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Rapporto IRES-Cgil: salari in picchiata libera

(28 Settembre 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.comunistiuniti.it

Secondo il V rapporto IRES-Cgil dal titolo “Salari in Italia: 2000-2010, un decennio perduto” le retribuzioni hanno perso mediamente 5.500 euro del loro potere d'acquisto. In altri termini e per ipotesi di scuola, supponendo fissato a 20.000 euro il valore di un salario medio riferito al 2000, nel 2010 con la stessa cifra è possibile acquistare merci per un valore di 14.500. I motivi sono quelli di sempre: da una parte il costo della vita è aumentato in misura maggiore rispetto agli aumenti salariali (che, con l'abolizione della scala mobile, voluta anche dalla Cgil, sono stati sganciati dall'inflazione reale ed agganciati all'inflazione programmata); dall'altra l'aumento dell'imposizione fiscale al crescere dell'inflazione. Per la combinazione di entrambi questi motivi (minore aumento salariale dovuto al calcolo sull'inflazione programmata e maggiore gettito richiesto da Enti Locali e Governo centrale al crescere del costo della vita, circa 44 miliardi di euro in più) si è ottenuto l'impoverimento generale sugli stipendi reali medi denunciato dalla Cgil. Se si mettono a confronto l'aumento delle retribuzioni lorde delle lavoratrici e dei lavoratori italiani (pari al 2,3%) nel periodo 2000-2008 con quelle delle/degli inglesi (17,4%), francesi ed americani (4,5%) si capisce subito dove sono andati a finire i soldi in più sottratti ai/alle proletari/e: tant'è che in ambito OCSE [Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ndr] l'Italia è il sesto paese per più diseguale indice di concentrazione del reddito. In parole povere, da noi la borghesia é sempre più ricca mentre le masse popolari si sono sempre più impoverite. Inoltre è aumentata la distanza tra le lavoratrici ed i lavoratori che hanno un salario medio (reddito medio) con quelle/i a salario basso (reddito mediano, ottenuto non calcolando quelli che hanno un reddito medio che li colloca nella parte medio alta della statistica): dal 10,5% del 1996 al 17,3% del 2010. Questo scarto chiaramente si spiega con l'adozione di politiche economiche aggressive varate dai Governi filopadronali negli ultimi vent'anni che, con il benestare del più grande sindacato italiano, la Cgil appunto, hanno scelto la strada di “concorrere” sul mercato mondiale sulla base di più bassi salari piuttosto che di innovazione, tecnologia e ricerca, al fine di mantenere inalterato se non di accrescere - come poi in realtà è stato - i saggi di profitto del capitalismo italiano. Come si evince dalla ricerca, circa 15 milioni di lavoratrici/lavoratori dipendenti guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese (salario nominale) e ben 7 milioni meno di 1.000 (60% dei quali sono donne, le quali, in media, guadagnano sempre il 12% in meno dei colleghi maschi). Un/una giovane lavoratore/lavoratrice tra il 15 ed i 34 anni guadagna in media il 27% in meno ed un/una lavoratore precario il 33.3% in meno. Il mercato del lavoro italiano è perciò estremamente frastagliato: a parità di mansione, in funzione dell'età, del genere sessuale e della tipologia contrattuale si hanno scarti considerevoli negli emolumenti salariali. Se si considera che la forma del contratto collettivo nazionale è sotto attacco (Accordo Separato, Pomigliano) e che, mentre la Segreteria Cgil si oppone con Manifestazioni e Dichiarazioni di Principio alla sua destrutturazione, pezzi impazziti della Confederazione lo smantellano di fatto – come accaduto di recente nell'accordo agostano tra Segreteria Nazionale Cgil-SLC ( facente riferimento al secondo documento congressuale “La Cgil che Vogliamo”: tanto per dire che i livelli di contraddizione interna non si risolvono mai con i titoli ad effetto) e gruppo Almaviva Contact - dove lo straordinario ha iniziato ad essere gambizzato della sua parte contributiva e di salario differito, ed i passaggi orari si praticheranno su base produttiva e non di anzianità e professionalità di servizio – il futuro è tutto un programma. Nel frattempo, vista la discrasia fra teoria e pratica, si potrebbe suggerire alla Cgil di far seguire ai convegni e agli studi un' identica ed univoca capacità d'azione.

Francesco Fumarola

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