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(22 Marzo 2013) Enzo Apicella

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CUI PRODEST? Equazione del terrore: Obama scende, Al Qaida sale.

(2 Novembre 2010)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in fulviogrimaldi.blogspot.com

Dobbiamo usare il terrore, l'assassinio, l'intimidazione, il furto dei terreni e il taglio di tutti i servizi sociali per liberarci della popolazione araba.
(David Ben Gurion, 1948)

Noi possediamo varie centinaia di testate atomiche e missili e siamo in gradi di lanciarle in ogni direzione, magari anche su Roma. La maggior parte delle capitali europee sono bersagli per la nostra forza aerea.
(Martin Van Creveld, docente di storia militare all'Università Ebraica, Gerusalemme)

C'è bisogno di una reazione brutale. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo straziarli senza pietà, donne e bambini inclusi. Durante l'operazione non c'è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti.
(David Ben Gurion, 1967)

Israele deve sfruttare la repressione delle dimostrazioni in Cina, quando l'attenzione del mondo era concentrata su quel paese, per procedere all'espulsione di massa degli arabi dai territori.
(Benyamin Netaniahu)

Non mi sento obbligato a credere che lo stesso dio che ci ha dato buonsenso, ragione e intelletto abbia inteso che noi non ne facciamo uso.
(Galileo Galilei)

Ogni verità passa per tre fasi. Prima la si ridicolizza. Poi la si combatte con violenza. Terzo, viene accettata come ovvia.
(Arthur Schopenhauer)

In fretta, perché travolto dalle riflessioni sull'appena superato congresso nazionale di Italia-Cuba, su cui riferirò presto, due brevi considerazioni di attualità. Un arguto contributo di un interlocutore sui fuochi d'artificio allestiti in questi giorni dalla sezione Al Qaida di Cia-Mossad e salmerie mediatiche al traino, preceduto da una breve riflessione mia allo stesso proposito.

Al Qaida (Central Intelligence Agency, False Flag Department, Headquarters, Langley, USA)
Iniziamo con la faccenda più seria, quella del sangue già sparso. L'altra, per ora, il sangue lo preannuncia, vale a dire lo minaccia e, visto quello che ha combinato il predecessore dalle Torri Gemelle in poi, vuoi che il successore non si voglia mostrare all'altezza?
A Baghdad sono state uccisi 37 civili innocenti in una chiesa cattolica al termine di una brillante operazione di poliziotti del collaudato serial killer Al Maliki che, senza fare improprie discriminazioni tra terroristi, fedeli, preti e gli stessi agenti, ha fatto fuori tutti. Senza perdere tempo per trattative, o piani d'attacco mirati a salvare gli ostaggi come invece usa nelle sfessanti e pietistiche pratiche di apparati di sicurezza che si proclamano rispettosi della vita umana. Interpretazione uno: è stata Al Qaida, termine con il quale oggi l'universo mondo destro-sinistro qualifica la Resistenza patriottica irachena al fine che nessuno si sogni di provare un minimo di solidarietà con un popolo che lotta per la libertà.
Interpretazione due: sono stati i pupi iracheni su ordine del loro puparo.

Cui prodest ? Ad Al Qaida, intendendo i partigiani iracheni? Ovvio: una resistenza intelligente che da sette anni lotta contro occupante e quisling confortata dal consenso del proprio popolo, non può che accrescere tale consenso disintegrando in chiesa donne e bambini dello stesso suo popolo. Quanto all'opinione pubblica mondiale, in ispecie quella antimperialista ed antiguerra, la sua simpatia per chi in Iraq se la prende con chi gli ha ridotto in frantumi il paese non può che essere rafforzata da simili imprese patriottiche.

