoluta controtendenza con certe pratiche politiche nostrane. L’accordo prevede infatti che la direzione aziendale potrà licenziare solo con il consenso del consiglio di fabbrica, a cui viene accordato diritto di veto sui licenziamenti. In tempi di dismissioni, licenziamenti e guerre lavorative tra poveri, è un segnale di portata enorme, che indica al contrario di come la pensano i nostri manager, gran parte della classe politica e gli analisti dal lauto stipendio, che un altro modo di concepire il lavoro è possibile, un modo in cui vengano rispettati i diritti, dove non si debbano rincorrere costi del lavoro sempre minori a scapito della sicurezza e a favore dei profitti, e dove ci si ricordi che chi lavora lo fa per mantenere le famiglie e dare a se steso un decoroso futuro, non certo per speculare finanziariamente o prendere stipendi che sono 450 volte superiori a quelli di un suo dipendente.

Stefano Giusti, Sociologo, Consigliere Nazionale dell’ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura

25-9-10

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