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La fatalità

La fatalità

(25 Novembre 2008) Enzo Apicella
Per Berlusconi è stata una fatalità il crollo che ha ucciso Vito Scafidi nel liceo Darwin di Rivoli

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(25 Settembre 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.webalice.it/mario.gangarossa

Non tutto il male viene per nuocere …

Le anime belle del pacifismo in servizio permanente effettivo si sono scandalizzate per l’intesa tra il ministero della Guerra e il ministero dell’Istruzione che, accogliendo la proposta del Pirellone al Comando militare regionale del 2007 (programma Allénati per la vita), prevede l’istruzione militare nelle scuole superiori di Lombardia.

Nel 2009, la Regione Lombardia ha emanato un documento di realizzazione che, tra le varie attività oggetto di studio e di pratica, prevede cultura militare, difesa nucleare, batteriologica e chimica, trasmissioni, armi e tiro, mezzi dell’esercito e sopravvivenza in ambienti ostili.

C’è poco da scandalizzarsi, con l’aria che tira sarebbe bene far di necessità virtù.

Da quando è stata abolita la leva obbligatoria (2005), il mestiere delle armi è monopolio esclusivo della classe dominante italiana, che può contare su truppe mercenarie. Al di fuori di questa infame prospettiva, i proletari sono del tutto esclusi da ogni possibile contatto e utilizzo delle armi.

Il progetto varato dal Pirellone, potrebbe offrire ai giovani proletari una preziosa occasione per non dover affrontare «disarmati» le conseguenze di una crisi, che si profila tutt’altro che pacifica, anzi sta marciando a passi spediti verso una crescente militarizzazione della vita sociale, accompagnata da continui soprusi polizieschi.

In passato, molti giovani proletari furono costretti a indossare la camicia nera e a frequentare la paramilitare, ma poi seppero da che parte rivolgere la canna del fucile.

Le rivoluzioni in Russia nel 1917, in Germania nel 1918 e in Ungheria nel 1919, poterono contare sul fondamentale contributo dei milioni di proletari che erano sotto le armi, le future guardie rosse.

Le sconfitte in Germania e in Ungheria avvennero solo quando i proletari in armi persero la loro autonomia politica, e furono inquadrati e subordinati alla logica legalitaria della democrazia borghese.

In Italia, nell’agosto 1920, molti operai che occuparono le fabbriche erano reduci dal fronte e, armi alla mano, affrontarono con successo gli attacchi dei carabinieri e dei fascisti. La via alla reazione fascista fu poi aperta dall’aperto boicottaggio dei politicanti e dei sindacalisti riformisti che, con tresche e minacce, riuscirono a disarmare politicamente gli operai.

Nell’agosto-novembre 1936, i proletari spagnoli poterono respingere le truppe di Franco e passare all’offensiva, perché avevano il controllo delle armi e grazie a una propria organizzazione autonoma che, nella conduzione della guerra, metteva in primo piano gli interessi dei lavoratori.

Poi, quando il governo repubblicano, imponendo la «militarizzazione» delle milizie operaie, ripristinò i vecchi criteri militari borghesi e fece prevalere una guerra difensiva e di logoramento che, inevitabilmente, favorì i fascisti.

La rivoluzione non è certo una questione di tecnica e organizzazione militare; ma la tecnica e l’organizzazione militare contribuiscono al buon esito della rivoluzione.

25 settembre 2010

* Ultima ora. Il ministro della Guerra La Russa sta facendo macchina indietro, ma solo per rilanciare con maggiore slancio la sua «mini naja». Se non è zuppa è pan bagnato.

Dino Erba

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