Al Mossad, alla Cia, ai loro giannizzeri locali? Per carità! Misere sarebbero le ricadute di un'operazione del genere. Quisquilie come la criminalizzazione, già abbondantemente compartecipata con le sinistre del mondo, di chi in Iraq si ostina a rifiutare la democrazia donata; o come la lieve soddisfazione che l'ordine scita al potere avrebbe tratto dall'aver ridotto di numero la fastidiosa presenza di un'altra minoranza di infedeli, dopo aver decimato quella degli apostati sunniti; o la conferma che questi terroristi saddamisti non fanno che perpetuare l'orrenda persecuzione (mai esistita) inflitta ai cristiani dall'orco Saddam e, quindi, è giusto che, come lui, vengano torturati e sterminati; o, questa proprio fuori da ogni tradizione e buonsenso, una piccola vendetta anticattolica di Israele per avere il papa sponsorizzato un sinodo nel quale si sono ribaditi i diritti dei palestinesi e i delitti dell'occupazione. Cose, ne converrete, tutte inimmaginabili.

Passiamo alla strage di Piazza Taksim a Istanbul. Tanto per fare accademia, ricorriamo di nuovo all'antica enigmistica del cui prodest ? Quella che la gente assennata sa attribuire ai paranoici, paranormali del complottismo (non so se avete visto come ieri costoro siano stati messi alla gogna una volta per tutte dalla accolita ebraica riunita da Gad Lerner per elogiare e promuovere il nuovo libro di Umberto Eco, "Il cimitero di Praga", opera che giustizia chiunque abbia osato nei secoli parlare di complotti ebraici o giudaico-cristiani e, oggi, della relativa lobby). E' convenuto ai curdi? Naturalmente: facendo il PKK o affini indistintamente a pezzi a Istanbul gente di ogni specie, turisti stranieri inclusi, nell'opinione pubblica nazionale e internazionale non può che crescere la comprensione per la causa curda e il sostegno alle trattative di pace in corso tra Ocalan e il governo turco. Vale anche per i soliti estremisti islamici di Al Qaida che, con una tale esibizione di capacità operativa tra civili a spasso nel cuore della storica capitale, sollecita la pressione del popolo turco a rafforzare la sua caratterizzazione islamica e a schierarsi con sempre maggiore convinzione dal lato degli arabi e dei musulmani.

Favorisce la strage, invece, la Cia, il Mossad, o i cronicamente golpisti militari turchi, ideologicamente e operativamente legati a Israele e Nato? Ipotesi ovviamente assurda quanto tutte quelle demenziali dei complottisti incriminati nel libro di Eco e vituperati dalla cabala dell'"Infedele". Sarebbe intollerabile che, dopo la fucilazione in diretta degli psicopatici del complottismo eseguita dal più venduto dei nostri scrittori, si avesse ancora l'impudenza di alitare un sospetto su Israele. Magari perché gli stanno andando di traverso le quotidiane manifestazioni di massa per la Palestina e quel premier turco Erdogan che le istiga e capeggia fin da quando la Turchia è entrata in crisi con Israele per Auschwitz-Gaza e per l'eccidio di pacifisti sulla Mavi Marmara. Cosa andiamo a pensare, Israele non le ha mai fatte queste cose!

Cui prodest? Cui bono? Si ode a destra un botto di bomba, a sinistra risponde un botto e tutt'intorno, senza che vi sia stato neanche per un'indagine il tempo che occorre a Berlusconi per identificare la nipote mignotta di Mubarak, il barrito di un milione di elefanti mediatici su un paio di toner di stampante al Petn (piombo e pentrite) che il raffinato intuito antiterrorista dei sauditi, collaudati protagonisti del mondo libero, ha fatto scoprire a Dubai e a Londra. Dovevano, si è capito istantaneamente, viaggiare su aerei diretti a Chicago dove, è anche questo è risultato lapalissiano, avrebbero fatto saltare in aria sinagoghe zeppe di kippà. Dal momento che Ali Abdallah Saleh, presidente dello Yemen, ha fatto arrestare una studentessa della locale università prima che anche uno solo dei galli yemeniti emettesse il primo chi del suo chicchirichì, o il capo dei suoi servizi iniziasse a masticare kat per colazione, non avanzava sull'intero globo terracqueo neanche un maniaco del complottismo che non attribuisse la matrice della progettata mattanza ad Al Qaida nello Yemen. Ovviamente di una tale tonitruante copertura mediatica planetaria il merito non poteva che essere della spontanea iniziativa e della acutissima sensibilità investigativa dei suoi autori. Che altro ci voleva perché Obama potesse, nel giro di un paio d'ore di meticolose verifiche, esami scientifici, proliferazione di gole profonde, verifiche delle intelligence di una decina di paesi, proclamare dalla Casa Bianca che l'allarme terroristico era "una minaccia del tutto credibile". Le sue parole non avevano cessato di penetrare negli spalancatissimi padiglioni auricolari della stampa mondiale, che il suo addetto stampa, Robert Gibbs, e il suo consigliere per il terrorismo, John Brennan (guarda un po', ex-capostazione Cia in Arabia Saudita) scioglievano inni alla prontezza della reazione governativa e promettevano non meglio definiti interventi per contrastare la minaccia terroristica proveniente dallo Yemen e da altri paesi.

