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Indagati per associazione sovversiva

comunicato sulle perquisizioni del 20 ottobre a Milano (e dintorni)

(23 Ottobre 2003)

Lunedì 20 ottobre uomini del Nuclei Operativi dei Carabinieri, su mandato del P.M. Stefano Dambruoso del Dipartimento Investigativo Antimafia, si sono recati nelle abitazioni e, in alcuni casi, sui posti di lavoro di circa 20 compagni e compagne, alcuni dei quali della Panetteria Occupata. Perquisizioni eseguite durante l’intero arco della giornata.

Tutti risultano formalmente indagati per associazione sovversiva: “270bis + Altro”, come è scritto con una strana formula sull’informazione di garanzia; alla maggior parte viene contestato anche un reato specifico art.9-10-12 L.497/74 relativo ad un ordigno esplosivo depositato il 6 Luglio del 2000 presso la sede della Cisl a Milano in Via Tadino n.23. Sembra che tali indagini siano iniziate a metà del 2001.

Il giorno successivo si sono svolte una decina di perquisizioni a Varese e Brescia, alcune con il mandato di Dambruoso, altre a nome del P.M. Roberto Di Martino, sempre con la formula tanto generica quanto onnicomprensiva del 270 bis.

Sono stati sequestrati computer, stampanti, materiale informatico vario, agende e schede telefoniche e svariato materiale cartaceo, soprattutto relativo all’attività di inchiesta e di intervento sul mondo del lavoro, che da anni portiamo avanti a Milano.

Sono ampi i margini di inchiesta sulle attività dei compagni, che trasversalmente per tutte le aree di movimento, vengono concessi a P.M. come Dambruoso o al suo collega Di Martino così come ad altri.

Questo è reso possibile dall’ingombrante bagaglio legislativo in materia di controllo sociale e di repressione, maturato negli anni ’70, e mai dimesso dallo stato, come per l’associazione sovversiva, mutuata addirittura dal codice fascista e ampliata, nel corso degli anni e recentemente, nella sua possibilità di applicazione.

Questa inchiesta, come tante altre simili degli ultimi anni, riguardano ormai tutti i compagni attivi, qualunque sia la propria collocazione organizzativa e l’orientamento politico, che non si piegano alla logica della pacificazione sociale nella metropoli e che cercano di dare uno sbocco alle contraddizioni che attraversano il centro imperialista e la sua periferia, tentando di fare intravedere, all’interno delle lotte sociali un’ipotesi di sviluppo rivoluzionario.

Queste inchieste tentano di rendere più difficile la continuità di lavoro politico dei compagni, di fare terra bruciata delle relazioni intessute con gli elementi più attivi e le situazioni più interessanti del proletariato metropolitano, di isolarli dalla possibilità di cooperazione con ambiti più allargati di movimento e dare così un messaggio chiaro a chi volesse sfidare le compatibilità dell’attuale sistema di rapporti sociali, attraverso anche la complice attività di linciaggio a mezzo stampa da cui nessuna testata giornalistica incluse quelle cosiddette di sinistra, come nessun altro media, si è finora sottratto.

Certamente le forze dell’ordine devono aggiornare gli archivi e stendere profili più dettagliati dei militanti e delle situazioni di cui fanno parte, farli sentire sotto una costante pressione, tessendo le maglie strette del proprio controllo, tese a ridisegnare le mappe che orientano la propria attività investigativa, preparando così il terreno per l’attività repressiva vera e propria.

In ciò, cogliamo un aspetto significativo del fronte interno della guerra imperialista teso a chiudere preventivamente gli spazi di agibilità politica, in una fase storica che, a causa della crisi in atto, vede assottigliarsi sempre più i margini di contrattazione fra necessità di valorizzazione capitalistica e condizioni di vita proletarie (lavoro, casa, spesa pubblica per la riproduzione sociale della classe).

Secondo questa logica un lavoro continuo che abbiamo svolto negli ultimi anni come Panetteria Occupata con interventi su tematiche che vanno dalla creazione di una rete dei lavoratori che rifiutano di riconoscersi e nello stesso tempo cercano di superare le varie fasce corporative, fino alla contro-informazione sul controllo sociale e alla critica dello sfruttamento della donna nell’attuale società cominciano a preoccupare. Non tanto perché abbiamo la presunzione di poter determinare il risultato dello scontro fra le classi nell’attuale fase storica, ma perché riteniamo che un lavoro continuo sulle condizioni materiali della classe riesce a produrre strumenti e modi per l’avanzamento di un movimento reale che abbia ben presente la necessità di una trasformazione radicale della società.

Per questo quando il proletariato metropolitano è un soggetto sociale attivo e tende a contrastare i processi di ristrutturazione, diviene il più pericoloso nemico sul fronte interno: le componenti che tendono a presentarsi con una funzione di stimolo all’interno di un movimento sociale nascente in tutte le sue articolazioni diventano i bersagli primari della contro-rivoluzione preventiva.

Se le tensioni sociali non hanno ancora espresso una risposta adeguata ai processi di ristrutturazione in atto e non sono avanzate ancora sufficientemente sulla strada dell’organizzazione autonoma di classe, emergono comunque alcune indicazioni interessanti dalle crepe di un edificio sociale sempre più marcio.

In questi ultimi tempi, a Milano, abbiamo assistito alla campagna di criminalizzazione in grande stile e con notevole sfoggio mediatico contro chi occupa alloggi sfitti e strutture dismesse, cioè contro chi rifiuta, nella pratica, la condizione di precariato sociale a cui vengono costrette fasce crescenti del proletariato metropolitano.

A questa campagna si è affiancata quella che vorrebbe imporre la “tolleranza zero” per gli immigrati senza permesso di soggiorno, che desidererebbe intensificare il controllo poliziesco sul territorio con l’ausilio massiccio della video-sorveglianza, svendere il rimanente patrimonio dell’ALER e costruire nuovi casermoni nell’Hinterland.

Chi occupa, gestisce autonomamente e difende gli spazi di maggiore vivibilità conquistati al di fuori della cooptazione sindacal-istituzionale, è un esempio che può essere riprodotto e quindi rappresenta un pericolo che rompe il protrarsi della pacificazione sociale e viene attaccato preventivamente su piani differenti.

Se agli occupanti, per lo più rumeni, di via Adda e, recentemente, di via Polidoro – che hanno sviluppato pratiche di autodifesa in grado di impedire i piani di sgombero e con ronde che non permettessero l’accerchiamento poliziesco dello stabile – viene riservato ormai un trattamento politico-militare, agli occupanti in Ticinese, con una strategia di guerra a bassa intensità, viene tagliata l’elettricità dalla AEM in via di completa privatizzazione.

Così, a ridosso della riapertura di una stagione di conflittualità operaia che tutti si aspettano, arriva questo ennesimo tentativo di logorare la possibilità di intraprendere un percorso autonomo di classe, di far maturare una rete di relazioni tra proletari attivi sul territorio, di continuare l’attività di con-ricerca con le frazioni più combattive del proletariato, di influenzare il dibattito e sviluppare una pratica anti-imperialista e anti-capitalista.

Ma, ci piaccia o no, con questo dobbiamo imparare a convivere, non per capitolare di fronte all’aberrante realtà che ci impone il nemico, bensì per prendere atto delle eventuali possibilità di sviluppo del livello di scontro oggi, cominciando col dare battaglia a chi vorrebbe creare de-solidarizzazione, divisione e isolamento tra le fila del movimento di classe.

Milano, 22 ottobre 2003

Panetteria Occupata

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