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Sakineh, Teresa Lewis, Teresa Buonocore e Giancarlino: l'attivismo ignorante e lo strazio informato del peone italiano

(25 Settembre 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.comunistiuniti.it

Da qualche settimana due titoli campali occupano le prime pagine dei giornaletti italiani, primo fra tutti il mitico “La Repubblica”, baluardo di democrazia liberale (e quindi formale): la battaglia civile a favore dell'iraniana Sakineh e la vicenda legata all'appartamento monegasco utilizzato per le gite fuoriporta dalla famiglia Tulliani-Fini ( l'immobile sembrerebbe essere stato acquistato sottocosto dal cognato di quella che è la terza carica dello Stato attraverso un giro immobiliare, che parte da una donazione fatta da un'anziana contessa fascista ad Alleanza Nazionale, transita per le isole Cayman, ed arriva fino a Giancarlo Tulliani). Il fatto che i giornaletti italiani scelgano di pompare sull'Iran piuttosto che sugli USA (dove Teresa Lewis, una cittadina del mondo come Sakineh, è stata da poco giustiziata con una gagliarda dose di iniezione letale) ormai non sconvolge più nessuno ed i pochi che lo sono, come Vittorio Zucconi, inviato negli Stati Uniti per il giornale diretto da Ezio Mauro, lo sono all'incontrario: “Persino il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, aveva fatto riferimento alla polemica paragonando il suo caso a quello di Sakineh, la donna iraniana che rischia la lapidazione in Iran”. Certo, “perfino”, perché c'è questo triste primato, tutto italiano, secondo il quale quando sui giornaletti si parla di Cina e di Iran, lo si deve fare con la voce grossa, a difesa dei diritti civili; quando invece sono i movimenti civili degli Stati Uniti a cavalcare la protesta per una condotta giudiziaria barbara, è tutta una “polemica”. Forse la lapidazione iraniana fa più schifo della siringa del boia? Forse la lapidazione dell'Arabia Saudita, i cui beduini-sceicchi fanno affari d'oro con le famiglie Bush-Cheney, ha un quid di nobiltà califfa? Crediamo di no. E tuttavia c'è un mondo che divide quelli che come noi, comuniste/i, hanno cercato di far emergere con i pochi strumenti a disposizione l'ingiustizia di uno sbilanciamento mediatico pilotato, quello tra Sakineh e Teresa, e gli operatori che pescano le informazioni da trattare dalle solite agenzie di stampa monocorde: è il mondo tragicomico dei peones, gli amanti della Pace, i tanti sinistrati della “sinistra”, che fanno comunella con i disastrati della destra sotto Berlusconi invocando “Grazia per Sakineh” ma ignorando Teresa. I peones all'occorrenza stendono drappi, sventolano bandiere dell'amore, calano lenzuoli iconoclastici (a seconda degli umori di Washington: ieri il monaco tibetano erede politico di ex schiavisti, oggi il volto di Sakineh). Il salumiere, la sarta, l'operaio, il padrone illuminato che paga le tasse, lo sportellista bancario, come tante Santanchè, Carfagna, Bindi, Vendola, Fassino, si dimena arrabbiatissimo contro il Mostro, l'Iran, che vuole la bomba atomica manco fosse la sionista Israele, e per Sakineh; ed intanto le nebbie della “polemica” su Teresa gli avvolgono sempre di più la capoccia e gli scuriscono i pensieri. E stendiamo un velo pietoso sul fatto che i nostri peones, tanto abili a prestarsi ingenuamente alle ingerenze USA (che con la sua NED, National Endowment for Democracy, costruisce mobilitazioni e rivoluzioni dai colori pastello), appaiono alquanto distratti se si tratta di incarognirsi per lo scannamento di un'altra Teresa, Teresa Buonocore, uccisa a Portici per aver denunciato lo stupratore di sua figlia. A Teresa Buonocore, come per Teresa Lewis, non é stata riservata molta attenzione: notizia trattata più come un “impiccio” - il sottoprodotto del solito malcostume della strafritta “cronaca partenopea”, un “indizio del degrado della città”, più che una battaglia contro quella guerra tra le guerre che si chiama violenza di genere - al peone ha provocato ben pochi scompensi: non un Consiglio Comunale agghindato con gigantografia, non una protesta ufficiale sotto il Ministero della Giustizia o degli Interni, non un lamento di quella "sana civiltà" che contraddistingue il popolo PD o SeL. Forse ci vorrebbe Matilde Serao per spiegare cosa significa vivere (e morire) a Napoli, cosa significa essere donne e vivere e morire ammazzate, ovunque esse si trovino. Forse, da “Italians”, come direbbe Severgnini, siamo esterofili anche nell'attenzione che diamo agli scannati, meglio se lo sono ad Est. Forse Teresa Lewis e Teresa Buonocore avrebbero fatto meglio ad essere ammazzate, offese, umiliate a Teheran o Pechino.