Tutto questo faceva sì che inconsulte voci dal sen fuggite, prima ancora che la tempestiva interpretazione ufficiale si abbattesse su tutti noi, venissero annichilite. Come quella della televisione Usa NBC che aveva definito "rozzi e dilettanteschi" gli ordigni infilati nelle cartucce d'inchiostro, o quella, del tutto irresponsabile, della CNN, nientemeno, che aveva addirittura negato che lì dentro si fosse rinvenuto dell'esplosivo. Ugualmente un po' di sordina fu presto imposta alla rivelazione della prim'ora che a far spedire quegli strumenti di un'apocalisse antisraelita a Chicago (altre fonti autorevoli parlavano però incoerentemente di bombe da fare esplodere in volo) fosse stato tale Ibrahim Hassan al-Asiri, yemenita anche lui. Risultava imbarazzante ricordare che Al Asiri era stato indicato come colui che aveva rifornito il potenziale attentatore del volo di Natale 2009, uno che si era bruciato le palle accendendo una polverina nascosta nelle mutande mentre un compare, indifferente all'imminente incenerimento della sua persona e telecamera, lo riprendeva da due file dietro. Si poteva sospettare che lo yemenita non dovesse disintegrare l'aereo, ma star lì a dimostrare che gli yemeniti vogliono disintegrare aerei. Ubbie da complottista. Un po' perché la quasi totalità degli studenti di Sanaa erano scesi in strada a protestare contro l'arresto di una compagna che non si era mai sognata neppure di pensare a un toner che non fosse di inchiostro e basta, un po' perché bastava non essere corifei del "manifesto" o del "New York Times" per stupirsi che la postina yemenita aveva lasciato sui pacchi esplosivi mittente e numero telefonico, anche la giovane Hanan Al Samau molto presto da solista finì in un indistinto rumore di fondo.

Cui prodest? Ad Al Qaida che, mettendoci l'indirizzo, vede trasformarsi il suo santuario tra le inaccessibili montagne yemenite in bersaglio di missili alla Tora Tora e l'intero paese irachizzato da una "coalizione di volenterosi" agli ordini del generale Petraeus? Molto logico, no? Oppure a Obama, i cui bushismi lo hanno sprofondato in un sottosuolo di consensi (ora elettorali) peggio di Bush quando, a rincuorarlo, furono allestiti i fuochi dell'11 settembre, peggio di Blair quando le rivelazioni sui suoi trucchi pro-guerra all'Iraq furono subissate dalle esplosioni nella metropolitana, peggio di Aznar che andava affrontando elezioni infauste quando scoppiarono treni e passeggeri (ma a lui andò male)? O ancora a Obama, ma anche ai suoi valvassini e valvassori nel nord e sud del mondo, che vedono montare il rischio di un'onda anomala di collera popolare che travolga i meccanismi dei loro tutor bancari e industriali per cui alla gente niente e alle élites tutto? E' ovviamente azzardo di complottista pensare che tale onda Obama la voglia deviare contro Al Qaida, gli islamici, i latinoamericani, con il corollario di una paura fottuta in tutti noi per l'insicurezza vissuta e, quindi, dell'accettazione delle peggiori maronate immaginabili a limitazione di diritti e libertà? Conviene Al Qaida forse alla Cia e al Mossad che, senza Al Qaida, rischiano di subire la sorte dei 500mila statali cubani licenziati per eccesso di offerta e carenza di richiesta? Conviene al Pentagono che, zattera nel naufragio economico statunitense, esige nuove terre da sbarco per industrie di armamenti con consigli d'amministrazione pronti per generali che oggi fanno sparare e domani faranno produrre?

