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(31 Gennaio 2011) Enzo Apicella
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Malagrotta, l’incubo rifiuti di Roma Capitale

(8 Ottobre 2010)

Malagrotta

La discarica di Malagrotta

Rinvii e proroghe, un anno via l’altro. A Roma e dintorni ogni Giunta e chi la rimpiazza, si chiami Veltroni, Alemanno, Marrazzo, Polverini avalla un’emergenza ad altissimo rischio di salute pubblica lasciando che i 200 ettari dell’esausta mega discarica di Malagrotta continuino a ricevere quello che da cinque anni non possono più ricevere, mettendo a rischio aria, acqua e terra della valle Galeria. Oltre sessanta milioni di tonnellate di “monnezza” della capitale sono stati inumati nel sito. Roma ne produce 1.8 tonnellate all’anno e il 91% finisce in quella discarica. C’è la certezza che la situazione rimarrà congelata per tutto il 2011 e si ventila un’ipotesi di slittamento fino al 2013. Contro la voce grossa dei Comitati di cittadini, le indagini di agenzie ed enti preposti che hanno rilevato presenza nel sottosuolo di elementi inquinanti (azoto ammoniacale, arsenico, nichel) che potrebbero essere scorie di attività industriali complesse infilate fra i rifiuti urbani smaltire. Infilate da chi? Potranno scoprirlo gli inquirenti, non è comunque un segreto che nelle discariche del Centro e soprattutto nel Sud finiscono le regalie di tante imprese lombardo-venete. Nella gestione dell’attività di Malagrotta - di cui è padrone Manlio Cerroni - il suo socio in affari Francesco Rando è stato già condannato nel 2008 per smaltimento di fanghi inquinanti. Anche Cerroni annovera la personale condanna per aver destinato all’inceneritore di Colleferro il combustibile da rifiuti (cdr) non conforme ai requisiti di legge. Da mesi gli abitanti di Malagrotta vedono crescere un’inquietante collinetta di materiale che stratifica e domandano cosa sia senza ricevere risposta. Dopo che nello scorso febbraio una nube sprigionatasi dal gassificatore preoccupò la gente del luogo e le stesse autorità l’allerta è dietro l’angolo. Accanto ai rischi aggiuntivi di trattamento improprio di scorie resta il problema di un’area al tracollo che, rinvio dopo rinvio, può solo veder peggiorare una situazione insostenibile. La ricerca di alternative per lo smaltimento rifiuti della Capitale (circa quattro milioni di persone e l’impatto della filiera turistica maggiore d’Italia) continua a girare attorno a nuove discariche, gassificatori e inceneritori. La prima ipotesi è antica e invasiva per l’ecosistema ma continua a essere molto usata nel nostro Paese perché meno dispendiosa. Entra in conflitto più che con una coscienza ecologica di amministratori e cittadini con l’invasione di terreni prossimi alle abitazioni. Poiché l’edificazione del territorio è ampiamente diffusa trovare siti accessibili vicini ai grandi centri urbani e contemporaneamente disabitati è impresa difficilissima. Per l’alternativa a Malagrotta si sa che l’attuale Giunta sta cercando un luogo adatto che resta tuttora segreto. Quando s’ipotizzò la zona dei Monti dell’Ortaccio il tam-tam fra la popolazione preparava una dura risposta. I politici non vogliono ripetere situazioni dell’area vesuviana con rivolte di piazza, fuochi e distruzioni, per quanto a Roma il controllo del territorio da parte della malavita organizzata non è quello partenopeo. Cerroni tempo fa ha svelato qualche altro passo del futuro piano di smaltimento: una discarica nelle ex cave di Riano, però il Campidoglio se ne sta abbottonato e non fa trapelare nulla. L’idea di un gassificatore o inceneritore coinvolge l’area pregiata del parco dei Castelli Romani. La località di Albano era al centro delle attenzioni per un impianto su cui ne sono state dette tante. Cerroni interessato al business dichiarava “Non faremo un inceneritore ma una centrale elettrica che, al posto di essere alimentata a metano o a olio combustibile, è alimentata a combustibile da rifiuti”. Ma i Comitati di zona, ormai documentatissimi, rispondono che “inceneritori e raccolta differenziata risultano fra loro alternativi e chi sostiene d’investire su entrambi è disinformato o mente. Gli inceneritori hanno continuo bisogno di “carburante” che tenga attivo l’impianto costretto a viaggiare a regime per non perdere colpi. Infatti i contratti firmati fra amministratori locali e i gestori d’impianto prevedono penali salatissime qualora non venga fornito un quantitativo minimo di immondizia da bruciare”. La linea verde continua a distinguere fra smaltimento e gestione dell’immondizia. L’Italia è ancora lontana dal correggere una tendenza a senso unico rivolta allo smaltimento tramite discariche, oltre a Roma, Napoli, Palermo, Bari ma anche Genova convogliano lì la gran parte dei rifiuti urbani con punte anche del 95%. Solo dal 2003 Firenze, Bologna, Torino risultano un po’ virtuose e hanno sterzato verso una più cospicua differenziata. Ma deve esserlo davvero, nella capitale in questi giorni si dà rilievo alla sperimentazione che avviene in una fetta della città (per intero Eur, al 60% all’Aurelio, Tuscolano, Marconi, al 50% ai Prati Fiscali) un totale di 250 mila abitanti che si cimentano nella raccolta oraria vigilata del cosiddetto umido, carta, vetro, plastica, metalli, tutti rigorosamente separati fra loro.

7 ottobre 2010

Enrico Campofreda

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