Quello che i peones fanno con molta solerzia, celeri al richiamo delle gerarchie del PD e di Sinistra e Libertà, quando si tratta di schierarsi immediatamente contro Iran e Cina, aiutare Haiti ma non il Pakistan, difendere Don Verzè e battersi contemporaneamente per la difesa dello Stato e della laicità, diventa timidezza quando si tratta di prendere una decisione sulla vicenda Fini-Tulliani-Berlusconi-Feltri (nel frattempo sui giornaletti italiani appare pure il volto di un abitante delle Isole Cayman: è quello paciocco del Ministro della Giustizia di Santa Lucia, Lorenzo Rudolph Francis, fino a ieri una chimera al servizio dei tanti evasori e furfanti italiani, il quale dichiara con quella stessa tranquillità che dovrebbe avere fornendoci subito l'elenco degli evasori nostrani che portano capitali nel suo Paese:“Sì, Giancarlo Tulliani è il proprietario della società off-shore proprietaria dell'appartamento di Montecarlo.”)

“E' vero, non è vero, sarà vero”, si chiede il peone nostrano, magari con quel tanto di imprecazione bonaria al cospetto di Gianfranco Fini, fino all'altro giorno incensato ed ammirato quasi come un Obama Bianco littorio, un'altrà metà del cielo bertinottiano ripulito. Una secchiata d'acqua gelata, per il peone, sapere che l'antiberlusconi fatto in casa, il gioiellino della destra neogaullista italiana, l'uomo sul quale una parte della sinistra italiana senza timone sperava di aggrapparsi per sconfiggere definitivamente il Minotauro Berlusconiano - metà Toro, a Palazzo Grazioli, e metà vecchio – e tornare in Parlamento, è anch'egli coinvolto in una vicenda poco onorevole di favoritismo, nepotismo, opportunismo. Il peone è spiazzato, sconvolto. A differenza di Teresa Lewis e di Teresa Bonocore, per le quali nulla sa in quanto nulla o poco (e male) dicono gli organi di stampa di centrosinistra, su Fini vorrebbe dire la sua, perchè sa, conosce la sua storia, da dove proviene e dove vuole andare, gridando che è lercio come quell'altro. Sente che tiene il giusto lamento sulle corde, pronto ad esplodere in un boato. Ma non può, il tempo è scaduto da un pezzo: i burocrati gli hanno detto che con Fini si ragiona, che con Fini ci si potrebbe perfino alleare per una stagione di Liberazione Nazionale, di Salute Pubblica. E cala il silenzio su Fini, con il peone che spera sia tutto falso, che davvero i Servizi Segreti abbiano architettato tutto. Lo immaginiamo il peone, aggrappato a “La Repubblica” con tutte le sue forze, mentre ci confessa:“Non ci voglio credere. Il cognato di Fini è un poco di buono, guarda che espressione che fa, mette paura. Ma Fini no, Fini si vede che è pulitissimo, tutto d'un pezzo. Mi è sempre piaciuto. Lui e Vendola sono gli unici di cui ci possiamo fidare. La storia su Don Verzè? Tutte balle. Non mi venite a dire che sono come gli altri che poi me ne torno a casa per davvero”. Povero peone, povera Italia e, a questo punto, povero Fini (e povero Vendola).

Francesco Fumarola

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