Forse ci sono anche convenienze minori. Chissà, dalle bombe Al Qaida potrebbe trarre qualche utile il vecchio Ali Saleh, fantoccio degli Usa da sempre, ma fin qui imbrigliato da una popolazione fiera e indipendente che di marines, droni e Abu Ghraib non ne vuole sapere. A forza di sfracelli Al Qaida, il presidente yemenita potrebbe far credere al mondo che la rivolta secessionista del Sud, già marxista, e quella tribale del Nord, insofferenti alla dittatura del satrapo, sia tutto un imbroglio terrorista e farsi garantire un fine carriera consolidato all'ombra dei vessilli a stelle strisce. Potrebbe però aver fatto male i suoi calcoli, Saleh, se si pensa al presidente dirimpettaio dall'altra parte di Bab el Mandeb, quello somalo, che non si sa quanto si posa rallegrare, con il suo palazzo preso a mortaiate dai patrioti Shabaab un giorno sì e l'altro pure, di aver collaborato a ridurre il suo paese in un non-Stato, un brandello di Africa da sversarvi scarti tossici, da depredare in terra e in mare, da farvi passare davanti, senza rotture di coglioni, il 60 per cento del petrolio mondiale. Sarà perché deve finire così anche lo Yemen, già Arabia Felix, che da lì si fanno partire bombe, vere o false che siano?

Ah, scordavo un'ultima piccola convenienza che qualche fantasioso dietrologo potrebbe attribuire ai toner della ragazzina dinamitarda. Martin Broughton non lo conosce nessuno. Eppure è personaggio potente e influente. Da presidente della British Airways, compagnia tra le più grosse del mondo, maneggia passeggeri, traffici, rotte ed è caro a costruttori Usa come McDonnell-Douglas e Boeing. Solo due giorni prima dei tentati attentati, il "Financial Times" pubblicava un suo durissimo attacco alla sicurezza aeroportuale imposta dagli Usa all'universo mondo, dichiarando tali misure "assolutamente eccessive e del tutto inutili" e chiedendo alle autorità britanniche di "smetterla di dar retta agli americani". Con ciò esprimeva il fastidio e l'irritazione di centinaia di milioni di trasvolatori professionali e per diporto che a ogni partenza devono sottoporsi alle angherie idiote di un sistema di controlli arrivato all'assurdo, dannoso per la salute, di scannerizzarti. Un sistema che non blocca certamente eventuali attentatori. Rilutterebbero a presentarsi al detector anti-tagliaunghie con in borsa un chilo di tritolo, o un Kalachnikov. Ma che dovrebbe infondere nella popolazione umana la convinzione che a praticare il terrorismo siano spectre infernali come Al Qaida, o l'internazionale anarcoinsurrezionalista che fa capo a Hugo Chavez. E che a praticarlo non siano invece gli stessi che impongono queste

misure di "sicurezza". E che dopo 10 allarmi e attentati sventati, ci si debba aspettare il botto vero, grosso, apocalittico. Ovviamente di Al Qaida.

Qualcuno arriva a pensare che sia questa la partita nella quale ci si gioca la sopravvivenza della democrazia, della libertà, della vita umana. La partita, da ogni sinistra abbandonata, dello scambio tra reo e innocente, tra realtà e finzione, tra verità e menzogna, tra terroristi e vittime. Ma, con ogni evidenza umbertoechiana, trattasi di ubbie di complottisti.

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Jingle bells!

E' sotto gli occhi di tutti che i cosiddetti "colloqui di pace" tra Palestinesi e Israeliani non sono mai serviti a nulla. In decenni di colloqui i Palestinesi hanno visto via via ridursi il loro spazio vitale al lumicino (evito, per un minimo di decenza, il termine fantascientifico "nazionale": una nazione palestinese non è mai stata nel progetto di nessuno; è meglio metterselo in testa).
Eppure sono tuttora in corso "colloqui di pace" tra lo sputtanatissimo presidente palestinese Abu Mazen e il premier massacratore israeliano Netanyahu.
Immaginiamo allora anche un altro scenario; cioè che oltre a lavorare ulteriormente ai fianchi i Palestinesi questi colloqui di pace servano anche (magari come by-product) a creare un clima per giustificare improbabili attentati o tentativi di attentato. Da parte di chi? Guarda un po': la solita al-Qaeda. Messi in piedi come al solito da attentatori di cui fino al giorno prima non si sa nulla ma di cui il giorno dopo, guarda caso, si sa nome, cognome, residenza e ogni sorta di abitudine.
Tentativi come i pacchi-bomba di questi giorni, che sarebbe meglio definire semplicemente "pacchi" (nel senso di bufala).
Magari ci si mette anche qualche attentatore solitario a Istanbul che si fa saltare in aria con un po' di passanti nella mia amata Taksim Meydanı. Un curdo? Un fondamentalista? Chi lo sa; però fa brodo.
Che tipo di brodo? Quello per cui pochi giorni fa Fiamma Nirenstein ha indetto a freddo una manifestazione a Roma di appoggio a Israele. Anzi, come già ebbi modo di dire, di "appoggio preventivo". Un appoggio che è stato dato con entusiasmo da persone come Saviano, Fassino, l'indimenticabile reuccio di Roma Uoltere Ueltroni e, ovviamente, Giovanna Melandri, colei che è passata dal comunismo alle feste di Briatore a Malindi.
Ma appoggio preventivo a che cosa? Al prossimo strike da parte dei sionisti.
Il bersaglio grosso è, ovviamente, l'Iran. Ma ci potrebbe essere una tappa intermedia, ovvero il Libano, dove Hezbollah è una spina nel fianco Nord d'Israele, dove le ripetute sconfitte di Tsahal bruciano ancora e dove le cose si potrebbero mettere male nel caso di un attacco a Teheran.
Bisogna quindi normalizzare - nell'usuale senso dell'imperialismo occidentale - il Sud del Libano. Ai tempi della vivisezione di Gaza di quasi due anni fa, da fonte israeliana si veniva a sapere che quella era una specie di "prova" (militare e politica) di quanto sarebbe dovuto succedere più in là in Libano.
Possiamo allora anche immaginarci, come infatti mi immaginai (suscitando il sarcasmo di un noto intellettuale di sinistra), che l'attacco selettivo alla nave turca della Freedom Flotilla aveva poco a che vedere con i Palestinesi, ma aveva molto a che vedere con la Turchia di ErdoÄŸan: l'alleanza di Israele col Paese che fu già di Atatürk ma che ormai più che all'Europa è interessato ad una politica panturanica con direttrice l'Asia (chiamali scemi, con un aumento del PIL dell'11,7% l'Europa è solo business as usual con Paesi importanti ma in declino; i soldini invece stanno in Asia), con un'alleanza che ormai era sfilacciata sul piano della sua compattezza geostrategica e sempre più riottosa (ve li ricordate i vari modi con cui la Turchia si è defilata dalle guerre di Bush, no? e come la mettiamo con la recente mediazione con Teheran sulla questione nucleare?), con questa alleanza che faceva acqua da tutte le parti, insomma, era meglio troncare, per avere più libertà d'azione.

La probabilità di vedere entro qualche mese l'ennesima prova devastatrice del secondo stato più canaglia del mondo (il primo essendo il suo mandante, cioè gli USA), sono quindi molto alte.
Ma temo che sia alta anche la probabilità che per "creare l'atmosfera" ci possa essere un vero attentato, magari natalizio.
Jingle bells!

Piot

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:21

Fulvio Grimaldi

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